L’accordo sulla Groenlandia non è come ce lo ha raccontato Trump prima di firmarlo
Venerdì 18 settembre 2026 nello Studio Ovale, finisce una conferenza stampa. Poco dopo, su Truth Social, compare la versione ufficiale dei fatti: gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo permanente sulla sicurezza della Groenlandia «e su tutte le altre necessità».
Un accordo a «vita infinita». E una frase, soprattutto una, da tenere da parte: d’ora in poi nessun avversario degli Stati Uniti potrà avere una base, una presenza militare o fare investimenti sensibili in Groenlandia senza «la nostra espressa approvazione scritta». Il documento non c’è. Nessuno lo ha visto. Per quattro giorni: governi, televisioni e mercati discutono un accordo che esiste soltanto nel racconto di chi lo ha firmato.
Martedì 2 settembre a New York, nel Palazzo di Vetro, le firme vengono apposte, poi il testo esce. Su suggerimento di un’ottima giornalista di inchiesta, Antonella Silipigni, apro il fascicolo cercando l’approvazione scritta americana. Non c’è. Al suo posto una formula di cinque parole, dal sapore burocratico: “salvo accordo tra le Parti”. Le Parti sono tre. Nuuk, Copenaghen, Washington. Trump ha raccontato un comando. Sulla carta c’è un’altra cosa, più silenziosa: il potere di dire no. Molto più di quanto i suoi critici hanno voluto vedere e molto meno di quanto annunciato.
Il titolo del documento, letto con attenzione, è già un indizio. Nessuna cessione, nessun acquisto, nessun protettorato. È un accordo che modifica e integra il patto di difesa tra Stati Uniti e Danimarca del 27 aprile 1951. La sovranità resta danese, il diritto dei groenlandesi all’autodeterminazione è scritto nero su bianco. Ma oggi il potere non ha più bisogno di atti di vendita. Gli bastano le basi, i corridoi di movimento, e la possibilità di decidere chi resta fuori.
L’ articolo IX è militare. Nessun Paese fuori dalla NATO può aprire basi in Groenlandia, con o senza personale, né mantenervi una presenza militare stabile, a meno che le tre parti non siano d’accordo. Un solo no, e la porta resta chiusa. È il punto in cui il racconto di Trump si avvicina di più ai fatti, con una differenza che conta: Washington non comanda sull’isola. Può però impedire a chiunque altro di arrivarci con le armi.
L’articolo X, riguarda il denaro, e fatalità, nessuno ne ha parlato. Infrastrutture critiche, estrazione delle risorse: miniere, terre rare, porti. Il meccanismo è questo: un investitore legato a uno Stato fuori dalla NATO, fuori dai suoi partner e fuori dall’Unione europea cerca controllo, influenza significativa o accesso a informazioni riservate in un settore sensibile, e questo può minacciare la sicurezza. Regola: fuori. L’eccezione esiste. Ma per concederla devono essere d’accordo tutte e tre le parti. Washington compresa.
Su quest’ultimo punto è circolato di tutto, quindi serve precisione. Non esiste un veto americano su ogni miniera o su ogni impresa straniera. Esiste un divieto di partenza per le operazioni sensibili, e ogni deroga deve passare anche dal sì americano. L’Atlantic Council, a Washington, lo legge nello stesso modo: unanimità dei tre governi per gli investimenti sensibili che arrivano da fuori NATO e UE. Cercate la parola veto nel testo e non la troverete. Il meccanismo, però, è quello.
Poi c’è ciò che si vede sulle mappe. L’accordo autorizza l’espansione di Pituffik, la base nel nord-ovest, e apre due nuove aree di difesa: Narsarsuaq, nel sud, e Mestersvig, sulla costa orientale, dove oggi si muove la Pattuglia Sirius, i militari danesi a slitta. Washington può chiedere altri siti, ma la proposta passa da un comitato a tre. Novanta giorni senza intesa, e si sale ai viceministri. Poi ai ministri. E se anche i ministri non si accordano? Il testo, su questo, tace. Per radar, sensori e installazioni senza personale Danimarca e Groenlandia promettono una corsia accelerata. Mezzi americani liberi di muoversi tra le aree per terra, aria e mare. E alle navi pubbliche statunitensi, accesso subacqueo nelle acque territoriali. I sottomarini non vengono nominati. Ma quella parola, subacqueo, nell’Artico ha un solo significato operativo.
