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Culture
Da Londra a Venezia, le mostre da non perdere nelle vacanze
Salvador Dalì in mostra a Berlino

di Simonetta M. Rodinò

 

Con la passionalità e l’inquietudine, la sua sete di vita e l’eccitazione per la morte, Francisco de Goya y Lucientes (1746–1828) più di tutti gli artisti iberici s’identificò con l’anima stessa della Spagna.

Al grande pittore e incisore della realtà è dedicata la rassegna “Goya: the Portraits”, alla National Gallery di Londra fino al 10 gennaio.

Proprio perché ricrea d’impeto e di getto il mondo che lo circonda, i suoi ritratti sono rivelatori della personalità del soggetto, così come nella realizzazione di mostri e simboli vi si trova l’evidenza di tutto ciò che è vivo.

Attraverso 70 ritratti, alcuni dei quali difficilmente prestati dagli Stati Uniti, si ripercorre il suo viaggio artistico: dagli esordi alla corte di Madrid fino alla sua nomina come primo pittore alla corte di Carlo IV e artista preferito dell’aristocrazia spagnola. Nei primi dipinti, con magistrale sapienza cromatica, sembra indugiare nella ricerca delle preziosità - i ricami di luce nel pizzo di una mantiglia… - ma già indaga le inquietanti verità nei volti dei suoi modelli. Via via i ritratti successivi esprimono un contrastante atteggiamento: splendidamente adulatori nella veste esteriore sono sconcertanti nelle fisionomie. Uno per tutti “Ritratto della Famiglia Reale” del 1800. La grande tela raffigura re Carlo IV con la famiglia: pennellate larghe e decise creano immagini di aspra verità, in cui fasto e decadenza, ironia e osservazione si fondono in unità di stile e sentimento

www.nationalgallery.org.uk

 

La “giovane” nazione americana costruì la propria identità creando una mitologia intorno al paesaggio incontaminato. Sul mito del “selvaggio West”, interpretato dai protagonisti dell’arte occidentale ottocentesca, indaga la mostra “The illusion of American frontier”, al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid fino al 7 febbraio.

Attraverso una selezione di dipinti, fotografie e oggetti d’epoca, come copricapi da guerra, mocassini di pelle, borse da spalla, abiti dei nativi – alcuni dei quali risalenti addirittura alle prime esplorazioni spagnole, nel sedicesimo secolo –, manifesti di film, la mostra svela le origini artistiche del mito degli indiani “non civilizzati”, immersi in una natura selvaggia. L’incontro spesso problematico tra i pionieri e lo scenario sconosciuto, popolato dalle tribù indiane, è espresso da tele di forte impatto narrativo. La pittura della frontiera americana coinvolse numerose generazioni di artisti con stilemi diversi. Chi è dominato da interesse etnologico e documentario, chi tenta di far conoscere usi e cultura delle tribù, chi – a epopea compiuta e a indiani confinati nelle riserve… - popola i quadri di cow-boy e pellerossa, sottolineando il pericolo e l’avventura.

www.museothyssen.org

 

Ambiguità e metamorfosi paranoica accompagnano Salvador Dalì nel regno della sua arte. Amico di Miró e Buñuel, accolto nel gruppo surrealista di Breton dal 1929, ne viene escluso nel 1934 a causa delle sue simpatie per i regimi di destra. Con Buñuel realizza proprio nel 1929 il primo film surrealista, “Le chien andalou”, e nel 1930 “L’âge d’or”.

"Dalí – Die Ausstellung am Potsdamer Platz" è la grande antologica realizzata a Berlino nel museo dell’area urbana diventata famosa grazie ai progetti dei migliori architetti internazionali. Che hanno configurato la sua resurrezione, dopo la caduta del Muro nel 1989.

Certo non si può paragonare quest’esposizione a quella ospitata al Museo Dalì di Figueres, ma con gli oltre 450 lavori - disegni, libri illustrati, oggetti, sculture, testi e filmati - provenienti da collezioni private di tutto il mondo -  propone una visione ampia della ricerca e del percorso speculativo dell’eccentrico, delirante, surrealista artista catalano. Che trova ispirazione dal mondo dei sogni. Quei sonni in cui la sua mente elabora scenari fantastici della realtà quotidiana ma anche ansie, ossessioni e desideri normalmente repressi, inconsci.

www.daliberlin.de

Come arrivava il cibo a Venezia nel passato e come facevano con l’acqua salata?

L’esposizione “Acqua e cibo a Venezia. Storie della laguna e della città”, ospitata negli appartamenti del Doge a Palazzo Ducale di Venezia fino al 14 febbraio, racconta grazie a

un centinaio tra carte storiche, incisioni, dipinti, opere letterarie, proiezioni e ricostruzioni in 3D la storia e la complessa rete di sistemi di sussistenza della “Serenissima”. Suddivisa in cinque sezioni, la prima illustra attraverso plastici tridimensionali il processo di trasformazione morfologica e idraulica del territorio. Che ha condizionato la produzione alimentare, l’approvvigionamento idrico e le vie di comunicazione da e per la terraferma. Si passa al secondo segmento che ha il duplice scopo di offrire una panoramica sulla non facile produzione alimentare in territori lambiti dalle acque salse e raccontare la vendita al minuto e i suoi protagonisti frutaroli, pistori e pescatori. Nella terza sezione attraverso tele di parate, giochi e feste s’inquadra il tema dell’alimentazione dal punto di vista sociale: sagre ed eventi mondani sono occasioni in cui il cibo diviene pretesto di aggregazione e confronto. Passando poi ai manufatti edilizi che fungevano da luoghi di raccolta e distribuzione delle risorse alimentari - monasteri, presidi militari, ospedali e osterie - si giunge all’ultimo segmento dedicato all’approvvigionamento dell’acqua dolce, illustrato attraverso carte e immagini che raccontano il trasporto di questo bene prezioso dalla terraferma alla laguna.

http://palazzoducale.visitmuve.it

 

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