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Cronache
"Sapeva dei fondi neri". "No, innocente". Orsoni, le accuse e i punti oscuri

La chiave è tutta in una parola: "consapevole". È proprio quella parola che può decidere della colpevolezza o dell'innocenza di Giorgio Orsoni, sindaco Pd di Venezia coinvolto nello scandalo Mose. Orsoni, indagato per finanziamento illecito ai partiti, avrebbe "con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, quale candidato sindaco del Pd alle elezioni comunali di Venezia del 2010, ricevuto i contributi illeciti", scrive il gip Scaramuzza, aggiungeo appunto "consapevole del loro illegittimo stanziamento da parte del Consorzio Venezia Nuova". Ma poi che cosa c'entra davvero il primo cittadino democratico con i presunti, bene ricordarlo, appalti truccati nel sistema di dighe mobili per proteggere la città dal'acqua alta? Orsoni è indagato solo per il finanziamento illecito e non per corruzione e frode fiscale come la maggior parte degli altri 34 indagati. E allora i suoi avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo si chiedono il perché sia stato buttato nello stesso calderone con tutti gli altri. Ma andiamo con ordine.

L'ACCUSA A ORSONI – Il sindaco di Venezia avrebbe ricevuto 560 mila euro per la campagna elettorale del 2010 da parte del Consorzio Venezia Nuova, allora presieduto da Giovanni Mazzacurati, anche lui indagato e agli arresti, e della Mantovani allora presieduta da Piergiorgio Baita. Per questo gli uomini della Guardia di Finanza hanno arrestato Orsoni, poi posto ai domiciliari. Secondo il gip, 110 mila euro sarebbero andati al Comitato elettorale del candidato sindaco mentre gli altri 450 mila sarebbero stati ricevuti in contanti, tra i quali 50 mila procurati dai Baita e consegnati personalmente da Mazzacurati a Orsoni, "in assenza di deliberazione dell'organo sociale competente e della regolare iscrizione in bilancio". Secondo le testimonianze, Orsoni e Mazzacurati si sarebbero incontrati almento otto volte. Una frequentazione che secondo il gip "non è spiegabile solo con rapporti di tipo istituzionale". Insomma, secondo i magistrati c'era di più di un amichevole rapporto tra imprenditore e candidato sindaco, o sindaco poi. È lo stesso Mazzacurati ad affermare ai pm di aver dato a Orsoni dai 400 ai 500 mila euro, il 10% dei quali riconducibile a contributi deliberati dalle società consorziate e il 90% a fondi neri. Secondo il gip, infatti, il Consorzio Venezia Nuova aveva stanziato svariati milioni di euro in fondi neri per girare mazzette ai politici e ottenere gli appalti del Mose, realizzato dallo stesso consorzio quale concessionario unico. Nelle carte si trova anche un'altra testimonianza, quella di Giorgio Baita, allora presidente della Mantovani. Baita ha raccontato ai pm che fu lui a dare 50 mila euro in nero per Orsoni "a fronte di una richiesta di 89 mila euro". E, secondo il gip, Orsoni era consapevole della provenienza illecita del denaro ricevuto.

