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Intesa Sanpaolo, le Società Benefit trainano crescita e innovazione: in Italia quasi 6mila imprese e ricavi superiori del 13%

Giusti (Intesa Sanpaolo): “Possiamo affermare che ‘Società Benefit chiama Benefit’: queste imprese mostrano infatti una maggiore propensione a coinvolgere nella propria catena di fornitura altre Società Benefit. L’obiettivo è fare in modo che questo modello si diffonda ulteriormente, contribuendo a rafforzare la competitività del nostro tessuto produttivo”

Intesa Sanpaolo, le Società Benefit trainano crescita e innovazione: in Italia quasi 6mila imprese e ricavi superiori del 13%

Intesa Sanpaolo, Società Benefit in crescita in Italia: quasi 6mila imprese, fatturato più alto del 13% e filiere più solide

Le Società Benefit continuano a crescere in Italia e mostrano risultati economici positivi rispetto alle imprese tradizionali. Al 30 giugno 2026 sono 5.968, in aumento del 15,6% su base annua, con circa 260mila addetti e un valore della produzione complessivo di 71,3 miliardi di euro, pari al 2,5% del totale nazionale. È quanto emerge dalla Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026, presentata oggi a Milano durante l’evento “Società Benefit: dalla competitività all’interdipendenza”. Lo studio, realizzato da NATIVA, Research Department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, Università di Padova, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit, approfondisce il rapporto tra sostenibilità, competitività economica e relazioni tra imprese.

Tra i principali risultati della ricerca emerge un’associazione positiva tra l’adozione del modello Benefit e le performance aziendali. L’analisi, condotta su circa 2mila Società Benefit confrontate con altrettante imprese non-benefit dalle caratteristiche simili, evidenzia un effetto stimato della qualifica Benefit pari a circa il 13% sul fatturato nel periodo 2022-2024.

Il risultato positivo riguarda anche il valore aggiunto, con un incremento stimato del 12%, e il costo del lavoro, superiore del 17%. I dati suggeriscono che il modello Benefit possa contribuire alla competitività aziendale, soprattutto quando viene accompagnato da strategie orientate alla qualità, alla sostenibilità ambientale e all’internazionalizzazione. Il Research Department di Intesa Sanpaolo figura tra i partner della ricerca, contribuendo a un lavoro di analisi che mette in relazione le performance economiche delle imprese con l’evoluzione dei modelli organizzativi e delle filiere produttive.

Lo studio evidenzia anche una maggiore stabilità delle relazioni commerciali. Il 27,4% degli acquisti delle Società Benefit riguarda fornitori con cui esistono rapporti continuativi da nove anni, contro il 21,8% delle imprese tradizionali. Dall’analisi degli scambi commerciali di 4.376 aziende emerge inoltre che il 38% delle Società Benefit intrattiene rapporti con altre imprese Benefit, mentre tra le aziende non-benefit la quota di quelle che acquistano da fornitori Benefit si ferma al 24%. Una tendenza che interessa tutte le dimensioni aziendali: tra le grandi Società Benefit, l’86% ha almeno un fornitore Benefit. Anche le microimprese mostrano una significativa capacità di sviluppare relazioni commerciali con realtà che condividono lo stesso modello.

La ricerca, alla quale partecipa Intesa Sanpaolo attraverso il proprio Research Department, analizza anche la distribuzione territoriale delle Società Benefit, evidenziandone una maggiore presenza nelle province caratterizzate da elevata capacità innovativa, redditi più alti e condizioni occupazionali favorevoli. Le microimprese rappresentano la componente più numerosa, con 4.342 società, mentre il modello registra un’incidenza maggiore tra le grandi aziende con oltre 250 addetti, dove raggiunge il 2,4%.

Tra i settori maggiormente rappresentati figurano le telecomunicazioni (11,7%), le attività professionali (9,4%) e l’istruzione (7%). L’analisi di 5.006 statuti mostra inoltre che il 55% delle finalità dichiarate riguarda obiettivi sociali, il 28% quelli ambientali e il 17% la governance. A dieci anni dall’introduzione nell’ordinamento italiano, le Società Benefit si confermano una realtà in espansione nel sistema produttivo nazionale. I risultati della ricerca presentata a Milano, realizzata anche con il contributo di Intesa Sanpaolo, evidenziano come gli obiettivi di sostenibilità possano accompagnarsi alla crescita economica e alla costruzione di relazioni commerciali più durature.

Le dichiarazioni di  Sara Giusti, Research Department di Intesa Sanpaolo ad Affaritaliani

“Oggi presentiamo un quadro aggiornato sul fenomeno delle Società Benefit, che a giugno 2026 hanno raggiunto quota 6mila in Italia. Dopo l’accelerazione registrata a partire dal 2020, il fenomeno continua a mostrare una crescita sostenuta. Parliamo di due Società Benefit ogni mille imprese, che occupano complessivamente 14 addetti ogni mille, offrendo quindi un contributo significativo anche dal punto di vista occupazionale. A livello territoriale, la Lombardia è la regione che concentra il maggior numero di Società Benefit, con circa un terzo del totale nazionale, seguita da Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna. Scendendo a livello provinciale, Milano registra la presenza più elevata, seguita da Trieste e Parma“, ha dichiarato Sara Giusti, Research Department di Intesa Sanpaolo, ai microfoni di Affaritaliani.

