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Cronache
Stato-mafia, i pm sentiranno Violante. Napolitano bloccato su 41 bis e Dap

"Fui informato da Violante che Ciancimino voleva parlare alla commissione antimafia". La deposizione di Napolitano rimette l'ex presidente della Camera al centro del processo Stato-mafia. I pm lo ascolteranno per capire perché non ha mai parlato del dialogo con l'attuale capo dello Stato. Continua il mistero su Dap e 41bis. Emergono manovre di Scalfaro attraverso canali religiosi nelle carceri. Il caso Di Maggio. Ma la domanda dei pm al Colle sul tema è stata bloccata dalla Corte. E un documento dei Servizi prova ancora una volta che lo Stato sapeva dell'aut aut mafioso: "Dietro i boss c'erano poteri occulti".

"VIOLANTE NON HA DETTO TUTTO" - "Fui informato da Violante che Ciancimino avrebbe voluto comparire davanti alla commissione parlamentare antimafia". Più o meno è questo quello che ha detto Napolitano sulla vicenda della volontà di Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, di comparire davanti alla commissione allora presideduta proprio da Violante. E questa testimonianza rimette al centro della questione proprio Violante, che ora i pm di Palermo vogliono ascoltare di nuovo, dopo averlo già fatto in passato. Vogliono chiedergli come mai nel 2009, quando l'ex presidente della Camera, non parlò di questo dialogo con l'attuale capo dello Stato. Nel 2009 Violante rivelò, dopo 17 anni, i suoi incontri con il generale Mario Mori, il quale gli aveva spiegato che Ciancimino avrebbe voluto incontrare la commissione. Violante chiese se l'autorità giudiziaria era stata informata della cosa e Mori gli avrebbe risposto: "Si tratta di una cosa politica... di una questione politica". Ma perché Violante non parlò del dialogo con Napolitano? Si tratta di un passaggio importante, perché se davvero, come ritengono i pm, gli ufficiali avviarono una "trattativa" con Cosa Nostra, bisogna capire chi gli aveva dato questo mandato, questa autorizzazione.

SCALFARO, DI MAGGIO, CONSO E LA REVOCA DEL 41BIS - Oggetto della trattativa, vera o presunta che la si voglia ritenere, si trovava la questione del carcere duro. E proprio questo è un elemento fondamentale, forse il principale del processo. Fino adesso si era sentito dire che la la mancata proroga di circa 350 41bis fu decisa da Conso in "assoluta solitudine" e addirittura che Capriotti, capo del Dap di allora, avrebbe firmato la nota del 26 giugno 1993 senza nemmeno leggerla. Versioni che stridono ormai in maniera inconciliabile con quanto detto dallo stesso Napolitano, che ha spiegato come, dopo le bombe dell'estate 1993, lo Stato fosse a conoscenza dell'aut aut mafioso. E se davvero la condizione posta da Cosa Nostra per interrompere le stragi era quella legata al 41bis perché, guarda caso, quella condizione fu effettivamente realizzata? Già, perché a inizio giugno venne messo da parte l'allora capo del Dap, Nicolo' Amato, per fare spazio a Capriotti. Ma il ruolo principale, come svelato dallo stesso Amato in un'intervista ad Affaritaliani.it di un paio d'anni fa, sarebbe stato ricoperto dal vice di Capriotti, Di Maggio che arrivò a quel ruolo solo grazie a una nomina di consigliere di Stato di pochi mesi prima. Il tutto sarebbe avvenuto anche in seguito a un'azione di Scalfaro che nelle carceri poteva contare sui canali delle associazioni religiose. Scalfaro che aveva ricevuto una lettera dai familiari dei boss nei quali si chiedeva la revoca del 41bis e la destituzione dello stesso Amato. Ma né su Scalfaro e né sulla revoca del 41bis la Corte ha ammesso le domande a Napolitano.

UN DOCUMENTO CONFERMA: LO STATO SAPEVA DELL'AUT AUT - Intanto un rapporto segreto dei Servizi,reso noto da Repubblica, conferma un fatto importante: lo Stato sapeva dell'aut aut di Cosa Nostra. E' tutto scritto in una nota riservata, tenuta per anni sotto chiave al Viminale, redatta in seguito agli attentati del 28 luglio 1993. "Si individua quale possibile più diretto responsabile il gruppo di osa Nostra", scrivevano gli uomini dei Servizi che evidenziano però anche come la mafia "si troverebbe a sua volta a dover agire sotto la pressione di un più ampio arco di forze preoccupate della perdita di potere". Non è tutto, i Servizi mettevano già nero su bianco, nell'estate del 1993, che Cosa Nostra voleva la revoca del 41bis, strumento lodato dal rapporto: "Il carcere duro, nella sua applicazione, mentre determina l'impossibilità di gestire dall'interno le organizzazioni criminali, starebbe inducendo molti detenuti a rivedere il proprio comportamento, sviluppando forme di collaborazione con l'autorizzazione giudiziaria". Ma lo Stato poi decise di muoversi diversamente...

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