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Cronache
"Lupi a 70 chilometri da Milano". L'allarme

di Silvio CECI

Avremmo voluto dar seguito ai  svariati articoli sulla selezione degli ungulati sull’Appennino Pavese, enclave lombarda tra Piemonte, Emilia Romagna e Liguria, per meglio illustrare le funzioni scientifiche e le valenze ambientali di tale attività, ma i fatti ci hanno spinto a cambiare l’argomento di questo articolo. Una mattina dello scorso mese di febbraio con  un gruppo di volontari  come sempre, a raggiungere nel pomeriggio Rocca Susella, comune con poche centinaia di abitanti, situato sulle colline che sovrastano la città di Voghera, dove si collabora con altre persone al controllo selettivo degli ungulati , diventati ormai invasivi e talora dannosi alle poche culture agricole ancora presenti. 

Ci raggiunse una telefonata di un collega selecontrollore, residente sul posto, che ci aiuta a foraggiare la fauna selvatica per contenere i danni ai campi e collabora alla manutenzione delle strutture fisse necessarie all’osservazione ed al prelievo dei capi in esubero. Il personaggio, di solito calmo e sicuro di se,  sembrava molto agitato e per sommi capi  illustrò il risultato dell’irruzione di un branco di lupi in un recinto elettrificato, sistemato temporaneamente presso la sua abitazione, dove era stato condotto la sera precedente da uno sventurato pastore un branco di pecore a pascolare.

Lo spettacolo che si è presentò fu oltremodo cruento. Sono esattamente cinquant’anni che, con fucile e senza fucile, si percorrono: montagne, selve, colline, pianure, tundre, banchise, savane e taighe, ma mai avremmo previsto uno spettacolo simile, a poche decine di metri dalle abitazioni di un paesetto dell’Oltrepò Pavese situato a soli settanta chilometri da Milano. 

Solo pochi anni or sono, se qualcuno avesse descritto una situazione simile non sarebbe stato creduto, esattamente come un nostro  caro amico, sergente della polizia slovena, quando annunciò nell’anno del Signore 1997 di aver visto cinque lupi vicino alla strada che congiunge Postumia alle pendici del Monte Nevoso. Quando raccontò quell’episodio in molti scoppiarono a ridere attribuendo la visione ad un vinello delle colline di Maribord, molto apprezzato dal nostro amico, che tutti chiamavano San Rocco in virtù dell’aureola che circondava la sua testa dopo le abituali abbondanti libagioni.I lupi peraltro sul Monte Nevoso c’erano, ci sono sempre stati e sono oggi tanti più di ieri!!I lupi ai nostri confini orientali sono aumentati dopo che la guerra in Bosnia li ha spinti verso Nord unitamente agli Orsi Bruni ed agli sciacalli dorati ,che incominciano ora a far notare la loro non sempre gradita presenza anche su Carso Triestino.La guerra non è stata tuttavia l’unica causa dell’incremento di tali animali che incominciano a far rilevare la loro presenza anche in zone dove si davano per estinti da più di un secolo. Lupi ed in qualche caso linci ed orsi vengono avvistati sulle colline nel nord dell’Ungheria ai confini con la Slovacchia ,in Carinzia ,nell’alta Carnia, in Trentino Alto Adige, sulle Alpi Orobie e persino in Svizzera ed in Baviera.Tutti ricordano l’episodio dell’Orso Bruno fatto abbattere in Baviera dalle autorità competenti, che nelle loro foreste, a torto o a ragione, non vogliono: né orsi, né lupi, in virtù del pericolo potenziale che possono rappresentare per le persone e per gli animali domestici .