LA DIFESA DI ORSONI – "Sono innocente e totalmente estraneo ai fatti. A me hanno chiesto di fare il sindaco, sono un uomo prestato alla politica che non può minimamente fare azioni del genere". Si è difeso con forza, Orsoni, durante il primo interrogatorio davanti al gip Scaramuzza, durato poco più di trenta minuti. La stessa sicurezza circa l'innocenza del primo cittadino di Venezia ce l'hanno i suoi due legali, che hanno definito "poco credibili le vicende contestate ed esprimono preoccupazione per l’iniziativa assunta e confidando in un tempestivo chiarimento della posizione dello stesso sul piano umano, professionale e istituzionale. Le circostanze contestate nel provvedimento notificato paiono poco credibili, gli si attribuiscono condotte non compatibili con il suo ruolo ed il suo stile di vita. Le dichiarazioni di accusa vengono da soggetti già sottoposti ad indagini, nei confronti dei quali verranno assunte le dovute iniziative”. Hanno poi aggiunto: "Non si può confondere la posizione di Orsoni con quella degli altri indagati". I punti cardine del loro primo abbozzo di difesa sono dunque sostanzialmente tre. Primo: Orsoni è una brava persona, prestata alla politica e conosciuto da tutti come corretto e incapace di mettere in atto le azioni criminose descritte dai magistrati. Secondo: non ci sono prove ma solo le testimonianze di due indagati (Mazzacurati e Baita) poco credibili e che dicono il falso. Terzo (interpretando liberamente): Orsoni se anche ha ricevuto dei soldi per la campagna elettorale, cosa non vietata per legge, non sapeva della loro eventuale provenienza illecita e comunque non il finanziamento non c'entra poi nulla con il sistema costruito sugli appalti del Mose. Bocche cucite sulla strategia difensiva, ma i due legali hano comunque annunciato che già in questi giorni partiranno le "necessarie indagini difensive volte a integrare gli elementi presentati dall'accusa e dimostrare l'innocenza di Orsoni".

LA POSIZIONE DEL PD – Subito dopo i provvedimenti dell'autorità giudiziaria il Pd pare aver voluto9 subito prendere le distanze da Orsoni. L'unica voca a suo sostegno è stata quella di un altro sindaco Pd, quella del primo cittadino di Torino Fassino, che ha definito "poco credibili" le accuse nei confronti di Orsoni, da lui sempre conosciuto come "una brava persona". Gli esponenti giovani e vicini a Renzi, quelli che contano, hano parlato del caso Mose come esempio di "vecchia politica" col quale loro non vogliono più avere a che fare. Debora Serracchiani ha dichiarato che "il nuovo Pd non fa sconti a nessuno sui temi della legalità. Qui non si tratta di scaricare qualcuno, ma piuttosto di non avere alcuna forma di ambiguità", come il Pd ha già dimostrato, questa la tesi del presidente del Friuli Venezia Giulia, nel caso del deputato Genovese. "Per quanto mi riguarda spero che una persona come Orsoni riesca a dimostrare la propria estraneità ai fatti. Ciononostante ci viene imposta una responsabilità politica da cui non intendiamo sottrarci. Dal punto di vista del Pd si crea una cesura netta rispetto a questa vicenda". Insomma, Orsoni pareva tanto una brava persona però dopo questa indagine aperta sul suo conto il Pd non lo aspetta. Tanti saluti e buona fortuna.

I DUBBI – In attesa che, come si suol dire, la giustizia faccia il suo corso e dimostri la colpevolezza o l'innocenza di Orsoni si possono comunque fare alcune considerazioni. Come detto all'inizio, tutto sembra ruotare intorno alla consapevolezza o meno di Orsoni della provenienza illecita del denaro ricevuto, ricordando comunque che lui e i suoi legali sostengono che nemmeno un centesimo sia mai arrivato o perfino transitato dalle sue tasche. I pm sono convinti che il sindaco di Venezia fosse consapevole che il denaro arrivava dai fondi neri e che abbia ricevuto somme consistenti direttamente, e in prima persona, in contanti. In generale l'impianto accusatorio pare solido ma la sfumatura della "consapevolezza" o meno non è di poco conto ed è di difficile dimostrabilità. La posizione di Orsoni appare comunque più sfumata rispetto a quella di tanti altri indagati, che sarebbero stati, sempre secondo l'accusa, pagati con mazzette con continuità e per diversi anni per favorire l'assegnazione degli appalti ai corruttori. L'accusa di Orsoni riguarda invece solo il periodo della campagna elettorale del 2010 e dunque per questo appare per certi versi sensata l'ansia dei suoi legali di evidenziare come la sua posizione sia diversa da quella degli altri, nonostante sia stato buttato anche lui nello stesso "calderone". D'altra parte però la difesa non può limitarsi a sostenere l'innocenza del proprio assistito attaccando i testimoni o dicendo che visto che Orsoni è una brava persona non può aver fatto nulla di male. Purtroppo, come abbiamo scoperto in tanti altri casi, essere brave persone non basta quando ti ritrovi in un sistema marcio nelle fondamenta.

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