Il Golden Dome, lo scudo antimissile usato per mesi come movente ufficiale di tutta l’operazione, compare una volta. Una sola. Nel preambolo, come interesse comune. Nessun sito, nessun progetto, nessuna cifra. La premier danese Mette Frederiksen lo ha ammesso: sul contenuto non è stato deciso nulla. Una riga. E i titoli di mezzo mondo. Per trovare il punto debole di tutta l’operazione bisogna tornare indietro di settantacinque anni.
Patto del 1951, articolo XIV, paragrafo 2. Una frase che quasi nessuno ha letto: l’accordo, essendo in attuazione del Trattato Nord Atlantico, resta in vigore per la durata del Trattato Nord Atlantico. Non è l’unico aggancio. Le aree di difesa americane nascono, dice lo stesso patto, sulla base dei piani di difesa NATO, e Washington le gestisce in quanto parte del Trattato Nord Atlantico. Nel 2004 l’Accordo di Igaliku, quello che confermò Pituffik come unica base americana, si appese allo stesso chiodo: valeva finché valeva il patto del 1951. Pituffik, i radar, i sorvoli, gli accessi. Dalla Guerra fredda a oggi, tutta la presenza americana in Groenlandia pende da un solo punto. La NATO.
Mettiamo che Trump faccia davvero quello che ha minacciato più volte, e porti gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza. Il Trattato Nord Atlantico non sparirebbe, continuerebbe a vivere tra gli altri membri. Ma Washington non ne sarebbe più parte. E un accordo che esiste in attuazione di quel trattato, con basi assegnate sulla base dei piani NATO a un governo che agisce come parte della NATO, perderebbe il suo presupposto. Gli esperti di diritto internazionale di EJIL:Talk! lo hanno scritto già nel 2025: il testo del 1951 non dice espressamente che un ritiro americano lo farebbe decadere, ma la sua formulazione indica con forza che la partecipazione alla NATO è essenziale, e non esiste nessun’altra clausola di uscita.
Tradotto: le fondamenta su cui poggiano Pituffik, e domani Narsarsuaq e Mestersvig, si incrinerebbero. Non un crollo automatico. Un contenzioso in cui Copenaghen e Nuuk avrebbero in mano l’argomento più forte. C’è anche un dettaglio che il presidente dimentica volentieri: dal 2023 una legge americana vieta al presidente di uscire dalla NATO senza il via libera del Congresso. Uscire dall’Alleanza non si fa con un post. Ed è qui che il pattern diventa leggibile. Guardate il nuovo testo con questo sospetto in testa. Articolo I: la missione non è più soltanto difendere l’area del Trattato Nord Atlantico. Ora si parla di difendere l’area del Trattato Nord Atlantico, la Groenlandia e il continente americano. Articolo XI: nessuna data di fine, nessun riferimento alla durata della NATO. E il segretario di Stato Marco Rubio, il giorno dell’annuncio: la Groenlandia farà parte per sempre dell’area di difesa strategica del Nord America. Non dell’Atlantico. Del Nord America.
Mettete in fila questi tre reperti. In pubblico, un presidente che scuote la NATO. Sulla carta, i suoi negoziatori che costruiscono un accordo capace, forse, di camminare senza la NATO. ArcticToday arriva a scrivere che il testo del 2026 potrebbe sopravvivere alla fine dell’Alleanza. È una lettura plausibile, non una sentenza: il nuovo accordo integra quello del 1951, non lo cancella, e nessun tribunale ha mai deciso come convivrebbero le due clausole. Non esiste un documento che spieghi perché la durata sia stata scritta così. Esiste la sequenza. E la sequenza dice che qualcuno, a Washington, ha pensato a un’assicurazione contro lo scenario che il suo stesso presidente evoca.
Il paradosso però non si chiude. L’intero accordo usa la tessera NATO per decidere chi è amico e chi è nemico. Articolo IX: fuori le basi dei Paesi non NATO. Articolo X: fuori gli investitori da Stati non NATO e non UE. Il giorno in cui Washington uscisse dall’Alleanza, per la lettera del testo gli Stati Uniti diventerebbero proprio questo: uno Stato non NATO. Le loro aree di difesa restano autorizzate dall’accordo stesso, quindi non diventerebbero illegali da un giorno all’altro. Ma tutta l’architettura del recinto sarebbe costruita su una tessera che il suo principale beneficiario avrebbe strappato. E c’è di più. La clausola sull’indipendenza obbliga una futura Groenlandia a restare nella NATO. Nuuk verrebbe vincolata a un’Alleanza che Washington, nel frattempo, potrebbe aver abbandonato. Trump ha bisogno della NATO per restare in Groenlandia. La stessa NATO che Trump minaccia di lasciare.
