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Radiocronaca di una crisi – Capitolo 1

IL RUOLO DEL GIORNALISTA E DEI MEDIA


1.1 L’evoluzione di un mestiere che diventa professione

Chi non comunica è fuori gioco. E questo è decisamente più vero in una società caratterizzata da un alto tasso di comunicazione dove ogni gesto, ogni espressione verbale e non, assume un significato profondo ed in grado di radicarsi a fondo nell’immaginario di ciascuno. Pensiamo per un istante al nuovo Pontefice: in un saluto, in un “carissimi fratelli e sorelle, buonasera” pronunciato la sera della sua elezione – decisamente mediatico, quasi televisivo – c’è il Dna comunicativo di Papa Francesco. Un uomo semplice, immediato, che guarda con attenzione al popolo dei fedeli. Per non parlare poi del messaggio insito nel nome prescelto: Francesco come il patrono d’Italia e come simbolo di povertà e di umiltà.
Più si moltiplicano e più si specializzano i mezzi di comunicazione, più cresce la necessità di essere capaci di comunicare. Le giovani generazioni sembrano essere più in grado di interpretare le innovazioni dei tempi. E questi tempi sembrano essere caratterizzati da un forte scontro generazionale. Si parla spesso della necessità di un ricambio, si chiede agli “anziani” di lasciare spazio ai giovani e ai ragazzi di farsi valere. Anche nel mondo della comunicazio-
ne e – più precisamente nel mondo del giornalismo, uno dei riflessi più importanti della società – è in corso una trasformazione che non inquadrerei in uno “scontro” quanto, piuttosto, in un passaggio di testimone.
I cambiamenti si realizzano senza troppe sovrastrutture e a trainarli, spesso, sono elementi semplici ed in un certo senso involontari.
Oggi abbiamo a disposizione molta più tecnologia di un tempo e, mentre gli adulti si adattano, crescono generazioni native di Internet, naturalmente definibili multitasking: chi nasce e si forma al tempo di Internet ha oggettivamente una marcia in più. L’importante però è che questo background di nascita venga opportunamente utilizzato. Ad esser cambiato poi è il percorso formativo. Si è passati dal mestiere imparato sulla strada, in bottega, alla professione, alla formazione sempre più scolarizzata e specialistica, fatta, di regola, da un serio percorso universitario e postuniversitario. Un percorso – ci tengo a sottolinearlo – che si aggiunge all’esperienza pratica del vecchio modo di fare giornalismo rendendo così i nuovi giornalisti più competenti e preparati rispetto al passato a parità, ovviamente, di condizioni.
Queste differenze di formazione coesistono nella vita redazionale e non necessariamente devono creare uno scollamento tra colleghi e, tanto meno, prestazioni professionali disomogenee. L’integrazione tra generazioni è la chiave di svolta per migliorare il lavoro dei singoli e quindi di tutti. Un equilibrio facile da descrivere, non sempre da attuare.
A modificare la professione del giornalista è poi la velocità dell’informazione. La figura dell’inviato in questo senso risulta ridimensionata anche perché – nota dolente che non si può trascurare – in un contesto di crisi economica generalizzata anche i media risentono della necessità di ridurre costi. Motivazione pratica e mortificante per la figura del giornalista inviato ma che tuttavia ci riporta alla realtà di questo lavoro.
La velocità delle informazioni, dicevo, è un vantaggio per il giornalista ma anche una forte insidia: molte notizie devono essere accompagnate da altrettante verifiche, tornando — paradossalmente — alla regola cardine e più antica del giornalismo: la verifica delle fonti. Di fronte al bombardamento di informazioni che ci arrivano dai più disparati media, la domanda che ci poniamo è la seguente: essere massicciamente informati significa essere meglio informati? Non necessariamente. Allo zelo, all’accuratezza, allo scrupolo professionale nella verifica delle fonti bisogna aggiungere la necessità di non perdere mai la curiosità e l’ambizione di cercare notizie, ma anche, in qualche modo, di “crearle”. Il giornalista è anche e soprattutto colui che genera notizia attraverso interviste, inchieste, approfondimenti.
Cosa resta allora di quel mestiere che soltanto qualche decennio fa aveva confini ben definiti, spazi circoscritti, certezza di metodo? Quanto è importante applicare ancora oggi la regola delle famose 5 W del giornalismo anglosassone? ( Who Where?; When?; What?; Why?).
