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Culture
Coronavirus, spettro crisi per Hollywood. L'epicentro del cinema sarà la Cina?

Le conseguenze del COVID-19: Hollywood diventerà sempre più cinese?

La pandemia COVID-19 potrebbe cambiare non solo gli equilibri geopolitici globali, ma anche quelli cinematografici. Non che le due cose siano così separate. Il cinema è sempre stato uno degli strumenti più importanti a disposizione degli Stati Uniti per la diffusione del proprio soft power. La leadership globale americana, risultato della Seconda Guerra Mondiale e del Piano Marshall, si è sempre fondata anche sul pilastro di Hollywood, "industria dei sogni" e dunque cassa di risonanza primaria di quell'American Dream che ha fatto sognare generazioni intere.

In che modo uscirà Hollywood dall'emergenza coronavirus? Ancora presto per prevederlo, ma intanto si possono azzardare alcune ipotesi. Non è così impossibile, allora, pensare che l'influenza cinese sul mondo del cinema possa crescere nel prossimo futuro. La Cina, per il settore cinematografico, è il secondo mercato più importante del mondo. Ed entro il 2020 dovrebbe superare il Nord America in termini di vendite al botteghino e pubblico, diventando il maggior mercato cinematografico del pianeta.

La classe media cinese ha superato i 400milioni di persone, fornendo al cinema un pubblico vasto, interessato e con la capacità di far pesare i propri gusti. Le sale cinematografiche, parallelamente, sono passate dalle 5mila del 2009, alle quasi 70mila attuali. Negli Stati Uniti, ce ne sono 40mila. Ma questo è solo uno dei motivi che ha spinto Hollywood a guardare con sempre maggior interesse e attenzione al mercato cinese.

Se nel 2019 il 36% del fatturato cinematografico cinese è stato totalizzato da pellicole importate, e per Hollywood la Cina rappresenta il maggior mercato estero, le proiezioni dicono che entro il 2022 la percentuale di mercato delle produzioni autoctone supererà quella delle produzioni americane.

Il coronavirus stoppa Mulan e Shang-Chi, prodotti Hollywood pensati per la Cina

Hollywood si è accorta da tempo del peso specifico del mercato cinese, che in alcune occasioni rappresenta la fonte primaria di guadagno delle mega produzioni degli Studios. Le sorti di un film made in Usa possono essere decise proprio dal pubblico dell'Impero di Mezzo. Un esempio? Venom, uno dei tanti prodotti dei Marvel Studios: flop assoluto in madrepatria, successo milionario in Cina.

Non a caso gli studios hollywoodiani stanno preparando prodotti sempre più pensati per il mercato cinese. Tra questi, ovviamente, Mulan, rivisitazione in carne e ossa del cartoon Disney, e Shang-Chi, ennesima produzione Marvel su un supereroe che, a dir la verità, aveva sempre trovato poco spazio sui fumetti. Personaggi e storie funzionali a rilanciare una "diplomazia del cinema" che possa evitare il "decoupling" in un settore nel quale Hollywood ha ancora bisogno del mercato interno del principale rivale geopolitico di Washington.

La diffusione dell'epidemia, però, ha rallentato tutto. Dal 25 gennaio le sale cinematografiche cinesi sono chiuse, non si sa ancora fino a quando. Questo ha comportato la cancellazione di alcune uscite su cui gli Studios contavano molto, tra cui proprio Mulan, con una perdita stimata di più di 2 miliardi di dollari. Ma questo non è l’unico problema.

Le stesse uscite erano previste in questo periodo anche ad Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, tutte aree colpite pesantemente dal coronavirus e che stanno facendo registrare danni all’industria cinematografica. Ad aumentare i problemi, poi, c’è anche il fatto che le perdite non riguardano solo la proiezione nelle sale, ma anche la produzione.

La prima grossa produzione sino-americana è stata Shark - Il primo squalo, del 2018, un horror fantascientifico girato da Jon Turteltaub e prodotto dalla americana Warner Bros con la cinese Gravity Pictures. Nonostante la censura e i compromessi necessari per avere l’approvazione del governo di Pechino, sono sempre più numerosi i film hollywoodiani che includono nella sceneggiatura elementi legati alla cultura cinese, o che prevedono la collaborazione di autori e maestranze cinesi.