Il Governo Sloveno e Croato, dopo una moratoria di alcuni anni, disposta su pressione della Comunità Europea, hanno nuovamente consentito gli abbattimenti di un numero predefinito di lupi per anno da parte di persone opportunamente selezionate attraverso severi corsi di preparazione. La stessa disposizione è stata presa dal governo di alcuni Cantoni Svizzeri ed è in discussione nella vicina Francia. Romania , Polonia, Bielorussia, Slovacchia, Bulgaria e Macedonia dove i lupi popolano numerosi da sempre le fitte selve della Masuria, dei Tatra, delle alpi Dinariche, dei Carpazi e dei Balcani hanno a loro volta stabilito da anni regolamenti volti all’attento monitoraggio ed al controllo numerico dei lupi, delle linci e dei numerosissimi orsi bruni, al quale sono invitati a partecipare talora anche alcuni qualificati selettori stranieri.La conservazione dei grandi predatori, pretesa ed auspicata da molti cittadini protezionisti, deve infatti coniugarsi in quei Paesi con le esigenze delle persone residenti, della pastorizia, del turismo e soprattutto della fauna selvatica, che in tutta l’Europa Centrale è fonte, non solo di danno alle culture ed alle foreste, ma di reddito ed occupazione.

La situazione in Italia sino ad un recente passato era molto diversa.L’antropizzazione del territorio(dagli anni quaranta agli anni settanta la popolazione è cresciuta del 35%), la cementificazione di molte aree turistiche e rurali vicine ai grandi centri urbani in forte espansione , il diffondersi degli impianti di risalita per gli sport della neve ed il massiccio moltiplicarsi dei mezzi di trasporto privato con il conseguente aumento della rete stradale ed autostradale, hanno contribuito fortemente, sino agli anni settanta, ad una diminuzione drastica della fauna selvatica di ogni specie, già non abbondante . 

La selvaggina in pochi anni diminuì ovunque certamente e soprattutto a causa della forte antropizzazione ed urbanizzazione di una parte non irrilevante delle campagne, dei boschi, delle brughiere e delle montagne.Ciò si verifico però tuttavia anche grazie al retaggio di una legge sulla caccia, in vigore sino al 1972, arcaica ed estremamente permissiva, che considerava tutti i predatori animali “nocivi” e la selvaggina di ogni specie: “res nullius”, come ai tempi dell’Impero Romano .La selvaggina minuta, già scarsa da almeno un secolo sul nostro territorio, tornò ad una relativa abbondanza solo per un breve periodo, almeno nel Centro Nord, nell’immediato dopo guerra, poiché durante il periodo bellico, al di la di qualche episodio di bracconaggio per fame ,l’attività venatoria non si poteva praticare . Il possesso di qualsivoglia arma da fuoco era infatti interdetto ai civili dalle autorità e gravemente sanzionato. L’abbondanza di selvaggina, la fame arretrata e la possibilità di raggiungere le campagne agevolmente con auto e motociclette da parte dei residenti nei grandi centri urbani, moltiplicarono sino agli anni settanta il numero dei cacciatori improvvisati, agevolati anche da una legge che consentiva a chiunque lo richiedesse la licenza di caccia. Tale legge inoltre, unica nel mondo civile ,permetteva in tutto il territorio nazionale l’accesso ai cacciatori nei terreni agricoli , nei pascoli e nelle selve senza autorizzazione alcuna da parte dei proprietari per catturare ed appropriarsi di animali selvatici considerati “di nessuno”. Le leggi sulla caccia mutarono radicalmente dal 1972, divenendo sempre più severe e restrittive. Si istituirono e si allargarono sempre più le zone protette, dovei si vietarono tassativamente tutte le attività che si presumeva potessero recare danno o pregiudizio all’ambiente, alla flora ed alla fauna . Furono dichiarate rigorosamente protette dalla legge specie di animali ormai divenute rare, o reputate in via di estinzione, anche se sino pochi anni prima erano per ufficialmente codificate “nocive” , tanto che ne veniva premiato ed incentivato abbattimento in ogni stagione con tutti i mezzi.Il numero degli improvvisati cacciatori cominciò gradualmente a diminuire ed oggi coloro che praticano tale attività sono ridotti a poco più di un terzo. Crebbero le tasse ed i costi per ottenere il “porto d’armi”, aumentarono i controlli e gli adempimenti burocratici ,si istituirono esami selettivi di idoneità all’attività venatoria e divennero sempre più rigorose le limitazioni all’acquisto ed alla detenzione delle armi. 