Fino a ieri, abbiamo detto, il giornalista cercava notizie, le pubblicava sui media tradizionali e il lettore del quotidiano o l’ascoltatore del telegiornale o della radio fruiva dell’informazione. La comunicazione viaggiava su binari consolidati e sicuri: chiaro il ruolo di chi offriva la notizia, chiaro il medium da cui procedeva questa proposta e altrettanto chiaro era l’interlocutore.
Oggi, nulla è come prima e l’informazione sembra aver assunto nuove fattezze e inglobato innovativi spazi comunicativi. Internet ha costretto a rivedere l’informazione giornalistica innescando un processo di trasformazione e di continuo mutamento che è ancora in atto: la globalizzazione delle fonti di informazione, la velocità con la quale si propongono i fatti, il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione ed infine i social network generano notizie e nuovi
flussi informativi, ridiscutendo, di fatto, i canoni del giornalismo da manuale.
Gli stessi media tradizionali, quali i giornali, le Tv, le radio, hanno compreso la necessità di riproporsi alla luce di questo cambiamento epocale ed hanno accettato la sfida del web dando vita a testate online per fornire così al proprio pubblico una sorta di binario parallelo dove far correre le notizie rapidamente e tempestivamente. Nasce il concetto di “giornale diffuso”, che non è soltanto il quotidiano cartaceo da comprare in edicola (oggi, in verità, in evidente crisi di vendite e desideroso di ritrovare una propria nuova identità), ma è anche il sito Internet collegato a quella testata e tutto il patrimonio di multimedialità (video, audio, ecc…) che produce quel quotidiano online.
Non solo, si sono aperti ai social network quali Face-book e Twitter in modo tale da poter creare nuove piazze virtuali in cui dar voce a forum, blog, dibattiti: una comunicazione redatta dal “basso”, spesso appassionata, talvolta competente, che quindi ben si integra con l’informazione più tradizionale.
Insomma, l’apertura verso il pubblico dei media “storici” ad Internet sta rendendo possibile una sorta di personalizzazione della Rete e il lettore o l’ascoltatore stanno diventando sempre più protagonisti della comunicazione scegliendo un percorso proprio, riorganizzando i contenuti e le gerarchie di presentazione delle informazioni. Cambia anche la modalità di fruizione del prodotto-informazione, del “giornale diffuso”: andando in edicola, ascoltando un giornale radio o guardando il telegiornale, l’utente accede ad una proposta già impaginata e ben organizzata. Navigando online, invece, l’utente decide in qualche modo il “suo” proprio giornale e si fa la “sua” impaginazione personale.
Una vera e propria rivoluzione quindi. Eppure, proprio in questo momento in cui la comunicazione vede in crescita esponenziale la partecipazione all’informazione di
soggetti non professionisti, si avverte più che mai il bisogno che il giornalista sia sempre di più un professionista competente e preparato, un conoscitore attento e puntuale di quanto racconta, un esperto del settore, ritornando così a riappropriarsi della competenza e della specificità della propria professione. Chi non comunica è fuori gioco, dicevamo, ed il giornalista oggi deve poter comunicare erga omnes i fatti che è chiamato a seguire e a raccontare, attraverso tutti i mezzi possibili.
Il crollo economico-finanziario che ci ha investito a livello mondiale chiede, o meglio, pretende, che a raccontarlo siano professionisti in grado di riportare i fatti in modo chiaro e completo.
Il giornalista, in questo senso, deve “illuminare” la crisi, mettere a fuoco i processi che l’hanno causata, dare voce alle organizzazioni internazionali che prospettano soluzioni e, infine, evidenziare gli effetti che potrebbero avere sulla politica nazionale del proprio Paese.
Ecco perché confesso che, personalmente, non ho mai ceduto alla passione per il gossip o per la facile ironia, elementi che spesso trovano proprio nei social network il fertile terreno della vitalità. Credo che il giornalista debba invece vivere con forte senso di responsabilità la propria professione e non sempre riesco a condividere la facilità con cui alcuni colleghi postino o twittino ironicamente commenti e mezze verità, lasciando che poi il “popolo della Rete” ne faccia un uso un po’ troppo disinvolto. Mi chiedo, sempre di più, se davvero si è consapevoli di come troppo spesso la nostra professione rischia in questo modo di morire per nostra stessa mano.
