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Cronache
“Il terrorismo islamico recluta giovani sbandati nelle carceri”

«I capi dei terroristi islamici non stanno in carcere, ma qui hanno cominciato a reclutare i giovani che vedevano deboli e soli.» Da oltre dieci anni gli agenti della polizia penitenziaria francese denunciavano nei loro rapporti la minaccia del terrorismo islamico. Affari ha intervistato uno di loro, componente del gruppo speciale anti-radicalizzazione istituito nell’ottobre 2016. Nell’ultimo attentato sugli Champs Élisées, rivendicato dall’Isis, ha perso la vita il poliziotto Xavier Jugelé. Il killer non aveva precedenti per fanatismo religioso, in gergo non era «fiche S». “A memoria, direi dodici anni noi scrivevamo nei rapporti “Attenzione che sta arrivando qualcosa di grave”. Ma nessuno li ha mai letti. O non li ha presi sul serio”.

Che cosa avevate notato?

“La formazione di gruppi attorno ai ragazzi come Chérid Kouachi (ndr: uno degli assassini dei giornalisti di Charlie Hebdo), arrestati per reati comuni, che nulla avevano a che vedere col terrorismo. Lui ed il fratello erano rimasti orfani. Chi di noi l’ha sorvegliato in carcere per la pena legata ad un piccolo traffico di hashish lo ricorda molto gentile. Poi è stato indottrinato. Giovani soli, fragili, sbandati, che una volta entrati in carcere venivano adocchiati dai più anziani, che li avvicinavano con la scusa di offrire la loro protezione e li condizionano. Chi va a fare gli attentati e morire è un debole. La violenza è una forma di debolezza. Hai bisogno di mostrarti forte perché non lo sei.”

Perché i rapporti non venivano presi sul serio?

“Non so. Noi avevamo informato che questi gruppi erano fomentati all’odio religioso.”

Forse non si poteva prevedere che in un Paese come la Francia, che rispetta i Diritti dell’Uomo come nessun altro, qualcuno potesse organizzare atti così aberranti.

“Qualcuno da fuori stava organizzando questa destabilizzazione. Nello stesso periodo, iniziava ad arrivare nelle celle il libro del Corano.”

Si dice che il piano di azione anti-radicalizzazione, predisposto dal governo nel maggio scorso, non funziona.

“È vero.”

Perché?

“I terroristi vengono reclutati molto giovani e subiscono un forte condizionamento. Quando sono in prigione rifiutano di parlare. In cella piangono, sono depressi. Non alzano lo sguardo e non parlano. In genere, hanno problemi di famiglia. Si inginocchiano a pregare e sbattono la testa sul pavimento sino a che si forma un livido blu sulla fronte. Secondo loro, chi ha un livido più pesto è più puro degli altri. A volte il problema mentale è evidente. Ricordo il caso di un fanatico che era stato arrestato per violenza sulla moglie. Lei doveva portare il velo, avevano una bambina che non camminava ancora. Un vicino l’ha aiutata sulle scale ad alzare il passeggino. Il marito è arrivato, l’ha insultata perché, a suo dire, non doveva rivolgere la parola ad un altro uomo. Le ha sradicato gli occhi con un cucchiaio davanti ai figli.”

C’è ancora il pericolo di proselitismo in carcere?

“I controlli che possiamo fare in cella sono molto limitati. La Francia, come lei ha detto, è il Paese dei Diritti Civili. I detenuti non dovrebbero avere con sé il telefono. Di fatto succede che i colloqui coi parenti non possono essere sorvegliati. I visitatori passano attraverso le porte di controllo elettromagnetico, i bagagli sono sottoposti a raggi X, ma esistono metodi per occultare il cellulare. Uno di questi, è nasconderlo dentro il corpo, negli orifizi, e poi espellerlo durante il colloquio. Altre volte, i loro complici arrivano sotto le mura del carcere in moto e lanciano il cellulare oltre le mura durante l’ora d’aria. A quel punto scoppia il parapiglia nel cortile, i detenuti si accalcano per prenderlo e non sempre riusciamo ad intervenire prima che il telefono sparisca. Per legge, non possiamo fare perquisizioni nelle celle se non specificamente autorizzate.”

Le misure di controlli in carcere sono insufficienti?

“Non sappiamo che cosa succede nelle celle. La legge impone il rispetto della privacy. I cellulari gli servono per comunicare in arabo all’esterno. Inoltre si servono di un linguaggio in codice. Non si possono filmare gli interni. Durante la notte la viene accesa ogni ora al passaggio del sorvegliante, che apre lo spioncino per guardare all’interno. Un detenuto aveva asportato il vetro e quando la guardia ha aperto lo sportellino gli ha conficcato una lama nell’occhio. Dopo gli attentati terroristici, il governo ha autorizzato una maggiore sorveglianza, ma ancora non basta. Porto un esempio. Ci sono detenuti che scontano la pena per omicidio plurimo. Hanno problemi mentali. Dopo un certo numero di anni vengono rimessi in libertà. Uno di loro, che aveva stuprato diversi minori, il giorno prima di essere liberato piangeva. Gli chiediamo il perché. Risponde che ha paura di fare qualcosa di male. Segnalo allo psichiatra l’episodio. Mi sento rispondere che se piange è perché ha preso coscienza del male che ha fatto, dunque è un segnale positivo. L’uomo esce dal carcere, una parente lo ospita. Nella casa c’è una bambina di cinque anni. Sarà stuprata dopo qualche giorno.”

Che cosa serve?

“Più controlli e più educatori. Non parlo di guardie penitenziarie, ma proprio di personale che abbia il ruolo di rieducare chi è finito in carcere. Diversamente, una volta rimesso in libertà, se era debole prima, lo sarà ancora. Ed a rischio. Il nuovo fenomeno preoccupante sono le donne kamikaze. Minorenni, circuite nello stesso modo dei ragazzi. Fragili, si lasciano convincere a diventare terroriste. Sono sempre di più.”

Le forze di polizia francesi sono sotto pressione da oltre due anni. Rinforzati i controlli ovunque. Parigi è percorsa da ronde di tre uomini in mimetica e fucile mitragliatore. Xavier Jugelé, la vittima dell’attentato di giovedì sera, stava per cambiare reparto. “Noi che lavoriamo in carcere riceviamo minacce di morte dagli estremisti islamici. Non conoscono il nostro nome, perché il regolamento prevede che anche nel passaggio di consegne tra noi ci si chiami “sorvegliante”. Ma è capitato a chi lavora in provincia di venire “identificato”. La pressione psicologica è forte.”

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