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Culture
Il lavoro: la propria identità

di Alessandra Peluso

 

Il lavoro - il cui termine deriva dal latino “labor” e dal greco “πόνος”, fatica, - oggigiorno è l’unico strumento che consente all’essere umano di sopravvivere legalmente e a pagare le tasse. Eh già, in quanto non sembra che si viva e si lavori, ma si viva esclusivamente per lavorare. Ed esso non è come dovrebbe essere l’espressione di sé. 

Sin dalle origini, il lavoro è stato considerato una punizione; nella Bibbia, infatti, come maledizione divina che fa seguito al peccato originale, “chi non vuol lavorare non mangi” si legge in un precetto di S. Paolo. E quindi, è da sempre ritenuto un bisogno e pertanto, una forma di dipendenza dell’uomo. Ecco perché in età classica si delineò la contrapposizione tra vita contemplativa dedicata al pensiero e all’attività intellettuale e vita attiva. Mentre, con Marx il lavoro diventa alienante e assume il vero e proprio significato di merce e l’essere umano diventa un capitale da sfruttare.  Bizzarra l’affermazione della madre al figlio Marx: “Anziché scrivere il Capitale, potresti farlo tu il capitale”. Sta a significare che il lavoro intellettuale non produceva ricchezze, in passato come oggi. Eppure la capacità di pensare e produrre idee ha un valore impagabile.   

Proseguendo con un’analisi fenomenologica, si può osservare come il lavoro - con la Costituzione italiana del 1948 - sia considerato chiaramente un diritto; cita testualmente l’articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» e l’articolo 36 sancisce il diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa».

Ed attualmente, il lavoro cosa rappresenta: un bisogno, un diritto, un dovere, o cos’altro?

Innanzitutto, il lavoro non è un diritto, ma compiendo un’osservazione generale diventa un bisogno di alcuni per concedersi dei lussi, di altri per sopravvivere e pagare le tasse. Sembra il grido di dolore di molti italiani: si vive esclusivamente per lavorare col fine di pagare le tasse. Case di proprietà non riesce più a costruirne nessuno, è impresa quasi impossibile per i più che affittano o vivono nelle abitazioni dei genitori, i pochi fortunati, o in case popolari. Insomma, sembra che la contemporaneità abbia portato la condizione umana a regredire e l’unico status affinché il soggetto sia completamente assoggettato e incapace di pensare liberamente e criticamente. Il lavoro - scrive Nietzsche - è la miglior polizia, che tiene tutti soggiogati ed in grado di impedire vigorosamente lo sviluppo della ragione. Non si distingue, purtroppo, la vera occasione di vita che dovrebbe costituire il lavoro: l’identità. Ossia ognuno lavora per esprimere se stesso, le proprie passioni e la nuova filosofia diventerebbe il “cogito ergo laboro”. Questa la grande rivoluzione! Amare il lavoro come si ama se stesso, perché il lavoro sei tu. 

La necessità, pertanto, di considerare il lavoro “opus”: opera, creazione, e non “labor”, lavoro inteso come fatica, macigno, di stimarlo come fatto creativo, dunque, non qualcosa di oggettivante o oggettivabile ma soggettivo: il lavoro come “πρᾶξις” - azione - dapprima contemplativa e in seguito, pratica e cercare, al contempo, di far riaffiorare l’aspetto poetico, dal greco “ποιέω” che significa ”fare”. Un fare, appunto, non meccanico, ma creativo dove ogni singolo cittadino debba tirar fuori da sé le proprie bellezze, le competenze e metterle in pratica. Certamente per questo occorre una conoscenza di sé, e un aiuto valido, affinché ciò sia attuabile,  proviene dalla cultura umanistica quale in primis la filosofia, un’opportunità di crescita e di sviluppo, oltre alle varie soluzioni che il counseling o la psicoterapia offrono.      

Inoltre, si dovrebbe ridurre la vita lavorativa altroché prolungarla, dedicarsi ad una vita sana, riprendere la buona politica delle origini, rottamando la macchina burocratica e sostituendo al capitale economico un capitale valoriale, non sarebbe male: valori, risorse, competenze, qualità da sostituire alla quantità, allo “specialista senza cultura”, direbbe Ortega Y Gasset, all’individualismo, al potere fine a se stesso e alle attuali logiche di mercato che comportano il neo-schiavismo derivante da flussi migratori incontrollati e che ha caratterizzato lo sviluppo economico degli ultimi due secoli. Contro una politica dell’impero costituito dalle multinazionali e dalle grandi potenze mondiali, la politica italiana sia di destra sia di sinistra dovrebbe indirizzare lo sguardo verso gli italiani e garantire loro la salvaguardia della propria identità, far eccellere la passione per il proprio lavoro e la convinzione che lavorare aiuta ad esprimere se stessi, non è quindi un peso né un dovere né un diritto, ma la possibilità che si offre a tutti di esprimersi, in quanto “cogito ergo laboro”. Ecco allora, in virtù di uno sviluppo collettivo attraverso il lavoro come risorsa legittima  e riconosciuta di crescita e non come sembra un’ultima scialuppa di salvataggio, o peggio ancora una forma di accanimento terapeutico.                

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