Se il popolo della Rete e, in generale, tutti i cittadini sono invitati alla partecipazione, è bene che il giornalista ricordi che durante lo svolgimento della professione lui è diverso da quel popolo. È il vettore dell’informazione. Ed è anche il testimone dei fatti. I cittadini riconoscono in lui
l’autorevolezza della fonte, confidano nella credibilità della testata per la quale lavora, e su questa autorevolezza si fonda il giornalismo, soprattutto quello del servizio pubblico. Twittare, commentare, scrivere mezze verità o notizie non complete toglie lustro alla professione che ha in sé il potere di creare opinione pubblica e deve dunque essere “maneggiata con cura”. Occorre e bisogna avere un forte, fortissimo, senso dell’etica e mettere questa al primo posto, sostituendola alla smania di protagonismo ed alle piccole e grandi “tentazioni” che percorrono l’esercizio di questa professione. Prima tra tutte la tentazione di credersi protagonista e non testimone dei fatti. Nando Martellini e Nicolò Carosio furono dei meravigliosi cronisti sportivi. Ma nessuno di loro si illuse di aver vinto un Campionato del mondo di calcio o di aver segnato al posto di Gianni Rivera il gol di Italia-Germania 4-3.

1.2 Internet e la radio: due reti per un gol

La metafora calcistica di Carosio, Martellini e Rivera ci introduce bene all’argomento per capire in che modo rete radiofonica e rete Internet siano fungibili per segnare il gol dell’informazione corretta, chiara, completa ed immediata. L’approccio nei confronti di Internet dei giornalisti vecchio stampo come me (e mi considero tale anche se sono uno dei direttori… più giovani della Rai) è sicuramente diverso da quanto le nuove generazioni dei colleghi possono immaginare. Chi ha avuto la fortuna – e sottolineo fortuna – di avvicinarsi a questa passione rivestita da mestiere in anni in cui la Rete non esisteva, lo ha fatto all’inizio con diffidenza, se non con un senso di superiorità.
Non credo di sembrare presuntuoso se ritengo che solo chi ha vissuto prima della Rete sappia capire, ed ancor più apprezzare, cosa significhi oggi avere a disposizione uno strumento agile, veloce e immediato come Internet.
La caccia alla notizia, la ricerca e la verifica delle fonti, la certezza di avere tra le mani lo scoop o semplicemente la dichiarazione da trasmettere in redazione al più presto era solo la prima parte del lavoro che attendeva l’inviato o il cronista. C’era poi da dettare ai dimafonisti, o telefonare al caporedattore, o trovare i tecnici capaci di fare il ponte e permettere la diretta.
Oggi che i mezzi satellitari e digitali praticamente mettono la redazione e l’ on air nelle nostre stesse mani, si è certamente persa un po’ di poesia, ma si è guadagnato in velocità e perfezione tecnica.
È naturale che più aumentano le opportunità dell’innovazione, maggiore è la necessità di personale e professionisti specializzati, ma troppo spesso questi aspetti vengono sottostimati rispetto alla frenetica ricerca delle breaking news o della messa in onda in tempo reale, avendo magari come competitore non più solo i colleghi delle testate concorrenti, ma anche blogger, esponenti del citizen journalism e altro ancora.
Nostalgia a parte, mi pare chiaro che non è certo mia intenzione demonizzare Internet, tutt’altro. Il processo osmotico che si è venuto a creare tra il mezzo radiofonico e la Rete ha, di fatto, potenziato la radio stessa. Così come, allo stesso tempo, mi sento di poter asserire che pochi mezzi di comunicazione hanno saputo cogliere la sfida di Internet come la radio. Se Internet rappresenta una vera e propria rivoluzione per tutta la società, per la radio essa ha significato quasi una naturale evoluzione.
Fin dalla sua nascita, la radio è stata pioneristicamente pronta a innovarsi e modificare il proprio aspetto, sia esteriore che di contenuto. Dai primi, emozionanti segnali marconiani fino al transistor e alla miniaturizzazione, per scoprire poi l’etere libero e le prime avventure digitali, culminate nell’avvento del Dab (Digital audio broadcasting) e, appunto, di Internet.
