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Culture
I Meridionali costretti a guardare.Lo dimostrano i casi Siri, Rixi, Garavaglia

È un vizio antico. Un'abitudine inveterata e costante. Che risale immediatamente alla conclusione unitaria del processo risorgimentale dello Stivale italiano: un vizio ripetutamente praticato dalle cosiddette classi dirigenti di origine settentrionale, che vanno al potere ed esercitano l'arte di governare, di fidarsi e di affidarsi al personale burocratico proveniente dalle regioni dell'Italia del Nord perchè ritenuta gente più capace, più concreta, maggiormente abile ed esperta nella gestione amministrativa e politica della cosa pubblica. Con questo malvezzo cominciarono i Savoia e, puntualmente, tutta la vicenda andò a finire malamente a rotoli. Ora, qui, spiego il come e il perchè andarono gli avvenumenti, quelli decisivi, che, alla fine dello spericolato processo dinastico e storico portarono alla débâcle ed alla conclusione drammatica dell'esperienza monarchica Sabauda ed all'instaurazione dell'attuale regime repubblicano.

In un mio saggio storico del 1999, intitolato L'aquila oltraggiata. Asburgo e Savoia. Studio comparato di una crisi politico-istituzionale. 1848 – 1943, nel quale analizzavo con passionata acribìa e altrettanto meticolosa accuratezza, la storia d'Italia dal 1861 al 1946, ossia le date d'inizio del Regno e quella della sua sfortunata conclusione. Ponevo l'accento, focalizzandone gli elementi essenzialemnte ineludibili, sul fatto che, ogniqualvolta in Italia fosse stato necessario dover affrontare, e risolvere, una crisi internazionale quale poteva essere un vasto episodio di guerra, ci si era affidati ad un comandante proveniente dalle virtuosissime regioni settentrionali dell Penisola; ecco che, puntualmente, si era andati incontro, prima, al disastro e quindi ad una penosa, defintiva sconfitta.

“Questa ragione, questa causa – scrivevo nel mio saggio del 1999 – la si può identificare nella settentrionalità che, come una sorta di filo conduttore, di un virtuale filo di Arianna, ha accompagnato per l'intera durata della sua esistenza il Regno d'Italia, fin dal suo esordio sulla scena politica internazionale, il 17 marzo del 1861: è stata essa che ha caratterizzato tutte le scelte determinanti nella vita del Regno, marchiando di sé la dinastia sabauda fino a condurla, nella primavera del 1946, alla disgregazione finale” (p. 7). Due i nomi, due gli episodi di vergognosa incapacità, tattica e strategica, se non di vigliacco tradimento e di jattante sicumera, possono essere qui pronunciati e valere per tutti gli altri che si sono succeduti nella quinta teatrica della recente storia italiana, nell'arco temporale che ha visto come protagonisti sulla scena peninsulare e continentale europea, due tristi personaggi la cui dimensione cronachistica e storica è impressa da un marchio a fuoco che possiede una connotazione, al tempo stesso, urticante e caricaturale. Il qual fatto non è per nulla in contraddizione ossimorica ma rispecchia totalmente la realtà delle vicende accadute fornendo la misura più autentica dei figuri protagonisti: il primo dei due risponde al nome di Carlo Pellion di Persano (1806 – 1883). Un ammiraglio della Marina del Regno di Sardegna, originario di Vercelli, che si era distinto durante gli assedi delle città di Messina, Gaeta ed Ancona, nel corso degli anni 1860 – 1861, ed era stato, per ben due legislature, deputato e financo, nel 1862, ministro della Marina e quindi gratificato, nell'anno 1865, con il laticlavio. Nel 1866, ottenuto il supremo comando delle forze navali del giovane Regno d'Italia, venne sconfitto, il 20 luglio di quello stesso anno, dall'ammiraglio dell'imperial-regia marina austriaca, Guglielmo Tegettoff (1827 – 1871), nelle acque del mare Adriatico, a Lissa, un'isola nei pressi della Dalmazia. Al termine del fatto d'arme, raggiungendo in tal modo la punta sommitale del ridicolo più beffardo, si proclamò, anche, padrone delle acque, sebbene sonoramente sconfitto. Per cui dovette affrontare un serio processo al termine del quale, il Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, lo destituì in quanto, nella decisiva battaglia sul mare, la sua condotta era stata riconosciuta come colpevolmente negligente.

