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Culture

di Stefania Pizzi

“Nessuno mi aveva mai detto che fosse sbagliato uccidere”. E’ la frase che l’adolescente protagonista di primo anno di liceo pronuncia, è il senso-chiave di Confessions (2010) del regista giapponese Tetsuya Nakashima, distribuito in Italia solo, e finalmente ora, grazie alla Tucker Film.
 

Confessions

Qualche scena dopo egli colpirà mortalmente la sua fidanzatina/compagna di scuola perché ha osato gettargli in faccia una verità scomoda e terrificante da ascoltare: la sua violenza scaturisce dall’abbandono della mamma in tenera età, a causa del quale egli compie ogni genere di efferatezza in modo da attirare l’attenzione della genitrice nell’illusione che questa si prenda finalmente cura di lui.


Solitudine, abbandono, vuoto, nichilismo, malvagità ora esplodono all’esterno trasformando tali figli in mostri smisuratamente efferati.


Il film inizia e si svolge principalmente fra le mura scolastiche di una scuola superiore, precisamente in una affollata classe di svogliati, distratti, assenti e irrispettosi alunni che vengono zittiti dalla lucida confessione fiume della maestra Moriguchi, in procinto di ritirarsi dall’attività di insegnante.
 

Senza svelare troppi importanti particolari di una storia (il soggetto del film è tratto dal racconto a incastro La Confessione di Kanae Minato) sin dall’inizio angosciante e cruda che sfocia in un thriller/noir, e che alla fine si allunga un po’ inutilmente e pesantemente rispetto all’ottima prima parte, spiccano la cura formale di ogni inquadratura, del colore grigio straziante dominante, l’uso esagerato del ralenti a voler sottolineare valori, idee, scene non bisognose di esser marcate a dismisura, e l’innesto di una indovinata colonna sonora che spazia da Bach ai Radiohead, espressiva ed efficace. La vendetta dell’insegnante, mostro anch’essa non meno di coloro che l’hanno privata dell’amata figlioletta, è il filo tematico del film. Dolore, sangue e violenza ci riportano allo splendido Old boy (2004) del coreano Chan-Wook Park, nel quale una spettacolarizzazione della violenza, che qui è meno mostrata, non fa mancare un filo di speranza e nessun sentimento di pietà. Confessions, dotato di un impianto rigorosamente costruito,  ritrae uno spaccato di società giapponese rappresentata da una scuola del tutto inadeguata e incapace di raccogliere e stimolare, oltre che educare, dei ragazzi cellulare-dipendenti, all’apparenza privi di sentimenti, ma tutto sommato vittime di adulti immaturi e scellerati.


 

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confessions
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