Succede a Milano, ma è una situazione comune a tante, troppe, famiglie italiane. La chiusura delle scuole per via dell’innalzamento della curva dei contagi è una scelta dolorosa, che certamente non viene presa a cuor leggero dalle istituzioni, con il comprensibile obiettivo di limitare i danni.
Pur comprendendo la ratio di tali decisioni, ci sono molti motivi per essere perplessi. In primo luogo è tutto da dimostrare che le misure di sicurezza adottate nelle classi, soprattutto tra i più piccoli, non siano poi una garanzia superiore di sicurezza rispetto agli assembramenti che invece continuano a verificarsi nelle strade e nelle aree giochi, ben poco sorvegliate anche dove se ne dispone il divieto di utilizzo.
Poi c’è l’enorme questione dei genitori: se si chiudono le scuole, ma le attività lavorative vanno avanti, si crea un ulteriore problema di organizzazione a nuclei sempre più ridotti, dove è molto raro avere un supporto da nonni o altri parenti.
A questo si lega la considerazione di fondo, sulla quale è necessario riflettere: se è pericoloso stare in una classe, non lo è di meno stare fianco a fianco in ufficio, in fabbrica o sull’autobus. Con troppa facilità si dispone la chiusura di tutto ciò che non produce soldi in maniera diretta (le scuole, ma anche palestre, piscine e attività sportive in genere), disconoscendone il fondamentale valore sociale.
Le mamme del quartiere di Baggio, periferia ovest di Milano, hanno l’enorme merito di essersi attivate per mettere in campo una soluzione concreta: se la scuola all’aperto la facciamo noi, perché non provare a farla anche con le insegnanti? La loro battaglia fa eco a quella di altri genitori di tutta Italia, ugualmente esasperati e in difficoltà nel spiegare ai loro figli come mai si debba privarli di quella esperienza di socializzazione che conta tanto quanto la didattica vera e propria.
Tutto questo si inserisce nel solco di analoghe iniziative e prese di posizione di studenti delle scuole superiori (ma anche medie), che a più riprese hanno gridato la loro rabbia nei confronti della didattica a distanza, intesa come soluzione facile e autoassolutoria, che consente ai decisori di non impegnarsi per trovare una via di uscita più impegnativa. Erano anni che non si vedevano mobilitazioni così frequenti e convinte da parte dei giovani e dei loro genitori, spesso al loro fianco anche nelle occupazioni. E’ un grido di dolore sempre più forte, che chiede di essere ascoltato.