La licenza di caccia diventò pertanto sempre più difficile da ottenere, mentre si sviluppava, per reazione al permissivismo del passato, un sempre più forte movimento nella pubblica opinione contrario all’attività venatoria, considerata dannosa per l’ambiente e crudele verso gli animali. Tale attività veniva e viene esercitata nei dovuti modi in tutto il mondo civile, ma solo in Italia in virtù dell’immagine negativa derivata dal retaggio passato, si pensa possa sempre provocare seri pregiudizi per l’ambiente e agli animali. Il prelievo dei selvatici in esubero opportunamente controllato e gestito è provato essere, per contro, l’unica soluzione per conservare al meglio l’ambiente e la fauna selvatica . Un proverbio tedesco afferma: ”Niente caccia, niente selvaggina!”. I vincoli di ogni genere a tale attività e le restrizioni in Italia si sono moltiplicate invece dagli anni settanta in poi a dismisura, unitamente ad una costante e progressiva denigrazione e criminalizzazione da parte dei mezzi di informazione nei confronti di chi la pratica.

Oggi l’Italia ha il calendario venatorio più breve d’Europa e le sue leggi sulla caccia sono tra le più restrittive del mondo. Tutto ciò ha contribuito negli anni, unitamente ad altri importanti fenomeni a modificare la realtà: nei boschi, nelle montagne e nelle campagne italiane, che in quarant’anni gradualmente hanno cambiato volto. Le montagne non interessate ad attività turistiche, le colline non si coltivate vigneti di alta qualità e persino alcune parti delle campagne di pianura, hanno incominciato gradualmente a spopolarsi grazie allo sviluppo industriale iniziato nel dopo guerra ed oggi sono spesso quasi in abbandono. L’agricoltura di montagna va sparendo, salvo eccezioni riguardanti essenzialmente le Regioni autonome Nord Orientali delle Alpi, dove vige una legge speciale nella trasmissione ereditaria dei fondi rustici e dove è fortemente sovvenzionata con fondi pubblici . Lo stesso sta avvenendo sulle colline e sull’Appennino, dove i villaggi che contavano migliaia di abitanti, oggi sono popolati da poche centinaia di persone, per lo più anziane, o addirittura in stato di totale abbandono. Le selve vanno sostituendo i campi nel passato coltivati: a cereali ,leguminose ,frutta, pascolo, vite ed ulivo. L’agricoltura meccanizzata intensiva e razionale di oggi richiede terreni poco scoscesi agevolmente raggiungibili con i mezzi e manodopera infinitamente meno numerosa che nel passato. Diventano inoltre sempre maggiori le superfici coltivate necessarie a sostenere economicamente gli investimenti indispensabili alla meccanizzazione. Sempre maggiori peraltro sono i ricavi sufficienti a coprire i costi burocratici e di varia natura generati dai requisiti imposti da sempre più restrittive ed invasive norme comunitarie per la conservazione, la prima trasformazione delle derrate e la loro commercializzazione. Si sta progressivamente ponendo fine all’esistenza della piccola proprietà contadina, tipica delle zone collinose e di montagna, ma gradualmente anche di quella esistente in pianura. Si tenta di salvare il salvabile e di trattenere i pochi operatori rimasti con incentivi e riconoscimenti particolari alle coltivazioni tipiche, con la protezione legale delle “denominazioni d’origine”, con la promozione mediatica delle culture biologiche, con la possibilità di vendite dirette al consumatore e con il finanziamento dell’attività agrituristica; non sempre e dovunque tuttavia: denominazioni d’origine, culture biologiche, piccolo allevamento ed agriturismo consentono un’accettabile redditività. Si è tentato infine, in un recente passato di mettere a frutto le foreste e gli incolti, allevando in recinti animali selvatici quali: cinghiali ,cervi ,daini e caprioli allo scopo di immettere sul mercato saporite carni alternative di selvaggina, che da sempre vengono importate dall’estero e vendute nei supermercati. 