L'altro attore, se così può essere apostrofato, di questa storia d'Italia che si è letteralmente dipanata “a contraggenio”, in una sorta di cupio dissolvi di un regime monarchico che si fidava ciecamente dei “nordici” che, puntualmente, lo conducevano al disatro e, in ultima analisi, al suicidio, all'harakiri dei samurai giapponesi: Pietro Badoglio (1871 – 1956), è il suo nome; la cui sagoma si staglia, nefasta, sulla storia italiana, con la sua calamitosa essenza, fin dall'epoca della cosiddetta Prima Guerra Mondiale, quella che più correttamente viene individuata con l'espressione di “Grande Guerra”. Caporetto è la località che, con tutte le proprie sfaccettature, ha dato il nome a quella rotta infame, sinistra che indelebilmente, ha segnato quell'immane conflitto di cui fu il protagonista, sommamente sgradevole, quel Pietro Badoglio che, in seguito, percorrerà un cursus honorum di altissimo prestigio, non si riesce a capire se per la dabbenaggine e la miopia di chi gli conferiva certi delicatissimi incarichi, oppure a causa di intrighi sotterranei o di ricatti più o meno palesi. In seguito pateticamente confessati a rovine da tempo ormai compiute.

Pietro Badoglio: un coniglio, viscido anche somaticamente! “... è stato sempre e soprattutto degli errori di Badoglio – racconta Piero Melograni nel suo saggio di Storia politica della Grande Guerra 1915 – 1918 (Bari, 1969) – che si è parlato dal 1917 ad oggi, per la ragione molto semplice che di tutti i responsabili della sconfitta egli soltanto riuscì a cavarsela in maniera molto strana e fortunata, diventando addirittura sotto-capo di stato maggiore pochi giorni doipo Caporetto, ed assicurandosi la prosecuzione di una eccellente carriera” (p. 383).

A questo punto, e con la testimonianza di peso dello storico Melograni, sorge spontaneo l'interrogativo: come è potuto accadere tutto ciò? Quali sono state le vergognose convenienze che hanno condotte a simili aberrazioni? La prosa di Melograni è molto equilibrata e priva di eccessi linguistici: non lascia trasparire veemenze e condanne verbali eccessive. Da storico autentico non si lascia andare ad un linguaggio forte e condannevole. Però, i fatti sono di gran lunga più gravi di quanto possano apparire. Alcuni hanno voluto attribuire il “miracolo” Badoglio ad una presunta longa manus della massoneria internazionale e ad uno status di subornazione gerarchica di Vittorio Emanule III, nell'ambito dell'organigramma di quella associazione semisegreta, che portava il re ad uno stato di soggezione tale da essere costretto a salvare Badoglio e la sua vigliaccheria – gli inglesi, elegantemente feroci nella loro sferzante, ma presunta e autoreferenziale, superiorità morale e politica, coniarono con il suo cognome, to Badogliate, un verbo che è sinonimo di codardìa, di pusillanimità – anche contro gli interessi supremi della Nazione stessa e della Monarchia: sono sussurri, è vero, e come tali senza alcuna incontrovertibile testimonianza documentale. Ma la sua fulminante carriera, allo stato attuale degli studi, resta quanto meno inspiegabile, sorprendente, sia sul piano della logica che su quello della ragionevolezza più ovvia.

Ecco, a questo punto, la situazione storica e sociologica, e, sotto alcuni aspetti, si può dire, anche antropologica, ha assunto indefettibilmente l'abbrivio più naturale che le compete. Anche perchè, durante la Terza Guerra d'Indipendenza, del 1866, infausta e nera, l'unica operazione vittoriosa ebbe luogo ad opera del generale, palermitano, Giuseppe Salvatore Pianell (1818 - 1892) il quale, agendo di propria iniziativa, arrestò il nemico scongiurando una maggiore onta per il Regno d'Italia, da poco costituito ma già traballante per l'incapacità e la gelosa incompetenza delle élites militari che, nei frangenti più tragici, irrompeva come un turbine spaventoso e ineludibile.

Ora, in questa martoriata Italia, vichianamente, la storia si ripete. E i nomi che le forniscono sostanza sono quelli di Armando Siri, di Edoardo Rixi: due genovesi, se sono nel giusto. Massimo Garavaglia, infine, proveniente da un oscuro borgo del profondo Nord, in provincia di Milano; è l'ultimo esponente del gruppo triadico, forzato a dimettersi dall'incarico di governo. La causa della rinuncia: alcune vicende del loro recente passato, poco chiare; non limpide. E i Meridionali, ancora una volta, come le stelle, sono costretti a guardare. Adatti soltanto, con i propri suffragi elettorali, a rimpinguare il partito della Lega ed il suo Carroccio, sul quale, molto comodamente, viaggia sempre Alberto di Giussano (sec XII ?). A quando un nuovo Masaniello (1620 - 1647)? Sarà bene attenderne un altro? Io, fortemente, spero di no! Per il bene di tutti noi! Per la salvezza dell'Italia intera!

 

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