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Eritrea ’41: italiani d’Africa travolti dalla guerra

Eritrea ’41: italiani d’Africa travolti dalla guerra

Nella storia della seconda guerra mondiale e delle vicende tragiche che toccarono agli italiani tra il 1940 e il 1945 rimangono non poche zone d’ombra; pochissimo illuminate, per esempio, sono le vite di chi si trovava nelle colonie occupate dai militari inglesi dopo pochi mesi di combattimenti. Sono i territori dell’Africa Orientale Italiana – Eritrea, Etiopia e Somalia – possedimenti di cui Mussolini e il Regime andavano fieri per affermare che l’Italia fascista aveva ripercorso le orme dell’antica Roma imperiale, e il suo dominio si estendeva “dalle Alpi all’Oceano Indiano”.
Un anno appena dopo l’entrata in guerra dell’Italia quelle colonie furono invase dalla truppe inglesi; gli italiani avevano combattuto in condizioni di netta inferiorità, ed erano stati sconfitti: militari o civili che fossero, una parte di loro fu avviata in campi di prigionia in India, Kenya o Sudafrica. In Eritrea ,“colonia primigenia” dove gli insediamenti italiani risalivano all’800, la presenza italiana era più massiccia, e attraversava tutta la società locale, con attività floride nell’industria e nell’agricoltura. Molti si trovarono a combattere nel disperato tentativo di difesa, ma poi rimasero come civili fino alla fine della guerra, e anche oltre.
Una testimonianza preziosa di questo spicchio non irrilevante di storia patria si ritrova nel diario di uno di quei coloni, Alessandro Bianchi, poco più che trentenne funzionario di banca a Massaua. Notazioni quasi quotidiane di 12 mesi, da gennaio a dicembre 1941: prima la guerra lontana, poi i combattimenti sulle montagne eritree, l’occupazione inglese, la sopravvivenza della comunità italiana tra timori, speranze, e il desiderio di veder finire una guerra che ad alcuni era costata la vita, a molti altri l’isolamento con l’impossibilità, quanto meno, di tornare in patria o ricongiungersi ai familiari.
Ha raccolto, trascritto e dato alle stampe il diario dello zio, Luciano De Angelis (a sua volta buon conoscitore dell’Eritrea post bellica, essendo nato e cresciuto all’Asmara). Il volume è pubblicato da INSEDICESIMO, Delfino & Enrile Editori di Savona.
Il testo è prezioso per conoscere pensieri, sentimenti e pensieri di quegli italiani emigrati in colonia. Spicca il fatto che la gente comune sapeva cogliere l’essenza e l’assurdità della guerra; non tanto per avversione politico-ideologica, quanto per buonsenso ed esperienza di vita. Alessandro Bianchi non è né fascista né antifascista. Passerà in poche settimane da funzionario di banca a tenente di artiglieria, e combatterà lealmente per un naturale adempimento del dovere a cui è chiamato. La guerra con il suo strascico di lutti gli suscita una grande tristezza, a tratti un vero orrore alla vista di morti e feriti, eppure la accetta come un destino naturale.
Abbiamo così il racconto preciso di chi si è trovato, suo malgrado, in un’area periferica, che era pur sempre un crocevia della storia. Bianchi resta lontano da chi, tra i suoi compagni di vita, è fanaticamente fascista e crede nella vittoria finale. Ma anche da altri che rapidamente, una volta scontata la vittoria inglese e l’occupazione, si schierano col vincitore e cercano anche di trarne vantaggio (collaborazionisti, li definiremmo, se il termine non fosse ormai consueto per chi si schierò con gli occupanti nazisti).
Giorno per giorno si procede con la narrazione dei fatti. Assenti i toni drammatici e retorici, frequenti le note anche umoristiche o autoironiche. Con qualche riflessioni sorprendentemente colta e matura di politica estera, strategia, filosofia dell’esistenza; tutto comunque senza sentenziosità o intellettualismi.
Se non sapessimo che siamo di fronte alla vita vissuta, la narrazione potrebbe sembrare un romanzo ben sviluppato e avvincente. Colpisce il racconto di come in breve, dopo i combattimenti, si tenti di tornare ad una vita normale, pur sotto occupazione. Nelle prime settimana all’Asmara e in tutta l’Eritrea il segno più netto di ciò che è cambiato con l’arrivo degli inglesi è che le auto devono viaggiare a sinistra. Coinvolge, anche emotivamente, la descrizione dei metodi dell’occupante nel selezionare gli italiani radunati nel Forte Baldissera di Asmara: un ufficiale di poche parole interroga rapidamente e sentenzia; chi è prosciolto torna ad attività civili, chi è condannato sarà deportato in campi di prigionia o in fattorie di coloni inglesi in Kenya e Sudafrica come lavoratore coatto; e ci sarà anche una categoria di “sospesi”, il cui destino sarà deciso più in là, ma intanto saranno trattenuti in custodia. Tra i sequestrati di Asmara (liberi di vivere e lavorare, ma non di lasciare il paese) sono parecchi gli uomini soli, scapoli o con la famiglia in Italia; poi ci sono anche donne e bambini, separati nel loro destino provvisorio dai capifamiglia impegnati in guerra o bloccati altrove.
C’è chi si è fatto operoso, anche più di prima, e chi ozia con la sola preoccupazione di sopravvivere.
Si ascoltano insieme tanto Radio Roma con Appelius che Radio Londra con il colonnello Stevens; e la convinzione prevalente è che l’una e l’altra e nascondano le sconfitte ed enfatizzino i progressi della propria parte.
Per quanto mediate, arrivano anche le notizie dai fronti principali di guerra: Hitler che attacca l’Unione Sovietica, il Giappone che apre le ostilità contro gli USA a Pearl Harbour. Siamo alla fine del '41, e dall’osservatorio defilato dell’Eritrea ex italiana tutti, persino i fascisti, colgono il senso della realtà: è tramontata qualsiasi illusione di guerra breve. Il conflitto non potrà che essere lungo, tragico, devastante.
E così può capitare di trovarsi, per un attimo, sul palcoscenico della storia; per poi ritrovarsi ai margini, assistere ad un disastro e subirlo, senza altro obiettivo possibile che salvare la vita, e possibilmente la propria dignità.

M.V.

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