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Culture
ENZO TORTORA, PARLA CON AFFARI L'EX COMPAGNA FRANCESCA SCOPELLITI

 

Dalle lettere di Enzo: “A LORO (i giudici) PREME COSTRUIRMI DELINQUENTE”.

Francesca: “Era straziato dall’assenza di diritto e di verità, si è fatto leader di una nobile battaglia per la giustizia giusta”. E sulla classe politica di oggi: “ignoranti e presuntuosi”.

Il ricordo nostalgico per Marco Pannella. Responsabilità civile dei magistrati? “Un vulnus di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze”.

Lettere scritte dall’inferno che trasudano la sua ferma determinazione a “far sapere”, perché “Tortora è morto di malagiustizia, così come Falcone e Borsellino sono morti di malavita”. E poi, Craxi, Cossiga e Andreotti….

Quei giudici napoletani? “Dopo l’assoluzione in appello di Tortora i magistrati napoletani che avevano partecipato ognuno per il proprio incarico a condannarlo furono promossi sul campo. E’ successo con Enzo. Succede ancora: nessun magistrato che sbaglia paga”.

Il sacrifico di Enzo non è servito a nulla!

 

 

 

 

 

Pochi giorni fa (esattamente il 20 gennaio), Francesca Scopelliti, Calabrese (di Nicotera) oggi grossetana di adozione, ha compiuto 70 anni. È giornalista, dal 1996 al 2001 Segretario del Senato delle Repubblica durante la presidenza Mancino, ma soprattutto è stata la compagnia di Enzo Tortora per molto tempo e nei durissimi mesi di carcerazione del noto conduttore di Portobello. Molto legata, come Enzo, ai radicali di Pannella (per i quali è stata eletta nel 1994 nella coalizione dell’allora centrodestra a guida Berlusconi), oggi, Francesca ci parla di lei, del Covid, della vita personale, dell’esperienza politica e - con non poca emozione - anche e a maggior ragione dei momenti più devastanti vissuti in quella drammatica estate del 1983, quando l’Italia assistette inerme ad una delle pagine più infami e tristi della sua storia. Le lettere che Enzo ha mandato a Francesca sono quanto di più doloroso possa esserci tra i "testamenti" scritti all'interno e nel profondo delle nostre patrie galere. Un errore giudiziario che - come direbbe Baget Bozzo - grida vendetta al cospetto di Dio.

Del suo uomo, amato da tutti gli italiani, tempo fa ammise: “I magistrati napoletani che hanno inquisito Tortora sono stati arroganti e protervi ma anche sfortunati: perché non poteva capitare loro un uomo più innocente. Un uomo che non aveva mai preso una multa o pagato una bolletta con ritardo, mancato di rispetto al vicino di casa o al vigile. Un uomo che aveva un grande rispetto delle istituzioni, che amava la fanfara dei bersaglieri e l’inno dei carabinieri, che si inorgogliva dell’operato dei soldati nelle missioni di pace, che per una insaziabile curiosità si era formato una cultura come pochi e non amava essere incluso nello star system dello spettacolo. Lui si sentiva semplicemente un giornalista della carta stampata e televisivo".

 

 

 

 

 

Francesca, pochi giorni fa ha spento 70 candeline. Auguri innanzitutto. Ci può fare un breve bilancio della sua vita?

 

R. I bilanci sono il segno degli anni che passano e i miei cominciano ad essere tanti. Cosa dire? A volte penso che la vita non sia stata generosa con me perchè mi ha regalato momenti di grande gioia, è vero, ma anche di dolore ancora più grande. Come cadere da una stella: ci si fa male. Ma se devo dare un giudizio più profondo, penso che proprio quelle gioie e quei dolori mi hanno fatto crescere e diventare quella donna che oggi sono. Quando ho conosciuto Enzo lavoravo in una agenzia giornalistica, lo Staff Studio, e mi occupavo di musica, televisione, moda (un giornalismo leggero, anche se divertente e piacevole). Dopo il 17 giugno 1987 sono passata dalle canzonette al codice penale, dalle rouches alle carceri, dai concerti al Parlamento. Con un salto che mi ha maturata, mi ha fatto aprire gli occhi su una realtà, quella della malagiustizia, che non pensavo fosse possibile. Da qui, il mio impegno con i radicali di Marco Pannella e la presidenza della Fondazione Tortora che Enzo ha voluto affidarmi per testamento.

