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Cronache
Stato-mafia, azzerato il pool. Di Matteo non potrà fare nuove indagini

LA REAZIONE DEL PM DI MATTEO

Il pm Nino Di Matteo affida ad alcuni giornali, tra i quali Affaritaliani.it, un suo breve commento alla notizia della circolare del Consiglio Superiore della Magistratura. Ecco qui di seguito le sue parole:

"La circolare del Csm, soprattutto se interpretata in maniera restrittiva, sacrifica la continuità investigativa indispensabile soprattutto nelle indagini più complesse quali quelle sulle stragi e sui rapporti di Cosa Nostra con interlocutori esterni".

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Tanto tuonò che alla fine piovve. Nessuna nuova indgine sulla trattativa Stato-mafia e sul periodo delle stragi potrà essere assegnata a Nino Di Matteo. Il pm divenuto simbolo dell'antimafia dopo la discesa (o salita, dipende dai punti di vista) di Antonio Ingroia in politica non potrà più indagare sul patto tra Cosa Nostra e le istituzioni dello Stato italiano.

AZZERATO IL POOL DI PALERMO - Si tratta della conseguenza di una circolare del Consiglio Superiore della Magistratura dello scorso 5 marzo che ha disposto che nell'ipotesi di nuovi procedimenti su quella stagione a occuparsene potranno essere solo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia. Si tratta di fatto di un irrigidimento dei criteri per l'assegnazione della delega alle indagini a magistrati non appartenenti alla Dda. La stessa sorte di Di Matteo toccherà dunque anche a Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Insomma, il pool antimafia di Palermo, se si esclude Vittorio Teresi, sembra andare verso l'azzeramento. Di Matteo, formalmente "applicato" all'attuale processo sulla trattativa, rientrerà nella divisione che si occupa di abusi edilizi.

"DIFFIDENZE ISTITUZIONALI" - Una disposizione che solleva qualche dubbio. Gli stessi dubbi che Di Matteo aveva sollevato in una recente intervista ad Affaritaliani.it, quando aveva parlato di "diffidenze istituzionali" nei confronti dei magistrati palermitani. Forse la circolare del Csm va in questa direzione? All'inizio di marzo Di Matteo, poi prosciolto, era ancora sotto procedimento del Csm in merito al caso delle intercettazioni non penalmente rilevanti tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Nicola Mancino, imputato nel processo di Palermo. Fatto sta che ora Di Matteo rischia di uscire indebolito. Il pm, che si è augurato di non dover più assistere a tentativi di spostare il processo di Palermo, spera quantomeno di riuscire ad arrivare in fondo al procedimento in corso. Ma sul suo futuro è stata scritta una dura ipoteca.

IL FUTURO DELLE INDAGINI - I malumori ci sono, è inutile negarlo. Non solo nei corridoi e nelle stanze della Procura di Palermo ma anche tra i tanti attivisti antimafia che vedono in Di Matteo il simbolo di una battaglia che mira ai piani alti dell'organizzazione criminale e dei suoi intrecci col mondo politico e istituzionale. A breve potrebbe essere inviata una lettera al Csm per chiedere chiarimenti sul caso. Il punto che potrebbe salvaguardare Di Matteo e del pool di Palermo è quello delle competenze e delle "specifiche professionalità". L'indagine sulla trattativa Stato-mafia, infatti, non può essere equiparata a una qualsiasi indagine su Cosa Nostra. Non può esserlo perché tocca aspetti e organizzazioni del tutto diverse. Basti ricordare l'accenno del giudice dell'udienza preliminare Piergiorgio Morosini sul coinvolgimento della "Falange Armata" nelle stragi del 1992 e 1993. Ma il rischio è che il celebre fascicolo bis, del quale l'attuale processo non è che uno stralcio, passi di mano. Non solo. I nuovi filoni di indagine scaturiti dalla stessa inchiesta originaria rischiano di restare lettera morta. Bisogna vedere se ci sarà la volontà di fare chiarezza, magari con un'azione del procuratore capo Francesco Messineo tesa a garantire la continuità del lavoro di Di Matteo che sta faticosamente provando a gettare luce sul periodo più oscuro della nostra ancora giovane Repubblica.

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