Giusti ha continuato: “Le Società Benefit si distinguono per un profilo strategico mediamente più evoluto, caratterizzato da una maggiore attenzione alla qualità e alla sostenibilità, come dimostrano anche i dati relativi alle certificazioni ottenute. Nel complesso, si tratta di imprese più internazionalizzate e maggiormente orientate alla sostenibilità. Queste caratteristiche possono contribuire a spiegare i risultati economici registrati, con una dinamica del fatturato più favorevole e una crescita più sostenuta del costo del lavoro e del valore aggiunto. La sfida principale sarà favorire una diffusione sempre più ampia del modello, valorizzando anche i legami di filiera che emergono chiaramente dalla ricerca. Possiamo affermare che ‘Società Benefit chiama Benefit’: queste imprese mostrano infatti una maggiore propensione a coinvolgere nella propria catena di fornitura altre Società Benefit. L’obiettivo è fare in modo che questo modello si diffonda ulteriormente, contribuendo a rafforzare la competitività del nostro tessuto produttivo“.

“Un altro elemento significativo riguarda proprio le relazioni di filiera, che risultano mediamente più vicine dal punto di vista territoriale, più durature nel tempo e capaci di coinvolgere maggiormente anche le micro e piccole imprese. Questi legami possono generare un effetto di emulazione, favorendo il riconoscimento reciproco tra aziende che condividono lo stesso modello e promuovendo principi, valori e percorsi comuni di sostenibilità“, ha concluso Giusti.

Le dichiarazioni di Paolo Di Cesare, Co-founder di NATIVA ad Affaritaliani

“Le novità emerse dalla ricerca sono numerose. Il primo dato significativo è la conferma della crescita delle Società Benefit, che vede l’Italia affermarsi come un laboratorio internazionale per questo modello, già presente anche negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna e in diversi Paesi dell’America Latina. Un elemento particolarmente rilevante riguarda le grandi imprese italiane: il 2,4% delle aziende con oltre 250 dipendenti ha già adottato il modello Benefit. Una percentuale ancora contenuta, ma in costante crescita, che potrebbe rappresentare l’inizio di una diffusione molto più ampia. Un altro aspetto importante riguarda l’occupazione: quasi 300mila persone lavorano oggi nelle Società Benefit italiane, contribuendo non soltanto alla creazione di valore economico, ma anche al perseguimento di obiettivi sociali e ambientali“, ha chiosato Paolo Di Cesare, Co-founder di NATIVA, ai microfoni di Affaritaliani.

Di Cesare ha concluso: “Inoltre, questi lavoratori percepiscono mediamente circa 3mila euro in più all’anno rispetto ai dipendenti delle imprese non-benefit. Un dato particolarmente significativo in un Paese in cui la stagnazione salariale rappresenta ancora una criticità. Per la prima volta abbiamo inoltre analizzato le relazioni commerciali tra Società Benefit, rilevando una propensione significativamente maggiore a collaborare tra loro, scegliendosi reciprocamente come fornitori, partner e clienti. Si sta creando una rete di imprese che condividono valori, principi e modelli organizzativi, favorendo nuove forme di collaborazione e azioni collettive. È proprio questa capacità di fare sistema che rappresenta una delle potenzialità ancora inespresse del modello Benefit, soprattutto nell’affrontare le grandi sfide contemporanee, dal cambiamento climatico all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro”.

Le dichiarazioni di Marco Morganti, Presidente di Assobenefit ad Affaritaliani

“Le imprese Benefit stanno iniziando a collaborare sempre di più tra loro, sviluppando progetti comuni anziché agire esclusivamente come singole realtà. Questo apre prospettive importanti: immaginiamo che ogni grande Società Benefit scelga di lavorare prevalentemente con altre imprese che condividono lo stesso modello. Una scelta che alcune aziende stanno già facendo e che potrebbe moltiplicare il volume d’affari e il valore prodotto, favorendo allo stesso tempo nuove forme di collaborazione. Da qui nasce una seconda prospettiva che considero particolarmente interessante: la creazione dei cosiddetti ‘distretti di missione’ o ‘distretti Benefit’. Si tratta di territori nei quali imprese appartenenti a settori diversi definiscono in maniera coordinata le proprie finalità di beneficio comune, collaborando per generare un impatto positivo sulla collettività“, ha dichiarato Marco Morganti, Presidente di Assobenefit ai microfoni di Affaritaliani.

Morganti ha continuato: “Una sorta di seconda amministrazione, privata e volontaria, orientata al bene comune. In Francia, ad esempio, le entreprises à mission, assimilabili alle Società Benefit italiane, prevedono forme di coordinamento territoriale attraverso comitati dedicati alla definizione di interventi nell’interesse collettivo. Ritengo che un’esperienza simile dovrebbe svilupparsi anche in Italia. Un ulteriore passo avanti potrebbe riguardare una maggiore focalizzazione degli obiettivi di beneficio comune. Oggi le Società Benefit possono definirli liberamente nei propri statuti, una scelta necessaria quando il modello è stato introdotto nel 2016. A distanza di dieci anni, però, sarebbe utile concentrarsi su un numero più limitato di obiettivi, concreti e strettamente collegati all’attività principale dell’impresa“.

“Per esempio, un’azienda calzaturiera può certamente perseguire finalità sociali o ambientali anche estranee alla propria produzione, ma il valore generato potrebbe essere ancora maggiore se questi obiettivi fossero integrati direttamente nell’attività aziendale. In questo modo, il beneficio comune diventerebbe una vera forma di ricerca e sviluppo, capace di creare modelli innovativi e replicabili anche da altre imprese”, ha concluso Morganti.

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