La rottura casuale di alcuni di tali recinti unitamente alla situazione ambientale sopra descritta ed a reintroduzioni pilotate poste in essere da alcune associazioni di cacciatori e delle autorità preposte alla gestione di alcune aree protette, ha peraltro contribuito, a ripopolare di ungulati l’Appennino Centro Settentrionale ed in parte le Alpi e le Prealpi. Una presenza non sporadica di ungulati provenienti da: Zone Protette, Parchi Regionali, Parchi Nazionali , montagne e colline sta interessando ormai anche alcune zone di pianura con danni alle culture intensive e gravi pericoli per la circolazione. Alcuni giorni fa è stato catturato un cervo nel centro di Monza ed è stato quindi nuovamente liberato sulle montagne del Lecchese da dove proveniva. Gli ungulati rappresentano certamente un’opportunità dal punto di vista economico ed ambientale, ma la loro presenza, specie se eccessivamente numerosa, confligge con l’agricoltura residua sulle colline come: la frutticultura, i vivai, la viticultura di alta qualità ,danneggia fortemente le coltivazioni intensive di pianura ed è pericolosa, sia per l’integrità sanitaria degli allevamenti, che per la circolazione stradale. Si sono studiati pertanto, come avviene nel resto d’Europa, piani razionali di prelievo degli ungulati, la cui carne comincia ad avere un’importanza economica non irrilevante, ma volti anche a controllarne le caratteristiche biometriche e lo stato di salute. I piani di prelievo sono scientificamente studiati da specialisti in materia e posti in essere da persone tecnicamente preparate . Si cerca così di coniugare l’esistenza di un ragionevole numero di animali selvatici, in salute e presenti in quantità adeguata nelle foreste alle risorse alimentari del territorio, con la salvaguardia: del bosco ,dei pascoli, delle culture agricole, degli allevamenti e delle persone. Si provvede inoltre talora, se la stagione e le condizioni del territorio lo richiedono, al foraggiamento degli animali nei boschi di collina e di montagna per osservare e controllare meglio gli animali e soprattutto per evitare che, per carenza di cibo, scendano al piano ed invadano i coltivi. Cacciatori e guardiacaccia in alcuni Paesi pongono in essere addirittura coltivazioni a perdere nei boschi, onde trattenervi la selvaggina ed evitare sconfinamenti di animali sulle strade e nei coltivi; ciò viene fatto anche in Italia in alcune Aziende Faunistiche Private ed in alcuni tra i più organizzati Ambiti Territoriali di Caccia. I predatori tuttavia e nella fattispecie i lupi, rigorosamente protetti in Italia da più di quarant’anni, hanno a loro volta profittato della situazione. 