 

 

 

I Radicali. Partito a cui sia lei che Enzo avete dato tanto e viceversa. Ci racconta qualche aneddoto inedito tra lo storico leader Pannella e l’allora suo compagno Tortora?

 

R. Oggi, il nostro Paese paga la mancanza di uomini come Enzo Tortora e di  leaders come Marco Pannella: questo lo sanno in tanti, anche quelli che occupano le stanze del potere, ma non lo dicono, chiusi nella loro ignorante presunzione.

A volte mi domando chi in questa vicenda, tra Marco ed Enzo, ha “guadagnato” di più. Tutti e due, mi dico. Marco si è fatto regista di una grande azione politica che all'epoca riscattò i radicali dallo “sgarbo”, dal tradimento di Toni Negri. Enzo, a dispetto di chi lo voleva camorrista con accuse infamanti quanto false, grazie a Marco, si è fatto leader della battaglia per la giustizia giusta, culminata con la vittoria schiacciante (tradita poi dal Parlamento) del referendum per la responsabilità civile dei magistrati. Un vulnus di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Marco era un politico infaticabile, esigente con se stesso e quindi con gli altri: per le elezioni europee del 1984, Enzo – candidato per il PR – fece la campagna elettorale da via dei Piatti 8. La nostra casa era presa d’assalto da operatori di televisioni che arrivavano da tutta Italia, in fila nelle scale ad aspettare il proprio turno: si cominciava nella tarda mattinata e si finiva a notte inoltrata. Una sera, erano già passate le dieci, alcuni tecnici siciliani piazzavano le luci per l'ennesima intervista, e vedo Enzo stanco. Mi avvicino e lui me lo conferma. Al che chiedo a Marco di sospendere e riprendere il giorno dopo  sottolineando “Enzo ha gli occhi arrossati”. E Marco mi risponde, “sì, lo vedo. Portagli degli occhiali da sole”. Le grandi battaglie si vincono così: Enzo fu eletto al Parlamento Europeo con  circa 500.000 preferenze!

 

 

 

Francesca, ma chi era Enzo Tortora? Vogliamo dirlo ai giovanissimi?

 

 

R. Quattro anni fa, con il prezioso aiuto dell'Unione delle Camere Penali all’epoca guidata da Beniamino Migliucci, ho raccolto in un libro le lettere che Enzo mi aveva scritto dall’inferno del carcere dove mi racconta l’incubo di una giustizia ferma al medioevo, dove fa un’analisi precisa dell’arroganza dei magistrati partenopei che sanno della sua innocenza ma che “per salvare la loro faccia fottono” lui, dove narra la sua amarezza per un’Italia che ha perso quei valori liberali e democratici nei quali Enzo credeva convintamente. Lettere che descrivono la barbarie delle carceri italiane: nel mese di agosto scrive “la giustizia è al mare, noi nella merda”. Lettere  che trasudano la sua ferma determinazione a “far sapere”, e “non gridare solo la mia innocenza ma battermi, perchè un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere”.

Ho portato questo libro in molte scuole e ho apprezzato che i ragazzi  conoscevano già Tortora, merito delle insegnanti che li avevano preparati ma soprattutto della famiglia, di quelle nonne fedelissime di Portobello che non hanno mai dubitato della innocenza di Enzo. E questi giovani concordavano con me nel dire che Tortora è un “grande” del Novecento e che senza retorica può essere ascritto accanto a John Kennedy, al Mahatma Gandhi, a Martin Luther King, a Nelson Mandela perchè anche lui, straziato dall'assenza di diritto e di verità, si è fatto leader di una nobile battaglia per la giustizia giusta.

 

 

Ci ricorda quegli attimi dell’arresto (perché mai dimenticare) e i mesi successivi? Quanto dolore nella vostra vita?

 

 

R. Momenti drammatici, che non sono descrivibili perchè accompagnati da una incredulità pari solo alla violenza delle informazioni che giornali e tv – sponsor della procura napoletana - elargivano a piene mani. Enzo disse “mi è scoppiato dentro una bomba al cobalto”: quella bomba era il tumore che nel 1988 l'ha portato via. Tortora è morto di malagiustizia, così come Falcone e Borsellino sono morti di malavita. E in un Paese democratico, non è accettabile morire per colpa di un organo dello Stato, per mano di chi indossa la toga.