Cento anni in poche righe: chi può permettersi altrettanta storia? La radio non si è mai fermata e, nonostante l’avvento della televisione e di mille altri devices tecnologici, ha saputo mantenere una sua indubitabile freschezza, fino a “piegare” Internet al suo servizio, grazie all’interattività.
Il passaggio al digitale ha abbattuto i costi e ha diminuito anche le difficoltà tecniche ed organizzative. Con un telefono satellitare ed un registratore digitale si può andare in onda in tutto il mondo in tempi rapidissimi, molto più rapidi (e meno costosi) di quelli televisivi.
Grazie al web, ci siamo imposti anche modello visuale e partecipativo, diventando l’incubatore ideale per le proposte in streaming e in podcast. Insomma, la radio è lo strumento di comunicazione tecnologicamente più antico. Ma è anche quello che più di tutti ha saputo cavalcare la modernità, mantenendo intatto il proprio fascino e rendendosi duttile rispetto alle nuove tecnologie. Oggi la radio non la si ascolta più dalla vecchia cara radiolina o dalla tradizionale autoradio. Suoni, musica e parole corrono sul web, sui satelliti e quindi in Tv, o addirittura sui telefonini cellulari. Non solo, ma la novità scorre anche nei linguaggi e nei contenuti. A Radiol, ad esempio, abbiamo completamente rilanciato e innovato la logica dei vecchi palinsesti. Abbiamo eliminato quelle che ho sempre definito “scatole e scatolette”, la miriade di rubriche registrate che appesantivano la programmazione e la rendevano di faticosissima gestione e fruizione.
Ci siamo inventati un nuovo modello di all news, con un palinsesto tutto rigorosamente in diretta. Capace di accogliere — anche nei programmi di alleggerimento — la notizia dell’ultim’ora, l’aggiornamento o gli approfondimenti necessari. Ci siamo inventati uno slogan (“La notizia non può attendere”) che rappresenta lo spirito del canale. Abbiamo reso identificabile Radiol in qualunque ora del giorno o della notte (“Pochi secondi per riconoscerla, 24
ore per ascoltarla”), insomma abbiamo creato un canale alt news generalista, capace di ospitare musica ed alleggerimento. Abbiamo rivoluzionato la radio, e le abbiamo tolto molta della polvere che le si era depositata addosso nel corso degli anni.
Se la radio oggi vive una seconda giovinezza – ma è mai stata anziana o superata? – lo deve anche al nostro impegno per modernizzare palinsesti e linguaggi, all’innovazione del modello informativo e, naturalmente, anche alle nuove tecnologie che hanno trasformato Guglielmo Marconi in Steve Jobs, l’onda radio in bit, l’antenna in banda.
Ritengo dunque interessante ed avvincente contribuire ogni giorno a rafforzare questo ponte tra due modi di fare informazione, consapevole che, su entrambe le rive temporali e tecniche, al centro resta la notizia.
Occorre però non abbassare mai la guardia e mantenere alta l’attenzione su ciò che è notizia e ciò che invece non lo è.
È certamente imprescindibile oggi essere presenti sui social network perché crediamo che metterci la faccia sia la cosa giusta, soprattutto quando si interpreta un ruolo nel servizio pubblico: sarebbe miope e intellettualmente arrogante sottovalutare la portata, l’impatto e, per certi versi, l’esigenza collettiva dei social network. Quelli che una volta erano i blog oggi sono i social. Non più il diario di bordo del singolo, ma l’apertura di un dibattito veloce, fresco, intenso. Da questo punto di vista anche i giornalisti hanno molto da imparare dai giovanissimi surfers della Rete, senza però rimanere impigliati nella voglia di facile protagonismo che 140 caratteri o un link messo in pagina a tempo di record possa valere tanto quanto la ricerca accurata della veridicità della notizia.
Sono troppo innamorato del mio mestiere per pensare che bastino un tablet o una community per condizionar-
ne stile, autorevolezza e necessità. Di sicuro però dobbiamo imparare a convivere con la velocità della cross society, sempre connessa e sempre in gioco, valorizzando e difendendo valori e regole di un tempo. È proprio per queste ragioni che, come dicevo all’inizio, credo di essere un privilegiato. Avere vissuto “in diretta” le due epoche permette di esaltarne le virtù e isolarne i difetti. Senza chiudersi nel passato ma senza per forza sbandierare il futuro come l’unico vessillo credibile.