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Culture
Dopo Favino-Craxi, Vinicio Marchioni è la voce di Giulio Andreotti

Ad inizio 2020 è stato uno strepitoso Pierfrancesco Favino a vestire i panni di un altro grande politico degli anni Ottanta; Bettino Craxi. La sua interpretazione in “Hammamet” di Gianni Amelio è passata agli annali. Un capolavoro stanislavskiano di immane bravura, frutto di una preparazione da alta scuola teatrale. Vien proprio da dire “quando l’impersonificazione è perfezione pura”. Ieri (inizio 2021), dopo un anno esatto, sul canale 9, in prima serata è andato in onda un documentario prodotto da LaPresse per Discovery Italia, dedicato ai diari privati e segreti di un eminente collega di Craxi, l’on Giulio Andreotti, 7 volte Presidente del Consiglio e ben 32 a capo di diversi Dicasteri. A ricordare il politico più influente e discusso della storia repubblicana di questo Paese i figli Serena e Stefano, i nipoti Paolo Ravaglioli e l’omonimo Giulio Andreotti, ma anche molti illustri “ex”, tra i quali Gennaro Acquaviva, Paolo Cirino Pomicino, Massimo D’Alema e Vincenzo Scotti.

Questa volta a metterci non la faccia ma la voce è il talentuoso Vinicio Marchioni, altro big della generazione dei “quarantenni” (anche se qualcuno ha varcato la soglia) composta da professionisti del calibro di Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Elio Giordano, Francesco Montanari, Marco Bocci, Valentina Lodovini, Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Preziosi, Miriam Leone, (solo per citarne alcuni tra i migliori, poiché la lista sarebbe lunga e corposa). E’ la dimostrazione inconfutabile che la scuola italiana di recitazione resta e resterà sempre tra le migliori al mondo.

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Vinicio, sguardo magnetico e barbetta da villain, è romano doc, ma con una parte di sangue orgogliosamente calabrese (la mamma). Padre di due figli, sposato con l’attrice e ballerina Milena Mancini, ristoratore per passione “La Casa”, non è solo Maurizio Abbatino/Il Freddo di Romanzo Criminale (per il quale ha vinto il Nastro d’Argento), egli è anche “20 sigarette” di Aureliano Amedei, è “Scialla!” di Francesco Bruni, è “Passione sinistra” di Marco Ponti, è “Tutta colpa di Freud” di Paolo Genovese, è “L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi con Toni Servillo e Dustin Hoffman, è “I predatori” di Pietro Castellitto, ma anche “Luisa Spagnoli” e “Il terremoto di Vanja”, da lui stesso prodotto, sceneggiato e diretto. E’ ormai evidente che la cosiddetta Prima Repubblica sta tornando in auge già da qualche anno, vuoi perché c’è molto da raccontare di quegli anni e vuoi perché se dovessimo misurare la differenza di preparazione culturale tra l’era Craxi/Andreotti e l’attuale governance italiana, in distanza, in chilometri, saremmo costretti ad utilizzare gli anni luce. Craxi/Andreotti, Andreotti/Craxi. Il secchione e l’impulsivo. Il maniacale e l’irrequieto. Il “giovane” e il “vecchio”, in termini politici. Il riservato e l’urlatore. Giulio e Bettino seduti per anni sullo stesso tavolo, il Consiglio dei Ministri. Correva l’anno 1983, fu l’inizio della loro proficua collaborazione a Chigi, la più longeva del ventesimo secolo postbellico.

E a proposito dei due statisti è significativo rammemorare cosa, proprio nei famosi diari dell’uno (ieri egregiamente scandagliati da Nove/Discovery e LaPresse), emerge nei confronti del leader socialista, all’indomani della sua prematura scomparsa ad Hammamet. “C’è un vocabolo della civiltà latina che in questo momento mi sembra riassumere la posizione di fronte alla morte, improvvisa ma non imprevista, di Bettino Craxi: la pietas. È l’espressione di una religiosità naturale, di una commozione estranea a qualsiasi inquadratura politica, di un pudore nell’esprimere giudizi sia saccenti che convenzionalmente legati al conduolo. Qualche settimana fa si è perduta un’aurea occasione per mettere da parte codici e risentimenti, consentendo all’ammalato grave di potersi sottoporre all’intervento chirurgico nella maggior sicurezza della sua Milano e non con una complicata cogestione ospedaliera in Tunisia. Ma è ormai inutile il tornarci sopra. Forse il silenzio si addice un po’ a tutti. Almeno per il momento. In una vita consumata in anni di desolante esilio, rattristato da silenzi e, peggio ancora, da rinnegamenti di amici e clientes, Craxi ha vissuto amaramente proprio quegli anni successivi al 1992, che aveva programmato come il periodo aureo della sua massima espressione governativa. Spesso rispondeva puntigliosamente alle invettive e alle critiche. Non so se scrivesse memorie, arte sempre difficile almeno a tempi brevi. Sotto un profilo teorico avrebbe potuto essere soddisfatto di vedere una maggioranza di governi socialisti nell’Unione Europea. Anche la riconsacrazione del termine socialdemocratico sul piano storico potrebbe averlo rallegrato. Ma è teoria. Voglio però del suo lavoro che ho conosciuto più da vicino ricordare un momento particolare: quello della riforma del Concordato del Laterano che solo per la sua personale decisione arrivò in porto. In quel giorno volle rammentare che all’Assemblea Costituente i suoi compagni socialisti erano stati ferocemente contrari. Mentre gli uomini fanno fatica a superare il freddo delle esigenze della giustizia, nei cieli dove non si conoscono tramonti non è mai estraneo il calore della misericordia. Ed è alla misericordia di Dio che va affidato Bettino Craxi, sottraendolo alle nostre sempre piccole querelle umane”.

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