Sessantamila persone che premono alle porte dell’enclave europea di Ceuta. Uomini, donne, ragazzi. Un esodo probabilmente favorito, se non addirittura eterodiretto, dal Marocco per ragioni geopolitiche. Una crisi complessa che impone lucidità, fermezza e capacità diplomatica.
Eppure la prima reazione non è stata quella di interrogarsi sul dramma umano che avevamo davanti agli occhi, ma quella di burocratizzarlo. In poche ore il dibattito si è trasformato in un esercizio amministrativo: Schengen sì, Schengen no; frontiere da chiudere; proclami muscolari; dichiarazioni pensate più per i social che per affrontare una situazione straordinaria. Persino la proposta di sospendere Schengen nei confronti della Spagna si è rivelata, alla prova dei fatti, giuridicamente assurda. Ma questo conta poco. L’importante era lanciare un messaggio, alimentare una narrazione, cavalcare l’emergenza. È questo che lascia sgomenti. Non si tratta di negare il problema migratorio, nessuna persona ragionevole sostiene che l’Europa possa accogliere chiunque senza regole. Governare i flussi migratori è un dovere degli Stati. Servono controlli, accordi internazionali, rimpatri quando necessari e politiche serie. Tutto questo è evidente. Ma c’è una differenza enorme tra governare un fenomeno e smettere di vedere gli esseri umani. Quelle migliaia di persone hanno attraversato il mare rischiando di morire.
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Molti, in questi anni, sono morti davvero. Anche quando vengono usati come pedine da governi senza scrupoli, restano persone. Hanno paure, speranze, disperazione. La loro sofferenza non dovrebbe mai essere la materia prima di una campagna politica. Invece sembra che l’umanità sia diventata un lusso. La compassione viene guardata con sospetto, quasi fosse un cedimento ideologico. L’empatia è considerata una debolezza. Conta soltanto dimostrare fermezza, alzare muri, individuare un nemico. È una trasformazione culturale prima ancora che politica. Ed è questo il vero motivo di inquietudine. Viviamo in un mondo nel quale le leadership più influenti sembrano condividere una crescente diffidenza verso i valori liberali e umanitari. Gli Stati Uniti sono guidati da Donald Trump, interprete di una politica che privilegia la forza rispetto alla mediazione.
La Russia è una dittatura consolidata. La Cina non è una democrazia. In Medio Oriente pesano regimi autoritari con cui le grandi potenze trattano spesso con maggiore disinvoltura di quanto facciano con le democrazie liberali. Il vento che soffia nel mondo è questo. E l’Europa, anziché rappresentare un argine culturale, rischia talvolta di lasciarsi trascinare dalla stessa corrente. Per questo ciò che è accaduto a Ceuta non è soltanto una crisi migratoria. Riflette ciò che stiamo diventando: società sempre più rapide nel discutere procedure, regolamenti e cavilli, ma sempre più lente nel riconoscere il volto di chi soffre.