Queste collaborazioni hanno subito un brusco stop nei mesi scorsi, facendo perdere fondi e finanziamenti, rallentando l’intero business e creando le premesse per un problema futuro: quando infatti, verosimilmente in autunno, verranno riprogrammate le uscite dei maggiori film, sarà inevitabile il sovrapporsi dei diversi titoli, nazionali e internazionali, portando a un ricavo potenzialmente inferiore alle aspettative per tutti.

Sempre che l’autunno porti una riapertura a pieno regime dell’industria cinematografica cinese. Chen Bei, infatti, vicesegretario generale del governo municipale di Pechino ha di recente affermato che tra i film che hanno fatto richiesta per l’uscita in primavera nessuno ha ricevuto il nulla osta, e non si possono ancora fare previsioni sul futuro.

Coronavirus "cigno nero" di Hollywood?

Per Hollywwood, d’altronde, quello del mercato cinese e internazionale non è l’unico problema. Molte major, come Disney, Comcast e AT&T acquistando rispettivamente 21st Century Fox, BSkyB e Time Warner, si sono ritrovate a fronteggiare debiti altissimi e le relative richieste di ristrutturazione societaria portando al limite il proprio bilancio. 

A questo si aggiunge la recessione prevista con la diffusione del covid-19 e il recente crollo di Wall Street. Gli investimenti sono destinati a frenare e si teme che molti posti di lavoro verranno tagliati. Ma quando si parla di Studios hollywoodiani, si parla di cifre enormi che possono arrivare anche al miliardo di dollari per un singolo film (dalla produzione al merchandising), e se qualcosa va storto in questo meccanismo, le perdite possono essere irrecuperabili. 

ino a pochi giorni fa, il Presidente Donald Trump minimizzava la questione, ma gli ultimi sviluppi hanno portato ad abbandonare questo atteggiamento, a favore di misure di prevenzione concrete. È evidente che negli USA il problema coronavirus è solo all’inizio e il contagio è destinato ad aumentare, come i relativi danni economici e finanziari. La Casa Bianca ha disposto il divieto di assembramento, con la conseguente chiusura delle sale cinematoragfiche in diverse parti del paese. La California è una delle aree più colpite, ha fermato le produzioni sul set.

Il coronavirus spinge il cinema cinese?

Contemporaneamente, la Cina, seppur con cautela, sta entrando nella fase di ripresa. Questo potrebbe significare un nuovo ribaltamento delle forze in campo tra Hollywood e Pechino? È troppo presto per dirlo, ma sicuramente gli sforzi dell’industria cinematografica internazionale per sopravvivere ai danni della pandemia produrranno interessanti novità.

Un'ipotesi è che Pechino scelga di aumentare gli investimenti nelle major hollywoodiane, magari in risposta a eventuali aperture di Washington. D'altronde i colossi cinesi sono da tempo entrati nella galassia dell'entertainment made in Usa con operazioni di grandi dimensioni. Basti pensare a Tencent, il vero campione tecnologico cinese grazie a WeChat, che ha quote importanti in Universal, Spotify ed Epic Games. A testimoniare il fatto che non solo il cinema, ma anche la musica e i videogiochi sono entrati nell'orbita cinese. 

Gli esempi recenti si sprecano: dall'Assassins Creed ambientato in Cina alla scomparsa della bandiera di Taiwan (l'isola rivendicata e considerata una provincia ribelle dal governo cinese) sul giubbotto di Tom Cruise nel nuovo Top Gun fino ai nuovi supereroi cinesi (Sword Master e Aero) lanciati dalla Marvel in collaborazione con il colosso dell'intrattenimento locale NetEase.

L'altra ipotesi è che si rafforzino le produzioni autoctone, seguendo una parabola cominciata già da anni e simboleggiata dal kolossal fantascientico The Wandering Earth, basato sui best seller di Liu Cixin, cantore della scena sci-fi cinese. La stessa Tencent sta insistendo con forza sulle produzioni cinematografiche e televisive.

Il finale di partita è ancora tutto da scrivere, ma il coronavirus potrebbe cambiare il mondo dell'intrattenimento.

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