 

 

Craxi, Andreotti, Forlani, Cossiga. Con quali di questi Tortora aveva migliori rapporti e quali di essi si è speso di più per Enzo?  

 

 

R. Enzo era nel consiglio nazionale del PLI che all’epoca era forza di governo e i suoi referenti erano gli amici liberali. Fino a quando però hanno mostrato, fatta eccezione di Alfredo Biondi, la loro pavidità, la paura di perdere “posizioni” politiche. Fino a quando Pannella ha fatto quello che – credo – Enzo sperava facesse Valerio Zanone che del partito era il segretario: lo etichettò come il “farmacista di Pinerolo” perchè misurava l’agire politico con il bilancino dei milligrammi della convenienza. Poi, da Presidente del Partito Radicale, Enzo ebbe un buon rapporto con Bettino Craxi, il quale però – dopo il successo referendario sulla responsabilità dei magistrati - non capì subito l'importanza di rispondere con una buona e adeguata legge. Lo ammise poi, quando era già ad Hammamet. E fu colpito dalla fermezza con la quale Francesco Cossiga, all’epoca presidente della Repubblica e quindi del CSM, non strinse la mano a Felice Di Persia (il magistrato napoletano che insieme a Lucio di Pietro autore del caso Tortora) perchè, disse,  aveva perseguitato un uomo perbene.

 

 

D. A proposito di politica. Qualche bel ricordo della sua esperienza nell’Emiciclo?   

 

R. Sono stata eletta al Senato nel 1994, con la lista Marco Pannella. Era l’anno di Silvio Berlusconi, il quale aveva incantato tutti noi con la sua rivoluzione liberale tanto che Marco mi fece aderire al gruppo di Forza Italia. Era finita la prima Repubblica e iniziava la seconda ma si respirava ancora la cultura della politica, la competenza e la conoscenza in ogni campo. Ero seduta alle spalle di Giulio Andreotti e si stabilì subito un buon rapporto. Mi disse che su Enzo aveva sbagliato giudizio e, condividendo la battaglia radicale sui diritti dei detenuti, mi chiese di scrivere un pezzo per il mensile che dirigeva “30 giorni” proprio sulla condizione delle carceri.

Nel 1996,  Alfonso Pecoraro Scanio, rappresentante dei Verdi, era Ministro dell’Agricoltura per il governo Prodi: era l'anno in cui la Francia faceva test nucleari nel mare della Polinesia e lui venne in Senato per denunciare le malefatte francesi, aprendo un dibattito di “guerra”. Aveva ragione. Ma Andreotti scuotendo la testa mi disse “tu pensi che i francesi si spaventeranno di queste denunce e minacce?”. E mi spiegò che per avere qualche ragione il ministro avrebbe dovuto perseguire le vie diplomatiche e non quelle mediatiche.

Ho imparato molto da Andreotti, ma il vero amico – tra i vecchi della politica – fu Francesco Cossiga che con il suo parlare schietto condannava il blitz napoletano contro la Nco che aveva fatto strame del diritto e delle libertà costituzionali. Ancor più accusando un innocente come Tortora.

Ero onorata di sedere negli scranni del Senato e di portare avanti, lì, nella Camera Alta, la mia battaglia nel nome di Enzo. Una grande fatica, scarsi risultati. Mi sembrava di correre su un tapis roulant... ma pur sempre una bella esperienza. Vedo oggi il dibattito politico e... mi rattristo. Un parlamento vuoto anche se affollato, senza cultura, senza visione, senza convinzioni. Con un dibattito politico simile alle chiacchiere dei bar tra le tifoserie della curva nord e quella sud. E allora penso di essere stata fortunata a vivere quella stagione.

 

 

Giudici. Andiamo ai giudici. Alcuni di loro, nonostante l’abbaglio che è costato la vita ad Enzo, hanno fatto carriera. E’ verità? E se sì è normale tutto questo? Come può accadere una cosa del genere e, per giunta, in un Paese occidentale che dovrebbe essere considerato faro di democrazia?

