Alla prima prova della Maturità 2026 è uscita anche la Proposta C2 con un brano di Mario Calabresi tratto da Alzarsi all’alba. Affaritaliani.it ha sottoposto la traccia all’intelligenza artificiale. Qui sotto pubblichiamo uno svolgimento possibile generato dall’AI
La traccia su Mario Calabresi svolta dall’intelligenza artificiale
Alla prima prova della Maturità 2026 gli studenti hanno trovato anche una traccia di tipologia C, dedicata all’idea di “fatica” a partire da un brano di Mario Calabresi tratto da Alzarsi all’alba. Il testo chiede di riflettere sul significato della fatica oggi, tra impegno personale, scorciatoie promesse e lavori ancora duri o poco riconosciuti.
Affaritaliani ha sottoposto la traccia all’intelligenza artificiale. Il testo pubblicato sotto è uno svolgimento possibile, costruito come elaborato di uno studente di quinta superiore preparato. Qui il prompt: “Devi svolgere questa traccia della prima prova della Maturità 2026 come se fossi uno studente di quinta superiore preparato. Devi produrre solo uno svolgimento possibile della traccia, ordinato, credibile e adatto a un esame di maturità.”
PROPOSTA C2
Testo tratto da: Mario Calabresi, Alzarsi all’alba, Mondadori, Milano, 2025, pp. 10-11.
«Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili.
Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.
Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile.
Ho visto la parola «fatica» assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. […]
Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata.
Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta.
Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.»
Traendo spunto dalle tue esperienze, dalle tue conoscenze e dalle tue letture, rifletti sull’idea di “fatica” che emerge dal brano riportato ed esponi le tue considerazioni. Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto.
Lo svolgimento dell’AI
La fatica che costruisce e quella che consuma: una parola diventata scomoda
Nel brano tratto da Alzarsi all’alba, Mario Calabresi riflette su una parola che oggi sembra quasi fuori moda: “fatica”. L’autore distingue due aspetti diversi. Da una parte c’è la fatica da cui il Novecento ha cercato giustamente di liberarci: quella dei lavori disumani, delle condizioni di vita durissime, della povertà, della mancanza di diritti. Dall’altra, però, esiste una fatica diversa, più interiore e formativa, fatta di dedizione, pazienza, costanza e tenacia.
Questa seconda idea di fatica, secondo Calabresi, è stata progressivamente rimossa. Si è diffusa la convinzione che si possa ottenere tutto senza sforzo, come se ogni difficoltà fosse un ostacolo inutile e non una parte naturale del percorso. È una riflessione molto attuale, perché viviamo in una società che spesso promette risultati rapidi, successi immediati, scorciatoie continue. Ma non tutto ciò che vale può essere raggiunto senza impegno.
Nella mia esperienza di studente, la fatica non è sempre qualcosa di negativo. Studiare per un’interrogazione difficile, preparare un esame, allenarsi in uno sport, imparare a suonare uno strumento o portare avanti un progetto richiede tempo e costanza. A volte è frustrante, perché i risultati non arrivano subito. Però proprio questa lentezza insegna qualcosa.
La fatica, quando è legata a un obiettivo scelto e non imposto in modo ingiusto, aiuta a conoscersi meglio. Fa capire i propri limiti, ma anche la possibilità di superarli. Nessuno nasce già preparato, già competente, già capace. Anche le persone che ammiriamo per il loro talento hanno quasi sempre alle spalle anni di esercizio, errori, tentativi e rinunce.
In questo senso, pensare di poter evitare ogni fatica rischia di renderci più fragili. Se ci abituiamo all’idea che ogni difficoltà sia sbagliata, appena incontriamo un ostacolo lo viviamo come un fallimento. Invece molte difficoltà fanno parte del processo. Non sempre sono piacevoli, ma possono essere utili.
Calabresi scrive che “non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno”. Questa frase colpisce perché riguarda molto il nostro tempo. I social network, per esempio, mostrano spesso solo il risultato finale: il successo, il viaggio, il corpo perfetto, il voto alto, il lavoro desiderato. Quasi mai mostrano il percorso, la fatica, le giornate storte, le rinunce.
Così si crea l’illusione che tutto debba arrivare subito. Se non arriva, pensiamo di essere noi sbagliati. Ma la vita reale è diversa. La maggior parte delle conquiste richiede continuità. Anche a scuola lo si vede bene: non basta studiare tutto la sera prima, non basta affidarsi alla fortuna, non basta trovare il riassunto più veloce. A volte può funzionare, ma non costruisce davvero conoscenza.
Questo non significa esaltare la sofferenza o pensare che più una cosa è faticosa più abbia valore. Sarebbe un errore. Significa, piuttosto, riconoscere che alcune fatiche sono inevitabili e possono avere un senso. Eliminare ogni sforzo dalla vita non rende necessariamente più liberi; può renderci meno preparati ad affrontare la realtà.
Nel brano c’è anche un passaggio molto importante: Calabresi ricorda che molte persone non possono permettersi di liberarsi dalla fatica. Si alzano all’alba, fanno lavori ripetitivi e pesanti, non hanno orari, si prendono cura degli altri senza sosta. Questa è una fatica diversa da quella dello studio o della crescita personale. È una fatica spesso subita, non scelta, e molte volte non riconosciuta.
Penso ai lavoratori che svolgono mansioni essenziali ma poco valorizzate, a chi fa turni lunghi, a chi assiste familiari malati, a chi mantiene una famiglia con stipendi bassi, a chi lavora di notte o nei giorni festivi. Senza queste persone, una parte della società si fermerebbe. Eppure spesso restano invisibili.
Per questo bisogna stare attenti a non parlare della fatica in modo superficiale. Dire che “la fatica fa bene” può essere vero in certi casi, ma non in tutti. La fatica che nasce da uno sfruttamento, da una mancanza di diritti o da una condizione ingiusta non va celebrata. Va ridotta, rispettata, compensata meglio. Un conto è l’impegno necessario per crescere; un altro conto è la fatica che schiaccia le persone.
Secondo me il punto è trovare un equilibrio. Non dobbiamo rimpiangere un passato in cui la vita era più dura e molte persone avevano meno possibilità. È giusto che la società cerchi di alleggerire le fatiche inutili, di migliorare il lavoro, di usare la tecnologia per rendere la vita meno pesante. Sarebbe assurdo pensare che la sofferenza sia un valore in sé.
Allo stesso tempo, però, non possiamo eliminare dalla nostra educazione l’idea dell’impegno. Una generazione cresciuta con la promessa che tutto debba essere semplice rischia di sentirsi persa davanti alle difficoltà. La scuola, la famiglia e la società dovrebbero insegnare che la fatica non è sempre una punizione. Può essere anche il segno che stiamo costruendo qualcosa.
La fatica migliore è quella che non umilia, non sfrutta e non annulla la persona. È quella che accompagna un percorso, che rende più consapevoli, che insegna la pazienza. Non deve diventare un culto, ma nemmeno sparire dal nostro vocabolario.
Il brano di Calabresi invita a recuperare una parola che abbiamo forse semplificato troppo. “Fatica” non significa solo stanchezza, dolore o sacrificio inutile. Può significare anche cura, responsabilità, durata, fedeltà a un obiettivo. Però bisogna distinguere tra la fatica che costruisce e quella che consuma.
La prima può aiutarci a crescere. La seconda deve essere riconosciuta e combattuta quando diventa ingiustizia. In entrambi i casi, non dovremmo ignorarla. Perché una società che non capisce più la fatica rischia di non capire né il valore dei risultati né il valore delle persone che, ogni giorno, continuano silenziosamente a reggere una parte del mondo.