I lupi in Italia al principio degli anni settanta ammontavano a poco più di un centinaio ,confinati essenzialmente nel Parco Nazionale d’Abruzzo e sui monti limitrofi ,mentre qualche isolato esemplare si diceva esser ancora presente in Calabria nelle foreste della Sila . Il lupo appenninico italico ha gradualmente ripopolato in quarant’anni l’intera dorsale Centro Settentrionale degli Appennini e fa oggi rilevare una presenza non sporadica in alcune zone delle Alpi Occidentali e Centrali. I lupi che ripopolano i monti italiani sono proprio tutti provenienti dall’Abruzzo? Questa domanda se la stanno ponendo in molti da alcuni anni ; le leggende metropolitane e silvestri hanno proliferato e si moltiplicano senza limiti. La Provincia di Savona, ricchissima di ungulati, a detta dei responsabili e dei naturalisti più accreditati, sino a pochi anni or sono non faceva rilevare presenza alcuna di lupi ,che pur erano presenti in provincia di Genova, Alessandria, Cuneo, Torino , Imperia e sui monti della vicina Francia. Un’indagine del Parlamento Francese, su sollecitazione delle organizzazioni agricole transalpine, ha accertato la presenza nella sola Francia Meridionale di oltre cento recinti dove venivano e sono custoditi a scopo di studio e attrazione turistica esemplari di “Canis Lupus”, importati quasi certamente da paesi dell’Est Europa. Ho avuto io stesso l’opportunità di visitarne uno dove si custodivano anche orsi e linci. Un fortuito guasto alle recinzioni , altre operazioni volontarie o involontarie dei custodi proprietari possono certamente aver provocato negli anni scorsi fuoruscite e fughe di esemplari, i cui discendenti mescolati con i fratelli di provenienza appenninica, ritroviamo oggi in Francia e forse sui nostri monti a cibarsi ,certamente di ungulati selvatici, ma soprattutto delle residue pecore, capre e vitelli che a gran fatica si riescono ancora ad allevare nelle nostre valli. I lupi in Italia si calcolano oggi essere oltre il migliaio, mentre qualcuno afferma superino ormai i milletrecento esemplari. La figura del lupo , temuta e demonizzata nel passato in tutta l’Europa, è stata rivalutata dagli anni settanta, specialmente in Italia, con la famosa “operazione San Francesco” voluta dal WWF, che ha avuto come ideatore animatore lo zoologo Boitani. Boitani scrisse allora un famoso volume intitolato “Dalla parte del lupo” nel quale si spese in ogni maniera per accreditare il predatore come animale assolutamente innocuo per l’uomo e marginalmente dannoso all’allevamento, vittima nel passato di pregiudizi e di inutili e crudeli persecuzioni. Tale cultura ha fatto scuola e premio fino ai giorni nostri, anche se numerosi ed accreditati naturalisti vissuti in un recente passato non confermano le stesse teorie . Il lupo fu dichiarato in ogni caso protetto nel 1972 dal ministero dell’agricoltura ed oggi l’uccisione di questo animale può comportare sino a diciotto mesi di reclusione ,cinquemila euro di ammenda e la revoca perpetua della licenza di caccia.

Dagli anni settanta ad oggi i tentò e si continua a tentare peraltro di accreditare il lupo, attraverso tutti i mezzi di comunicazione , come animale assolutamente innocuo per l’uomo e di nessun danno per la selvaggina e per gli animali domestici. Si indennizzarono e si indennizzano con soldi pubblici i pastori per le sporadiche perdite causate dai lupi. I predatori ritornati finalmente nelle selve si è pensato e si crede debbano rivelarsi i migliori selettori per contenere il numero degli ungulati, soluzione ideale a sostituire per sempre gli odiati fucili. Quanto l’uomo teorizza sui fenomeni naturali tuttavia non sempre ha riscontro nella realtà. Il lupo è animale scaltro e soprattutto razionale e pertanto trova più semplice ed economico attaccare greggi di pecore, o di altri animali domestici che dar la caccia all’astuta e veloce selvaggina. La realtà attuale dell’Italia peraltro ,paese estremamente antropizzato rispetto all’estensione del territorio, pur disponendo di aree protette, non è quella dei territori dove si trovano i grandi parchi nazionali americani o africani ,spesso estesi quanto un a provincia o una regione italiana, circondati da zone selvagge e poco abitate.

La realtà attuale non può poi neppur tornare ad essere quella di un’Italia dei secoli passati, quando gli abitanti erano pochi milioni di individui e le selve coprivano gran parte del territorio. Si vedrà in seguito tuttavia come, anche nei secoli passati, i problemi di convivenza dell’astuto predatore con l’uomo furono tutt’altro che idilliaci ed irrilevanti. Lo sconfinamento del lupo, che in un giorno può percorrere più di quaranta chilometri, in aree agricolo pastorali limitrofe alle aree protette, o addirittura nelle aree antropizzate è oggi in Italia inevitabile. Il fenomeno non riguarda ormai solo le zone limitrofe ai Parchi Nazionali, dove peraltro, al di fuori di quello d’Abruzzo, la presenza del lupo non era affatto prevista, ma tutta la dorsale appenninica Centro Settentrionale dove al Parco d’Abruzzo si sono aggiunti :il Parco dei Sibillini ed altre numerosi Parchi Regionali dal Lazio alla Liguria . Gli attacchi al bestiame domestico si susseguono sugli