 

 

R. Canis canem non est. Dopo l’assoluzione in appello di Tortora i magistrati napoletani che avevano partecipato ognuno per il proprio incarico a condannarlo furono promossi sul campo. Felice Di Persia andò appunto al consiglio superiore della magistratura, Lucio Di Pietro conquistò la procura di Salerno, Luigi Sansone, che era stato presidente della corte di primo grado, andò a dirigere la quinta sezione della Cassazione e Diego Marmo, il pm che definì Enzo “cinico mercante di morte”, fu messo a capo della procura di Torre Annunziata.

Nessuno ha pagato, anzi hanno avuto tutti una brillante carriera. E’ successo con Enzo. Succede ancora: nessun magistrato che sbaglia paga. Colpa anche di quella legge sulla responsabilità civile dei magistrati inadeguata quanto inapplicata. Ce lo dice anche l’Europa.

 

 

 

Quindi, secondo lei, oggi a livello giudiziario non è cambiato nulla. La “lezione” Tortora è servita a ben poco.

 

 

R. Al cimitero monumentale di Milano, una colonna “spezzata” conserva le ceneri di Tortora con una epigrafe “che non sia una illusione”, una frase presa dal ricordo che Leonardo Sciascia fece sul Corriere della Sera. Un auspicio che invece è una realtà. Nulla è cambiato. Il sacrifico di Enzo non è servito. Anzi oggi viviamo un momento in cui le garanzie, le certezze giuridiche, il principio costituzionale sulla presunzione di non colpevolezza, sono quotidianamente calpestati. Complici, una classe politica che non vuole contrastare la magistratura e una stampa che ha in Marco Travaglio il suo indiscusso leader.

 

 

 

La Francesca di ora si ritiene più una donna di sinistra o di destra? E in questo contesto nazionale come vede l’attuale situazione politica?

 

 

R. Sono una radicale: che non è solo il possedere una tessera ma un modo di vivere, di stare dalla parte del più debole, in difesa del diritto e della libertà. Una filosofia di vita che tutti, soprattutto chi ha responsabilità politiche, dovrebbe fare sua. L’agire per convinzione e non per convenienza. Il difendere lo stato di diritto e il rispetto di tutti gli uomini e le donne. Credo che oggi l’unico politico capace di riassumere queste battaglie sia Matteo Renzi.

 

 

 

Pandemia Covid-19. Ci vuole dire il suo pensiero? Come ha vissuto questo lungo periodo di chiusura?

 

R. Ho una mamma di 95 anni che continua a dirmi “non voglio morire di questo male”. E invece viene bersagliata da informazioni stampa che fanno davvero terrorismo psicologico. Tante parole, tanti provvedimenti molte volte discordanti. In ogni caso, come tutti gli altri, vivo rispettando le regole, usando tutte le cautele e le prudenze necessarie, anche e soprattutto per proteggere la mia “vecchietta”.

 

 

 

Progetti per il futuro?

 

R. Quando finirà il pericolo Covid, riprenderò le mie conferenze sulla giustizia giusta nel nome di Enzo Tortora. Fino a quando avrò fiato continuerò a parlare degli errori giudiziari, che sono tanti, che sono troppi, continuerò a denunciare le indecenti condizioni delle carceri italiane con il loro eccessivo carico umano di cui nessuno si preoccupa. Continuerò a incontrare ragazzi e ragazze che sono l'unica vera speranza per un futuro migliore. Il presente temo sia troppo contaminato.

 

 

Ci vuole lasciare con un ricordo particolare di Enzo o con un appello affinché non accada più quello che è accaduto a lui? 

 

 

R. “L'enormità delle accuse è accompagnata da una mostruosità procedurale inconcepibile. Ciò che a loro preme, a loro è 'indispensabile' è costruirmi delinquente. In ogni modo. Io sono la ragione stessa della loro immensa e stolida retata nazista. Ora devono giustificarla e avidamente cercano le prove. Prima le manette, poi le prove. C’è qualcosa di mostruoso in questo: e deve vedersi con tutta l’evidenza possibile. Altrimenti qui non cambia niente. Illuso? Sì. Don Chisciotte? Sì. Ma ormai è guerra, Francesca, e in vita mia non mi sono mai tirato indietro. La verità deve vincere: voglio vederla in piedi!” Questo il buon esempio che ci lascia Enzo Tortora. Questo il buon esempio da trasferire ai nostri figli e nipoti.

 

 

 

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