Scisma, Giovagnoli: “I lefebvriani in contraddizione con se stessi, ma il loro spazio è più ridotto di quanto sembri”
Le nuove consacrazioni episcopali di Econe non sono un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo atto di una vicenda che si trascina da decenni, fatta di sospensioni e tentativi di riconciliazione mai del tutto riusciti. “Non è nient’altro che la continuazione di una vicenda passata, che ha avuto dei momenti di sospensione e svariati tentativi di riconciliazione”, spiega ad Affaritaliani Agostino Giovagnoli, storico e professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore, tra i massimi esperti dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica.
Giovagnoli ricorda il precedente storico, avvenuto nel 1988, e il successivo tentativo di riconciliazione avanzato da Benedetto XVI. Sul versante opposto si colloca l’atteggiamento di Papa Leone XIV: “Fermo, deciso, testardo. Pur mostrando un atteggiamento pastoralmente aperto, è stato solido nella sua posizione. Non ha riconosciuto le ragioni dei lefebvriani”, spiega Giovagnoli, che legge in questa fermezza un tratto distintivo del nuovo pontificato – uno stile personale diverso da quello di Francesco, ma che secondo lo storico non si traduce affatto in un cambio di rotta sulle questioni di fondo.
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Uno scisma “meno grave” rispetto al passato
Ma quanto è grave, oggi, uno scisma? La chiave della risposta sta, per Giovagnoli, nell’affrontare la questione con l’occhio dello storico. “Per la Chiesa in passato gli scismi erano qualcosa di molto grave: una divisione non dottrinaria, ma dell’unità dell’organizzazione ecclesiastica, come nel caso dello scisma protestante. Oggi direi che la Chiesa ha meno paura di questi fenomeni, e nel caso specifico considera quello lefebvriano di minore importanza. Si registra senza dubbio una minore preoccupazione di questo tipo”, osserva.
Resta però una gerarchia tra le forme di rottura: “Rimane vero che, oggi, viene considerata più pesante una disobbedienza dottrinale, quindi l’eresia. Detto questo, direi che la disobbedienza disciplinare non è considerata così traumatica come in altri tempi, quando prevaleva una concezione centralistica, verticistica, autoritaria, com’è accaduto tra Ottocento e Novecento”. Un mutamento di sensibilità che, secondo Giovagnoli, si è consolidato anche dopo il Concilio Vaticano II, pur senza intaccare il ruolo del Papa.
Quanto alla figura di Leone XIV, Giovagnoli riscontra uno stile diverso da quello di Papa Francesco, ma una continuità di fondo sugli indirizzi di governo: “La sensazione dei primi mesi di pontificato, quella di un Papa che porta ordine, che costruisce unità, un Papa insomma conservatore, è stata sostanzialmente smentita da una serie di posizioni, a partire dai temi legati ai migranti fino allo scontro con Donald Trump, che non è cosa da poco”, spiega il docente. Anche i documenti magisteriali confermerebbero questa linea: “Pensiamo all’enciclica sull’Intelligenza artificiale, realizzata pienamente in continuità con quelle che erano le preoccupazioni di Papa Francesco, incluse le pagine dedicate alla guerra”, prosegue.
La lezione storica
Cosa rimane, dunque, dello scisma? Quale lezione resta ai posteri? “Dal punto di vista storico, ciò che è più rilevante è che lo spazio del tradizionalismo appare più ridotto di quello che sembri”, afferma. “Le tendenze tradizionaliste di cui spesso si parla non hanno, in definitiva, grande spazio: i tradizionalisti finiscono per sentirsi in contraddizione con loro stessi quando vanno contro il magistero o l’autorità del Papa”. Le ordinazioni illecite di Econe, prive di mandato apostolico, ne sarebbero la dimostrazione più diretta: “Sono un mettersi contro, un porsi in contraddizione. Ma alla fine la loro influenza non è poi così rilevante”.