Appennini e sulle Alpi, le lamentele del mondo agricolo pastorale crescono, mentre aumentano i costi dei risarcimenti per la Pubblica Amministrazione. Si tenta da qualche parte di attribuire le aggressioni a torme di cani randagi rinselvatichiti , incrociati in qualche caso con i lupi e quindi di evitare gli indennizzi, ma poi in qualche caso ,come di recente è avvenuto in Provincia di Grosseto, i pastori per reazione si fanno giustizia da soli. E’ certamente vero che, specie nel periodo estivo, molti abbandonano i cani e che ,specie nel Centro Sud la presenza di cani randagi, non solo nelle campagne è quasi normale. Questi animali abbandonati a se stessi diventano talora aggressivi per uomini ed animali domestici ,ma normalmente per dimensione e forza fisica non sono in grado di uccidere e sbranare pecore e vitelli. Il potenziale attacco dei lupi rende per contro necessari recinti con corrente elettrica per il bestiame ed una sorveglianza dei greggi costante nelle ventiquattro ore e ciò comporta un forte aggravio dei costi di produzione del latte rispetto al passato . La presenza del predatore inoltre, al di la delle uccisioni, spaventa gli animali domestici, provoca aborti ed arresti della produzione lattifera e rischia di rendere ulteriormente antieconomica la residua a attività pastorale presente sui nostri monti. Ciò andrebbe ogni tanto ricordato a chi afferma che la presenza del lupo rappresenta per i nostre aree montane un’opportunità. Occorre inoltre a questo punto porsi anche un’ulteriore domanda :I lupi sono pericolosi per l’uomo? Gli attacchi all’uomo in Italia in epoca recente a me noti si riducono sino ad ora ad un solo caso, accaduto in Provincia di Cuneo, dove un pastore subì un’aggressione presso una fontana mentre era intento ad abbeverare le sue pecore. Fu ricoverato in ospedale con prognosi di quindici giorni. La stampa ignorò l’episodio, che ebbi occasione di conoscere solo attraverso una trasmissione televisiva di un canale specializzato in materia. Lo spettacolo delle trentadue pecore sbranate a Rocca Susella non è stato tuttavia un fulmine a ciel sereno; erano mesi che nella zona si rinvenivano tracce di lupi, che li si sentiva ululare la notte e che qualche operatore del territorio li ha visti più volte .Si calcola che in quell’area gravitino branchi assommanti a circa ventotto esemplari. Un tarlo da allora tuttavia ha cominciato a frullare nella  testa :”sarà proprio vero che, come dice Boitani unitamente ad altri i naturalisti di oggi , il lupo è innocuo per l’uomo? E’ proprio vero che anche in passato le poche aggressioni avvenute fossero opera di animali affetti da idrofobia?” Iniziata qualche ricerca bibliografica ed un volume edito solo pochi anni or sono ci ha lasciati sconcertati! Il volume si intitola: ”l’Uomo e la Bestia Antropofaga ”Storia del lupo nell’Italia Settentrionale dal XV al XIX secolo a cura di Mario Comincini professore di Paleografia Diplomatica Archivistica ed Ispettore Onorario della Soprintendenza Archivistica per la Lombardia. Compilatori dell’opera non sono naturalisti ,ma uomini d’archivio e studiosi di documenti relativi a fatti del passato, utilizzatori scrupolosi di metodologie d’indagine archivistica anche di natura quantitativa. Alcuni dati riportati nell’opera sono scioccanti! Si evince da sicure fonti di origine civile(resoconti di polizia) ed ecclesiastica(funerali e sepolture di corpi o parti di corpi) che nelle Provincie di: Bergamo, Biella, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Milano, Mantova, Novara, Pavia, Sondrio, Verbania, Vercelli e nei Cantoni Svizzeri Grigioni e Ticino furono uccisi con certezza dal 1401 al 1900 lupi 1027 dei quali la metà dal 1801 al 1900. Ebbero luogo secondo le medesime fonti nello stesso periodo ben 562 interazioni tra persone e lupi delle quali l’82% con esito letale per l’uomo.

