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Silvio stangato a Roma ma assolto a Milano. Giustizia oscillante e contraddittoria

di Pietro Mancini

“La conoscenza della minore età” di escort Ruby, “da parte di Silvio Berlusconi”, è “circostanza non assistita da adeguato supporto probatorio”. Lo ha scritto la Corte d’Appello di Milano, nelle motivazioni della sentenza, con cui ha assolto l’ex premier, bastonato in primo grado, dalle accuse di concussione e prostituzione minorile. E’ stata “acquisita la prova certa dell’esercizio di attività prostitutiva ad Arcore – si legge ancora – in occasione delle serate, in cui partecipò Karima El Mahroug”.

Toghe non concordi e tutt’altro che chiare sul presidente del Milan. Come si ricorderà, la Cassazione, presieduta da don Antonio Esposito, non proprio un fan di Silvio, affibbiò, a luglio del 2013, una stangata di 3 anni all’imputato, “che non poteva non sapere”, pur essendo all’epoca Presidente del Consiglio, dei traffici e della presunta frode fiscale, attuata dai dirigenti dell’azienda di sua proprietà, Mediaset. Altri giudici, a Milano, stavolta, non hanno obbedito nè alla “pasionaria rossa”, Ilda Boccassini, e neppure al loro ex collega, Tonino Di Pietro, che intendeva “sfasciare” Berlusconi, stabilendo che, certamente, Ruby non era la nipote di Mubarak e giaceva sui lettoni altrui non “a gratis”, come si dice a Roma.

Ma il fondatore di Forza Italia avrebbe potuto benissimo non conoscere l’età dell’avvenente fanciulla marocchina, imbucata nel villone di Arcore dal non irreprensibile tandem Emilione Fede-Lele Mora. Giustizia, dunque, se non ingiusta, certamente, contraddittoria, poco logica, oscillante e non univoca sull’eterno imputato di Arcore. Che è stato espulso dal Parlamento, con fretta eccessiva, sulla base di una legge, la Severino, discussa e bocciata da fior di costituzionalisti, anche di sinistra.