Frascella: "Ho scritto un romanzo politico. Censure da Einaudi? Nessuna". E sui TQ... L'intervista del 6 settembre 2011

Frascella: "Passo a Einaudi. Basta parlare di polemiche con Fazi" - L'intervista del 18 giugno 2010

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di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

Dopo un grande debutto ("Mia sorella è una foca monaca", Fazi, 2009, premiato dalla critica e dai lettori, e tra gli esordi italiani più convincenti degli ultimi anni), un secondo romanzo di passaggio  (il meno riuscito "Sette piccoli sospetti", Fazi, 2010) e l'approdo a Einaudi con l'avvincente "La sfuriata di Bet", il torinese Christian Frascella ha deciso di raccontare (in un romanzo che più autobiografico non si può) il suo complesso rapporto con gli attacchi di panico, cominciati all'improvviso durante un turno di notte in fabbrica, quando lo scrittore faceva l'operaio. Ne "Il panico quotidiano" (Einaudi) Frascella fa quindi i conti con i propri fantasmi, e con la paura di riprovare "quella" paura. Per l'autore, scrivere questo libro è stata una delicata esperienza catartica. Va ricordato che nella storia letteratura molti grandi attraverso la mediazione della scrittura hanno affrontato i propri incubi, regalandoci spesso pagine indimenticabili.

Allo scrittore abbiamo chiesto di commentare la discussa tendenza che negli ultimi mesi ha conquistato la nostra editoria, con la pubblicazione di numerose storie vere di dolore e rinascita, che i più cinici “marchiano” come libri strappalacrime e consolatori ma che, anche grazie alla tv, spesso si sono rivelati (e continuano a rivelarsi) dei bestseller (qui l'inchiesta di Affaritaliani.it del 12 febbraio 2012 e qui l'articolo di Simonetta Fiori su Repubblica pubblicato domenica 31 marzo, dal titolo "Viaggio al termine del pudore cercando il nuovo bestseller" . Tendenza in cui, anche se non direttamente, il suo ultimo libro potrebbe essere inserito...

Ecco come ci ha risposto Christian Frascella:

Penso che ognuno dovrebbe raccontare le proprie storie, personali o meno, col massimo della sincerità possibile, anche attraverso la finzione; e che uno scrittore 'di mestiere', diversamente da ciò che fa chi ci racconta il suo privato dramma e che scrittore non è, sia obbligato ad essere doppiamente sincero, persino spudorato, perché la scrittura è il suo mezzo e il suo fine. Quando ho cominciato a scrivere Il panico quotidiano, ormai più di un anno e mezzo fa, non l'ho fatto per seguire una moda che andava sempre più consolidandosi, ma semplicemente per obbedire a un'esigenza personale. Dopo tre romanzi dedicati al mondo dell'adolescenza per scrivere i quali, come persona, mi ero spostato un po' di lato per lasciar parlare i personaggi con la loro voce, ho sentito che era giunto il momento di parlare, con la mia voce più vera, di me e di ciò che aveva cambiato la mia vita ormai da dieci anni: le crisi di panico, appunto. La scrittura doveva essere intima, senza concessioni però al pietismo, quasi sguaiata nel modo di riferire i fatti nudi e crudi; qualcosa di sporco e disperato, perché sporchi e disperati erano stati (e, seppur in maniera minore, continuano a essere) i giorni del mio male. Volevo parole diverse, che non avevo usato ma solo accennato, e ad esse mi sono dato completamente. Al punto che, per ripercorrere all'indietro e in avanti gli eventi, mi sono ritrovato a vivere quelle stesse sensazioni di dolore, quella stessa abulia, quella stessa sfiancante paura patite nei mesi nodali del 2001, mesi in cui è ambientata la storia. Durante la stesura, ero completamente distante da tutto e tutti, figuriamoci dall'idea se ciò che andavo scrivendo si muovesse all'interno o appena all'esterno di una geografia letteraria o editoriale quali il memoir o l'auto-fiction o la letteratura del dolore. Non me ne importava nulla. C'erano solo i miei ricordi e quello che provavo rivivendo ogni cosa. Volevo che ci fosse il libro, e che alla fine parlasse solo lui in mia vece, anche per questo con l'editore abbiamo deciso di evitare ogni spettacolarizzazione del mio 'caso umano': infatti non parteciperò a programmi televisivi o radiofonici e non farò presentazioni in giro per librerie. Il libro è stato mezzo e fine, come dicevo all'inizio.
 

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