di Ernesto Vergani
L’indagine “Balkan Connection” dell’Antiterrorismo della Polizia e gli arresti della Procura della Repubblica di Brescia hanno rivelato l’esistenza di una cellula jihadista attiva tra l’Italia e i Balcani che aveva lo scopo di fare proseliti da reclutare nell’Isis. I particolari svelano identikit inquietanti. Tra gli altri, arrestato un 20enne italiano di origine marocchine e coinvolto un giovanissimo italo-tunisino cui era stato fatto il lavaggio del cervello ed era pronto per partire per la Siria.
E’ vero che il Corano presenta perle di saggezza e il Concilio Vaticano II scrive che bisogna guardare con stima ai musulmani e ricorda che Gesù è da essi considerato un profeta. E’ anche vero che il Corano afferma, per esempio, che gli infedeli devono convertirsi e chi non si converte è un nemico (“Io getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono e voi colpiteli sulle nuche”), che le donne sono inferiori, impure e intoccabili e che ha destino migliore chi emigra portando la fede o morendo per la fede. A questi ultimi precetti si ispirano probabilmente i giovani “foreign fighters”. Presumibilmente con limiti culturali e con incapacità di una lettura metaforica che superi quella letterale (anche se ciò nella fattispecie è discutibile e relativo). Ci sono anche aspetti per così dire di moda e persino di comodo.
Ieri un giovane di religione islamica delle periferie aveva come modello il calciatore con la macchina sportiva, ora guarda all’Islam come fede totalizzante. Sicuramente è più faticoso essere disoccupato o lavorare dieci ore in fabbrica che fare la guerra in un esercito senza ragione. Detto altrimenti, come è stato scritto, la guerra è la creatrice di tutte le cose più grandi. (Ovvio generalizzare è sbagliato, e ci sono giovani islamici che con merito si affermano nei livelli più alti della nostra società). Al di là della scelta politica, della difesa della civiltà occidentale con le armi di fronte all’orrore dell’Isis e alle sue colpe oggettive, intanto è bene conoscere che cosa sostiene il Corano.
Forse sarebbe meglio abolire la parola “dialogo”. Anche parlare di “accettazione delle differenze”, come ha fatto di recente Papa Francesco (la cui azione primaria è in realtà concentrata sul conservare i fedeli cattolici in calo ovunque), può essere fuorviante. Giovanni Paolo II nel viaggio (guarda caso proprio) a Damasco del 2009 parlò, circa cattolicesimo e Islam, di “non opposizione ma collaborazione per il bene della famiglia umana”. E seppure la fede sia un salto della ragione, Benedetto XVI nel celebre discorso di Ratisbona, invitò tutte le religioni, a iniziare dall’Islam, a non trascurare la ragione.