Il 27%delle persone fu divorato, il 34%ucciso,il 4%morto per ferite, il 17%morto per rabbia ! Il picco degli attacchi non era nei mesi invernali, come una certa letteratura fa credere, ma nei mesi da maggio a settembre quando i contadini attendevano ed attendono ai lavori dei campi ed i bambini ancora in tenera età erano adibiti alla custodia del bestiame al pascolo. Un picco di attacchi ancor più concentrato nei mesi dei raccolti 86 attacchi su 123 totali si verificò in epoche più recenti e documentabili dal 1801 al 1825. La provincia dove i 379 attacchi mortali furono più numerosi fu Biella con 94, seguita da Milano con 55 Varese con 51, Novara con 29 e Vercelli con 25 .Il 39% dei casi si verificò dal 1801al 1900, il 15%dal 1701 al 1800 ,il 31%dei casi dal 1601 al 1700,il rimanente 15%dal1401al 1600. In tutti questi periodi si sono moltiplicate le ordinanze di sindaci, prefetti e responsabili dell’ordine pubblico affinché si evitasse di lasciare soli donne fanciulli con animali al pascolo. La presenza dei predatori destava in tutto il Nord

Italia forte allarme sociale e numerosissime sono le ordinanze delle autorità volte ad organizzare caccie collettive, anche con l’impiego di reparti delle forze armate ed alla costruzione di trappole chiamate fosse luparie. Si fecero arrivare in qualche caso esperti cacciatori anche dall’estero, mentre normale fu la pratica di premiare con danaro gli uccisori dei lupi. Molte sono le considerazioni che possono essere fatte su tali situazioni e sui numeri sopra esposti paragonando le condizioni di vita rurale del passato a quelle del presente e quindi calibrando alla luce di questo, il pericolo che oggi possono ancora rappresentare i lupi per gli uomini, ma soprattutto per le donne ed i bambini, che nel passato furono coloro che più pagarono con la vita le attenzioni del famelico predone. Il volume di Comincini riporta numerosi raccapriccianti resoconti di polizia riguardanti miseri resti di donne e soprattutto di bambini rinvenuti nella foresta dove furono aggrediti e sbranati dai lupi, anche in presenza di altre persone impotenti a soccorrerli poiché sprovviste di armi adeguate .

Oggi donne e bambini non conducono più al pascolo il bestiame, ma fanno passeggiate nei boschi per respirar aria buona o coglier funghi e frutti silvestri. Un tempo nel bosco i non addetti ai lavori non andavano affatto, oggi spesso cittadini, più o meno avvezzi ai sentieri si1vestri, frequentano boschi e brughiere per escursioni o scampagnate. Un tempo non ci si spostava molto dal luogo di residenza ;il contadino ed il pastore erano esperti dei luoghi dove abitavano, prati ,brughiere e selve non avevano segreti per loro e direttamente o indirettamente ne conoscevano i pericoli .Oggi il cittadino per raccogliere funghi ,fiori o frutti spesso si avventura ignaro in zone che non conosce. La situazione generata dalla presenza del lupo in Italia non voglio dire sia ad un livello di guardia, ma merita attenzione. 

Sarebbe opportuno che autorità e mezzi d’informazione non sottovalutassero il problema dando per scontata la presunta innocuità del predatore, succubi timorosi di un animalismo di maniera, sempre più estremista ed aggressivo. Sarebbe necessario invece impegnare tutti gli interessati al problema, coordinati dall’autorità scientifica rappresentata dall’Istituto Nazionale per l ’Ambiente e la Fauna Selvatica a ciò preposta, a monitorare con unità di intenti conoscitivi il fenomeno, per adottare in futuro provvedimenti idonei a salvaguardare le esigenze di tutti. 

Il pensiero di vedere domani una persona ridotta come quelle pecore non cii lascia tranquilli, forse una conoscenza più approfondita ed obiettiva del problema aiuterebbe a prevenire qualche tragico episodio.

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