Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » News » “Il caso Roggero riapre il grande tema della legittima difesa: il diritto deve tutelare chi si difende, senza rinunciare ai suoi principi”

“Il caso Roggero riapre il grande tema della legittima difesa: il diritto deve tutelare chi si difende, senza rinunciare ai suoi principi”

L’intervista di Affaritaliani a Cataldo Calabretta, docente universitario di diritto dell’informazione ed esperto di cronaca giudiziaria

“Il caso Roggero riapre il grande tema della legittima difesa: il diritto deve tutelare chi si difende, senza rinunciare ai suoi principi”
Mario Roggero

Il dibattito sulla sicurezza e sui confini della legittima difesa è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Tra esigenze di tutela dei cittadini, garanzie costituzionali e funzione dello Stato, il tema continua a interrogare il legislatore e gli operatori del diritto. Ne parliamo parlato con l’avvocato Cataldo Calabretta, docente universitario di diritto dell’informazione ed esperto di cronaca giudiziaria, per analizzare con equilibrio il quadro normativo, le prospettive di riforma e le implicazioni giuridiche e sociali di una materia che coinvolge sicurezza e libertà dei cittadini.

LEGGI ANCHE: Caso Roggero, uno dei rapinatori doveva già essere arrestato

Avvocato Calabretta, il caso Roggero continua ad animare il dibattito pubblico. Perché questa vicenda ha colpito così profondamente l’opinione pubblica?

Perché va ben oltre il destino processuale di un singolo imputato. Mario Roggero è diventato il simbolo di una domanda che molti cittadini si pongono: fino a che punto lo Stato riesce a garantire la sicurezza di chi lavora e di chi viene aggredito? È una vicenda nella quale diritto, emozione e percezione della giustizia si intrecciano in modo inevitabile.

La Cassazione, però, è stata molto chiara: non era legittima difesa.

Sì. Dal punto di vista strettamente giuridico la Corte ha applicato un principio consolidato. La legittima difesa richiede un pericolo attuale. Secondo la ricostruzione dei giudici, quando Roggero sparò i rapinatori erano ormai in fuga e l’offesa era cessata. È una valutazione che rientra nella fisiologia del processo penale e che va rispettata.

Eppure il dibattito sembra non fermarsi.

Perché il diritto vive nella società. Una sentenza definitiva chiude un processo, ma non impedisce una riflessione sull’opportunità di modificare alcune norme. È esattamente ciò che sta accadendo.

Uno dei punti più discussi riguarda il risarcimento del danno ai familiari dei rapinatori.

È il profilo che ha suscitato maggiore indignazione. La condanna civile prevista dall’attuale ordinamento ha alimentato una forte reazione nell’opinione pubblica, tanto da spingere il Governo a intervenire con una modifica.

Che cosa cambierà concretamente?

La nuova disciplina prevede che chi subisce un danno mentre sta commettendo determinati gravi reati – come rapina, furto in abitazione, sequestro di persona o violenza sessuale – non possa ottenere un risarcimento dalla vittima della propria azione criminale. È una norma destinata ad avere un forte impatto simbolico, ma non potrà essere applicata al caso Roggero perché i fatti sono precedenti alla sua entrata in vigore. Non è retroattiva.

Negli ultimi giorni la politica è intervenuta con forza.

Sì, ed è stato soprattutto Matteo Salvini ad assumere fin dall’inizio una posizione molto netta. È stato il primo leader politico a recarsi personalmente da Roggero nel carcere di Bollate, a sostenere pubblicamente la richiesta di grazia e a riportare il tema della legittima difesa al centro dell’agenda politica. Salvini conosce questi temi da anni e ha dimostrato ancora una volta una particolare sensibilità verso le istanze di chi chiede maggiore sicurezza e una più incisiva tutela delle vittime dei reati. Al di là delle diverse valutazioni politiche, gli va riconosciuta la capacità di intercettare un sentimento diffuso nel Paese e di tradurlo in iniziativa politica. È anche grazie alla sua determinazione se il dibattito non si è fermato alla sola vicenda processuale, ma ha coinvolto il Parlamento e il Governo, fino ad arrivare alle recenti modifiche sul tema del risarcimento del danno.

Anche Giorgia Meloni ha preso posizione.

La presidente del Consiglio ha sviluppato un ragionamento fondamentale, più centrato sul profilo psicologico della vittima. Ha sostenuto che chi giudica questi fatti dovrebbe tenere conto del trauma, dello stress e della paura vissuti durante una rapina, mettendo in dubbio che sia sempre possibile distinguere lucidamente il momento esatto in cui termina il pericolo. Una riflessione che ha contribuito ad alimentare il confronto pubblico.

Sul fronte istituzionale c’è stato anche il richiamo del Quirinale.

Ed è stato importante. La Presidenza della Repubblica ha ricordato che la concessione della grazia è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. È stata una puntualizzazione necessaria per ribadire la distinzione tra il piano politico e quello costituzionale. Il dibattito può essere anche molto acceso, ma le regole delle istituzioni devono rimanere chiare.

La grazia è una strada realmente percorribile?

L’iter è previsto dalla Costituzione e dal codice di procedura penale. Si tratta però di un provvedimento straordinario, valutato caso per caso, nel quale assumono rilievo diversi elementi, compresi quelli umani e sociali. È una decisione che spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica.

Questa vicenda può portare a una nuova riflessione sulla legittima difesa?

Credo di sì. La sentenza non chiude il dibattito, anzi lo rilancia. Il diritto penale deve continuare a tutelare la vita e a evitare qualsiasi deriva verso la giustizia privata, ma allo stesso tempo deve interrogarsi sulla condizione psicologica di chi subisce un’aggressione improvvisa. È su questo equilibrio che il legislatore sarà chiamato a confrontarsi.

In definitiva, quale insegnamento lascia il caso Roggero?

Che il diritto non può essere guidato dall’emotività, ma nemmeno può ignorare il sentimento di insicurezza che attraversa la società. Il compito della giustizia è applicare la legge; quello della politica è valutare se quella legge debba essere aggiornata. Il caso Roggero rappresenta il punto di incontro – e talvolta di scontro – tra questi due piani. Ed è proprio per questo che continuerà a far discutere.