Bologna, Ilaria Cucchi: “Bisogna chiedere scusa alla famiglia di Abderahhim Fakir”
L’interrogazione parlamentare è già pronta sulla scrivania di Ilaria Cucchi e a confermarlo è lei stessa, parlando ad Affaritaliani all’indomani dell’intervento di polizia costato la vita ad Abderahhim Fakir, 42 anni di origine marocchina, ucciso nel quartiere Pilastro a Bologna nel corso di un’operazione da parte delle Forze dell’Ordine. “Si tratta di un fatto estremamente grave, e questo è innegabile. A differenza di altre situazioni, questa volta l’episodio è stato ripreso dalle telecamere, che hanno registrato una violenza inaudita ai danni di un cittadino inerme, che continuava a chiedere aiuto. Di tutta risposta, è stato ammazzato”, dice la senatrice di Avs, sorella di Stefano, ad Affaritaliani.
“Per spiegare certi comportamenti, non c’è bisogno di scomodare Freud, con tutto il rispetto per Freud e per la psicanalisi. Basta guardare in casa nostra, a fatti più o meno recenti. Penso al caso di Federico Aldrovandi, morto nel 2005, o a quello più recente di Riccardo Magherini, ucciso nel 2014. Per quest’ultimo siamo stati condannati persino dalla CEDU, la Corte europea dei diritti umani, che ha parlato di tortura e di errori nelle indagini, oltre che di mancata formazione degli operatori. Eppure ieri abbiamo assistito a un altro caso simile”, dice Ilaria Cucchi. “Senza dubbio, esiste un problema di formazione delle forze dell’Ordine, ma la questione è anche culturale, come dimostrano le immagini che arrivano da Bologna. In casi come questo bisogna isolare i responsabili e non legittimarli in nessuna maniera: bisogna sospenderli dal lavoro, perché sono pericolosi, e bisogna dare il buon esempio ai cittadini”, sottolinea.
Quanto accaduto è, per Ilaria Cucchi, “colpa di chi ci governa e delle sue politiche scellerate, che istigano all’odio e alla violenza razziale“. “Non aiuta neppure Vannacci, con le sue idee sulla remigrazione – prosegue Cucchi – Tutti noi dovremmo chiedere scusa alla famiglia di questa persona, anziché esprimere solidarietà agli agenti. Altro che solidarietà: per mia sfortuna conosco bene le dinamiche di ciò che succede dopo il verificarsi di queste vicende. Chiedo scusa io alla famiglia della vittima, per quello che è successo e per quello che vivrà da ora in poi”.
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Una vicenda, quella di Bologna, che richiama inevitabilmente nella mente della senatrice di Avs quella di suo fratello, da cui la lotta per ottenere giustizia. “Sono arrabbiata e avvilita. Il caso di Stefano, purtroppo, non ci ha insegnato niente. Nel corso di quei lunghissimi anni di processi, sentivo di aver fatto enormi passi avanti, soprattutto sul piano culturale. Oggi assisto a immagini del genere e alle reazioni dei rappresentanti politici, e mi rendo conto, con grande amarezza, che non è cambiato niente”, dice Ilaria Cucchi, che sottolinea la persistenza di un enorme problema culturale che porterebbe, in più occasioni, “a legittimare l’uso della violenza anche da parte di chi ci governa”.
Dinamica, questa, emersa anche nel caso Ruggero: “Dal gioielliere abbiamo assistito a una violenza inaudita, perpetrata quando non c’era più alcuna situazione di pericolo. Questo si chiama reato, ed è assurdo legittimarlo dicendo che tanto ‘erano rapinatori’, o ‘extracomunitari’, o, come nel caso di mio fratello, un ‘tossicodipendente che ‘se l’è cercata’. ‘Meglio così, uno o due di meno’: sentire queste cose mi fa rabbia. Quando leggo i commenti di persone che danno sostegno a chi ha tolto la vita a un suo simile, mi chiedo dove siamo finiti. ‘Complimenti, bravo, hai ammazzato’: ma che messaggio stiamo dando? Il diritto alla vita è più forte del diritto alla cosa”, spiega Cucchi.
“Alla fine si dirà che Abderahhim Fakir è morto di suo, così come mio fratello era morto di suo, mentre la dinamica mi sembra molto chiara. Mi auguro che si vada avanti in maniera seria e determinata, senza fare sconti: abbiamo una responsabilità nei confronti dei cittadini italiani”, conclude Cucchi.

