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Incentivi allo sviluppoItalia, la soluzione per crescere

Incentivi allo sviluppoItalia, la soluzione per crescere
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In questi giorni sono ormai in approvazione la riforma della Pa e la Buona Scuola.
Sulla prima l’iter parlamentare sembra aver ammorbidito alcuni punti sulla licenziabilità dei dirigenti e aver introdotto alcuni spunti innovativi sul tema dei concorsi pubblici.
La Buona Scuola invece, seppur ferocemente osteggiata dai sindacati, contiene alcuni elementi molto positivi (il ruolo più autonomo e responsabile del Preside, il buono Scuola ) e alcuni potenzialmente critici (assunzione dei “precari”).
Entrambe le riforme mi sembrano migliorabili, ma accomunate da una maggiore attenzione all’etica pubblica, alla responsabilizzazione dei dipendenti pubblici e all’efficienza della macchina dello Stato.
Gli effetti di queste riforme impiegheranno qualche tempo a diventare “visibili” e ad introdurre più Meritocrazia nel Paese (n.d.a. : Trasparenza, Qualità del sistema educativo e Libertà economica sono tra i punti più importanti per introdurre maggior Merito http://www.affaritaliani.it/economia/meritocrazia090215.html ), ma la direzione è corretta .
Nonostante questi buoni risultati però la situazione del Paese rimane abbastanza critica soprattutto in prospettiva futura. Il problema principale è infatti la scarsa crescita. Senza crescita sarà difficile mantenere welfare, presenza dello Stato e sostenibilità delle pensioni. Anche quest’anno infatti, nonostante il contesto macroeconomico favorevole (quantitative easing, prezzo basso del petrolio etc.), cresciamo molto poco.
Perché? Le riforme di questo governo stanno favorendo la ripresa?
Non è certo semplice rispondere a questa domanda, ma la mia opinione è che stiamo insistendo troppo sulla redistribuzione e poco sull’incentivo allo sviluppo. In un momento in cui la “torta” non cresce redistribuire le fette può sembrare giusto, ma può portare anche ad un avvitamento pericoloso verso il basso.
Sono sicuramente misure redistributive e di equità sociale i famosi 80 euro e l’assunzione dei precari nella Scuola. Più controverso è lo sgravio contributo per i contratti a tutele crescenti del Jobs Act, da cui ci si aspettava una crescita dell’occupazione, ma che ha portato essenzialmente ad una trasformazione di contratti precari in contratti stabili
Il governo ha scelto quindi di onorare i debiti passati, di favorire l’occupazione stabile e di trasferire risorse ai più bisognosi. Più o meno coscientemente ha puntato su misure che mettono lo Stato al centro del welfare e che insistono sull’occupazione stabile.
Su questo orientamento e sulla possibilità di avere crescita in questo modo ho qualche dubbio.
Innanzitutto questo attivismo dello Stato, insieme ad una spending review ancora poco incisiva, ha impedito di abbassare sensibilmente la pressione fiscale. Qualche diminuzione si è vista sull’Irap per le grandi aziende, ma la pressione fiscale su liberi professionisti e Pmi è sempre più insostenibile (si parla ormai di oltre il 65%).
Tassare questo tipo di soggetti “a vantaggio” delle grandi imprese può sembrare una buona strategia, ma in realtà ha effetti molto negativi in termini di crescita.
Innanzitutto parliamo della grande maggioranza di chi produce lavoro e ricchezza in Italia.
Secondariamente, se le grandi imprese hanno un focus sull’efficienza e sull’aumento della loro marginalità, liberi professionisti e Pmi, se ben incentivati, producono più crescita e soprattutto più innovazione di prodotti e servizi.
Questi due fattori combinati sono importanti perché fanno crescere potenzialmente sia l’export che la domanda interna. Quest’ultima è infatti potenzialmente stimolata dalla possibilità di nuovi consumi di servizi e prodotti. Diminuire la pressione fiscale su questi soggetti, soprattutto sulle nuove iniziative, sarebbe quindi un incentivo alla crescita e all’innovazione molto più forte che non le misure viste sinora.
Secondariamente il focus sui contratti a tempo indeterminato nelle grandi aziende mi sembra un po’ anti storico. Il lavoro diventa infatti ovunque più flessibile e più autonomo e penalizzare chi da solo si crea un occupazione non mi sembra una buona strategia. Prendere come modello il lavoro stabile invece che rendere più semplice e conveniente la possibilità di fare impresa mi sembra anche molto diseducativo per le nuove generazioni e meno interessante in termini di mobilità sociale.
Basta vedere quanti talenti italiani scelgono di andare a fare impresa in Uk o negli Usa portandosi dietro valore, sviluppo e innovazione.
L’ultimo punto riguarda le nomine pubbliche e la loro trasparenza. Niente da dire sulle persone scelte ultimamente, in alcuni casi di grandissima qualità, ma sembra che non si sia ancora trovato un metodo chiaro per le nomine al di là della prossimità al “potere”.
Addirittura nel caso della Cdp non si è atteso il termine del mandato degli amministratori, con la conseguente verifica dei risultati, e si è scelto di indicare un nuovo Presidente.
In futuro si spera di avere un metodo più trasparente nelle nomine. Forse in questo modo si possono evitare critiche e contribuire perché no alla Crescita.

Nicolò Boggian