Gennaio 2026. Davanti ai giornalisti, Trump è netto: stiamo parlando di acquisire, non di affittare, non di qualcosa a breve termine. Seguono mesi di minacce a un alleato, dazi minacciati contro diversi Paesi europei, la forza militare mai davvero esclusa fino a Davos. Otto mesi dopo, il 22 settembre, lo stesso uomo appone la sua firma sotto un testo che riafferma la sovranità e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e riconosce il popolo groenlandese come titolare del diritto all’autodeterminazione.
Leggete bene chi firma. Non è un comunicato di Copenaghen. Non è una dichiarazione di Nuuk. È un documento che porta il nome degli Stati Uniti d’America. E viene firmato alle Nazioni Unite, nell’edificio dell’organizzazione la cui Carta, all’articolo 1, mette l’autodeterminazione dei popoli tra i propri fini fondanti. Otto mesi prima, proprio gli esperti ONU avevano chiesto a Washington di rispettare il diritto internazionale e il diritto dei groenlandesi a decidere del proprio futuro. Il 22 settembre la risposta è arrivata. Con la firma del presidente.
Se un giorno un presidente americano tornasse a parlare di comprare o prendere la Groenlandia, si troverebbe davanti un testo firmato dal proprio Paese che dice il contrario. Trump voleva un titolo di proprietà. Ha firmato un riconoscimento scritto di non averlo. La concessione più importante dell’intero accordo non l’hanno fatta Danimarca e Groenlandia. L’ha fatta lui.
Parliamo del modello di potere che questa storia rivela, che è più moderno della conquista: la sovranità resta sulla carta, il controllo si trasferisce nelle clausole. Nessuna bandiera cambia. Cambiano le porte che si possono aprire.
Cina e Russia, nel testo, non ci sono. Ho controllato la versione ufficiale: l’accordo parla per categorie, mai per nomi. Eppure Pechino e Mosca sono ovunque attorno al documento. Nei post del presidente, nelle dichiarazioni dei suoi ministri, nelle risoluzioni con cui al Congresso si spiega chi va tenuto lontano dall’Artico. È uno scarto che dice molto. Pechino ha definito infondata la «minaccia cinese» e ha accusato Washington di usare la Cina come pretesto per i propri interessi.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha descritto la Groenlandia come un’eredità del colonialismo, non come una parte naturale della Danimarca. Sono voci di parte. La Cina difende il proprio spazio economico, la Russia si infila in ogni crepa dell’Occidente. Proprio per questo vanno registrate con nome, cognome e movente. Mostrano che la minaccia non è un dato oggettivo. È una narrazione, e ogni potenza la scrive a proprio vantaggio.
E poi ci sono loro, i groenlandesi. In questa storia compaiono quasi sempre sullo sfondo. Un sondaggio Verian del gennaio 2025: l’85 per cento non voleva diventare parte degli Stati Uniti. Gennaio 2026, un’altra rilevazione: ancora il 76 per cento di contrari. Il governo di Nuuk ha firmato, e rispetto al 1951, quando l’isola era trattata come una dipendenza coloniale e nessuno le chiedeva nulla, sedere al tavolo è un passo storico. Ma il sì di un governo non è il sì di un popolo. Resta aperta la domanda che conta: quanto potranno decidere i groenlandesi sulle basi, sui capitali, sui rischi per la loro terra. Non soltanto sul colore della bandiera.
25 settembre 2026. L’accordo non è ancora in vigore. Lo diventerà quando il parlamento danese e quello groenlandese avranno votato e Copenaghen avrà inviato una nota diplomatica a Washington. Il fascicolo resta aperto, e le domande sono già sul tavolo. Cosa accadrebbe a Pituffik il giorno in cui Washington uscisse dalla NATO? Chi pagherà basi, radar e scudo antimissile, e quando il Congresso vedrà il conto? Con quali regole Nuuk applicherà il divieto sugli investimenti, e chi deciderà cosa significa influenza significativa? Cosa succede se Washington chiede una nuova base e i ministri dicono no? E lo Stato che i groenlandesi potrebbero un giorno scegliere con un referendum, sarà libero di decidere, o troverà la decisione già presa?
Trump voleva comprare la Groenlandia. Ha finito per firmare due cose che non avrebbe mai voluto dire: che la Groenlandia non è sua, e che senza la NATO non ha un titolo per restarci. Si è preso le chiavi. Ma la serratura l’ha costruita l’Alleanza che lui minaccia. E la porta, ora c’è scritto nero su bianco, appartiene ai groenlandesi.


