Giovanni Tria, o l’apparenza inganna. Cattedratico, conservatore e liberista, uomo da think tank, insomma sembrerebbe perfetto per occupare lo scranno più importante di ogni governo occidentale, eppure Giovanni Tria ricorda anche visivamente il ragionier Fantozzi, per quell’aria dimessa, umile e con la borsa di simil- pelle.
Guarda stralunato i colleghi-star dell’Europa Celeste come un vecchio studente fuoricorso, ammesso alle lezioni dell’università della Terza Età. Un pochino Woody Allen, ma molto molto più secchione, quasi strappato dalla sua vita di studi e ricerche per combattere ogni giorno la battaglia che nessun ordinario ama: quella con la realtà, quella con l’arte della Politica.
Un’apparenza assoluta che deve rappresentare al massimo livello la Borsa (nel senso di portafoglio), i Soldi, questo paese e nella civiltà dell’immagine, nell’agone delle mistificazioni il Professore soccombe, schiaffeggiato in Patria e a Bruxelles, ma è un buon incassatore, è forse abituato allo sberleffo e all’ingiuria.
Abbiamo un Ministro bullizzato che non vede l’ora di tornare nella sua stanzetta polverosa a spulciare testi economici, giuridici o di diritto, lontano dagli squilli preoccupanti dei due Diarchi che preparano senza sosta nuove richieste fantasiose e molto faticose da realizzare.
In un paese che viene considerato il somaro della classe, a torto o a ragione, per interesse, invidia o altro, questa scelta politica o istituzionale ha prodotto la perfetta identità tra l’idea che gli eurocrati hanno del nostro paese e la sua impossibile governabilità.
Una vera utopia al potere, molto oltre la nostra ineffabile fantasia, e Tria da vecchio secchione cerca di stoppare le pallottole che gli riservano avversari e cecchini che sparano a ripetizione da tutte le parti, anche se la sua capacità di dissimulare, di distrarre è diventata proverbiale.
Ha imparato per necessità, come nel mondo animale a fingersi morto, per non farsi divorare dai predatori economici che da oltre un anno gli danno la caccia, considerandolo preda facile, boccone sostanzioso del bel paese che rappresenta.
L’economia che comanda, che piega la politica al proprio volere, avrebbe bisogno di una tigre, che onestamente non vediamo nel variegato bestiario italiano, ma non possiamo accontentarci di questo mansueto professore, ostaggio di tutte le istituzioni, e perennemente a rischio dimissioni.
Capisco che parlare di architetture economiche nel nostro paese è surreale, perché siamo maestri dell’apparenza teorica, intasati dai trattati di geni e semi-geni della finanza, ma la pratica, come in un manuale d’amore, è un’altra cosa e l’antica richiesta di uno normale su quella seggiola traballante, sembrava una richiesta minimale ma al contempo irrealizzabile.
Sappiamo bene che chiedere l’essenziale necessario, è patrimonio delle società avanzate e quindi non ci riguarda, per il momento teniamoci il superfluo universitario che tanta fortuna ha avuto da noi.
In attesa di altri tecnici titolati a compiere nuovi straordinari disastri accademici, teniamoci questo ragionier Fantozzi, ministro virtuale, politico apparente, perché se la situazione generale è drammatica, rappresenta la condizione di pericolo in cui vive il paese, e non può far paura al ministro Tria, professore bullizzato.
