Garlasco, Palmegiani: “Impronta 33? Non è sangue e non è identificativa. Siamo fermi da 20 anni”
A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, le nuove indagini riportano al centro della scena tracce, DNA e reperti già analizzati all’epoca, ma anche nuovi elementi che potrebbero riaprire il confronto sulle prove a carico di Andrea Sempio. Dalla traccia della scarpa, ritenuta compatibile con il suo piede, al DNA riconducibile alla linea paterna di Sempio, fino all’impronta 33, sulla quale è stata avanzata anche l’ipotesi della presenza di sangue, sono diversi gli elementi che vengono oggi riletti nell’ambito dell’inchiesta.
Ma quanto sono realmente significativi questi elementi? E soprattutto, possono essere considerati identificativi della presenza di Sempio sulla scena del delitto? Per la difesa, si tratta di elementi che non consentono di arrivare a una simile conclusione, mentre resta aperto il confronto tecnico sulla loro interpretazione e sul valore probatorio. A fare il punto è Armando Palmegiani, criminologo ed esperto della scena del crimine e consulente tecnico del pool difensivo di Andrea Sempio, che ad Affaritaliani analizza la traccia della scarpa, il DNA, l’impronta 33 e gli accertamenti condotti a distanza di quasi vent’anni dal delitto.
La Procura considera la traccia di scarpa compatibile con il piede di Andrea Sempio: quanto è realmente significativo questo elemento e quanto, invece, rischia di essere sovrainterpretato?
In realtà si tratta di una forzatura. Per rendere compatibile il piede di Andrea Sempio con la scarpa che ha lasciato quell’impronta, è stata forzata la misura del suo piede, facendola passare da un 44 a un 42. Noi dimostreremo invece che Sempio ha sempre calzato il 44. La seconda forzatura sta nel considerare quell’impronta una misura 42, quando noi siamo convinti — e lo dimostreremo — che si tratti di un 41. È ovvio che di fronte a uno scontro tecnico di questo tipo si dovrà probabilmente ricorrere a una perizia, ma su questo punto siamo davvero molto tranquilli.
Il DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi è compatibile con la linea paterna di Sempio: può collocarlo sulla scena del crimine o non basta per identificarlo?
Precisiamo subito un punto fondamentale: non è stato possibile determinare se quel DNA si trovi sopra o sotto le unghie. È un profilo riconducibile alla linea paterna di Sempio, ma c’è un elemento essenziale, al di sopra di tutto: pur considerandolo statisticamente compatibile, non sappiamo quante persone condividano quel tipo di DNA in Italia, in Lombardia o nella stessa provincia. Bisogna tener presente che l’analisi del cromosoma Y — quella utilizzata per la comparazione — si basa su una banca dati che ad oggi conta appena 6.000 persone in Italia. Ovvero 6.000 su 60 milioni. Di conseguenza, non possiamo conoscere la reale incidenza di quel profilo: potrebbe darsi che in quel specifico paese o nella provincia il 5% o il 10% della popolazione maschile possieda lo stesso cromosoma Y. Com’è noto in ambito forense, il cromosoma Y non è un marker identificativo.
Sull’impronta 33 si ipotizza che possa essere stata lasciata nel sangue: se questa ricostruzione fosse confermata, quanto cambierebbe il suo valore investigativo?
Anche qui va fatta chiarezza: a sostenere che si tratti di sangue è esclusivamente la difesa di Stasi, sulla base di una propria consulenza. La loro tesi si fonda su due elementi. Il primo: dato che all’epoca il test OBT risultò negativo, la difesa sostiene che la calce dell’intonaco abbia inibito la reazione, rendendo impossibile stabilire se fosse sangue o meno. Il secondo: attraverso un’analisi colorimetrica effettuata con un software open source — e quindi non verificabile — hanno analizzato tonalità di luce e pixel dell’impronta, concludendo che la traccia sia ematica. Va detto che nell’ultima consulenza anche la Procura ha sostenuto l’ipotesi che la calce possa inibire l’OBT, ma questo porta a due considerazioni: primo, la Procura stessa ammette che oggi non possiamo sapere se all’epoca fosse sangue, quindi non si può affatto affermare che lo fosse; secondo, l’OBT si esegue con una salvietta diagnostica che raschia appena la vernice superficiale, senza andare a scavare nella calce sottostante.
Scarpa, DNA e impronta 33, considerati insieme, rafforzano l’ipotesi accusatoria o restano elementi di compatibilità che non identificano Sempio?
Ovviamente, se facessimo una mera somma di elementi e se questi fossero confermati, costituirebbero un’ipotesi accusatoria. Tuttavia, noi siamo totalmente in disaccordo su ciascuno di essi. L’impronta 33, per fare un esempio, non solo a nostro avviso non è di sangue, ma non è nemmeno identificativa: siamo a un livello ancora precedente. Anche su questo chiederemo con forza una perizia per identificarla e vedremo i risultati, ma ad oggi non ha alcun valore identificativo.
A quasi vent’anni dal delitto, quanto possiamo considerare affidabili i nuovi accertamenti su tracce raccolte e analizzate con le tecniche dell’epoca?
Non sono state applicate nuove tecniche sul lavoro svolto in precedenza; al massimo si è rianalizzato ciò che non era stato esaminato prima, come la cannuccia dell’Estathé, che ha restituito il profilo biologico di Stasi. Non c’è stata alcuna svolta tecnologica che abbia permesso di rielaborare i dati o i reperti dell’epoca, quindi la situazione è rimasta ferma. Da un anno e mezzo a questa parte si continua a girare attorno allo stesso DNA — parziale, degradato e limitato all’Y — attribuito all’area delle unghie, e alla traccia dell’impronta 33. L’elemento della scarpa l’abbiamo tirato fuori noi perché è discriminante. Di fatto non siamo affatto avanzati, anzi sono stati fatti passi indietro: la stessa Procura ha stabilito che non è possibile collocare nel tempo il famoso scontrino di Vigevano, trasformando quello che era considerato un elemento a carico di Sempio in una non-prova. Elementi nuovi, in realtà, non ce ne sono.


