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Proteste a Milano, l’esperto: “Attacchi hacker o regia straniera? Spesso è solo contagio sociale”

Il docente della Sapienza analizza la polarizzazione online: spesso le piazze esplodono per dinamiche sociali e algoritmi, non per un attacco esterno

Proteste a Milano, l’esperto: “Attacchi hacker o regia straniera? Spesso è solo contagio sociale”
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Proteste a Milano, il prof. Quattrociocchi: “Sui social la regia esterna è rara, contano bias e algoritmi”

“Non serve necessariamente una regia esterna”. Così Walter Quattrociocchi, professore ordinario alla Sapienza di Roma e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society (CDCS), risponde ad Affaritaliani sulla possibilità che le proteste e i disordini possano essere sfruttati da Stati stranieri nell’ambito di operazioni di guerra ibrida. 

“Per parlare di guerra ibrida servono evidenze di un coordinamento intenzionale riconducibile ad attori esterni”, spiega il professore, sottolineando come le mobilitazioni possano essere il risultato di dinamiche spontanee: “Le proteste, anche quando degenerano, possono essere spiegate da dinamiche di contagio sociale che si sviluppano lungo linee identitarie”. 

A favorire questi processi sono anche i meccanismi cognitivi e le interazioni tra persone con idee simili: “Le persone tendono a cercare conferme alle proprie convinzioni, il cosiddetto confirmation bias, e a interagire con chi condivide le loro posizioni. È così che si formano le echo chamber, ambienti nei quali determinate narrazioni si rafforzano reciprocamente”.

Anche i social network possono essere utilizzati per tentare di destabilizzare un Paese, ma individuare una manipolazione non significa dimostrare che abbia prodotto effetti concreti: “Certamente esistono tentativi di manipolazione attraverso i social, ma tentare un’operazione di influenza e riuscire a orientare concretamente i comportamenti sono due cose molto diverse”, osserva Quattrociocchi. 

Le piattaforme, infatti, sono caratterizzate da dinamiche difficili da controllare, che possono favorire la diffusione di contenuti divisivi: “Gli algoritmi di raccomandazione, guidati da modelli di business fondati sull’attenzione, possono amplificare contenuti divisivi indipendentemente dalle intenzioni di chi li produce”. Per questo, avverte il professore, “dimostrare una regia esterna richiede quindi prove di coordinamento e attribuzione, non semplicemente contenuti virali”.

Sul fronte delle possibili contromisure, la priorità è comprendere i meccanismi attraverso cui si diffondono le informazioni e si consolidano le narrazioni online. “Prima ancora di cercare nemici esterni, dobbiamo comprendere il funzionamento ordinario delle piattaforme. Servono accesso ai dati, ricerca indipendente e trasparenza degli algoritmi per distinguere operazioni coordinate da fenomeni spontanei di contagio sociale”, sottolinea Quattrociocchi.

La soluzione, però, non deve tradursi in restrizioni dei diritti fondamentali: “La risposta non può essere limitare la libertà di espressione o il diritto di manifestare”. Il punto, conclude il professore, è capire “come identità collettive, bias cognitivi e incentivi economici delle piattaforme possano trasformare tensioni preesistenti in fenomeni di mobilitazione e polarizzazione, anche senza alcun intervento straniero”.

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