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Culture
Cavallo, l'animale più rappresentato nella storia dell'arte. La mostra

Allo Studio Museo Francesco Messina di Milano oltre trenta opere orientali e occidentali, antiche e moderne, illustrano come il magnifico quadrupede sia stato nei secoli ispiratore di opere d’arte e e comunicatore di solidarietà. Ingresso libero

Di Raffaello Carabini

Francesco Messina è stato uno dei massimi scultori italiani del secolo scorso. La sua arte, vigorosa e vitalistica, prendeva spunto da un esplicito, e a volte polemico, recupero della grande tradizione rinascimentale. Siciliano, ma milanese di adozione, direttore dell’Accademia di Brera dal 1936 al 1944, propose sempre un’arte che sapeva unire l’apparente semplicità alla grandezza di un ideale classico, dando vita a icone quasi ideali, che sanno stagliarsi nella memoria.

Tra le sue opere più famose (insieme alla Santa Caterina da Siena sul lungotevere di Castel Sant’Angelo, alla Via Crucis di San Giovanni Rotondo, al Pio XII nella Basilica di San Pietro) è certamente il grande Cavallo morente situato davanti all’ingresso di via Mazzini della Rai a Roma, che il prossimo 5 novembre festeggia i cinquant’anni dall’installazione, avvenuta dopo un avventuroso viaggio da Milano a Roma sull’Autostrada del Sole, con la coda mutilata a causa dell’eccesiva lunghezza.

E proprio gli splendidi quadrupedi furono uno dei temi prediletti dal grande scultore, che ha lasciato alla città lombarda il suo studio-museo, ospitato nella chiesa sconsacrata di S. Sisto, vicino alla centralissima via Torino, con un’ottantina di sculture (gessi, terrecotte policrome, bronzi, cere) e una trentina di opere grafiche (litografie, pastelli, acquerelli, disegni a matita).

Dieci squisiti bronzetti equestri sono i protagonisti moderni della bella mostra – allestita proprio nel Museo Messina fino al 25 settembre – Il mio nome è cavallo, intitolata prendendo spunto dal capolavoro del premio Nobel turco Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, straordinario giallo ambientato sul finire del 500 tra i miniaturisti del Sultano di Istanbul, intenti a disegnare cavalli secondo la foggia veneziana e tra i quali si nasconde un feroce assassino.

Come il romanzo, l’esposizione vuole rappresentare l’incrocio tra modernità e tradizione nell’incontro/scontro così attuale tra Oriente e Occidente, riportandolo sul piano di un paesaggio artistico condiviso e unanimemente rispettato, con l’arte come vero cardine di un’autentica riconciliazione.

Lo fa proponendo, oltre ai Messina, 20 opere preziose, che ci riportano all’immagine del cavallo nella Roma antica (l’Auriga del mosaico pavimentale della Villa di Baccano) nell’Impero Ottomano (il Frammento di giara iraniano di gusto occidentale e l’Armatura da cavallo), nel Rinascimento (il leonardesco Cavallo al passo) e nel Seicento (i due disegni collegati all’iconografia dei Dioscuri), presentando tra l’altro, per la prima volta in Italia, una magnifica testa di cavallo sasanide (Persia, 350 d.C. circa), prestata dal Louvre.

In una società in cui il cavallo è sempre più legato alla passione di incalliti ludopatici o di ricchi snob – grave errore hanno commesso le società che si occupano di corse o di equitazione a non rapportarsi in alcun modo con questo evento – vedere quanto la sua figura fosse emblematica nelle civiltà di ogni parte del globo, la pone come ideale elemento di connessione tra mondi lontani.

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