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Culture
Il "Ritorno al Sud" di Marcello Veneziani

Di Alessandra Peluso


“Ritorno al Sud” presuppone un viaggio di andata, il ritorno da un ritorno una volta partiti dal Sud. Ma si può mai lasciare il Sud? È qualcosa che ti porti dentro, è una radice di ulivo, difficile da sradicarsi, a meno che non arrivino le ruspe. È uno stile di vita. È un'idea che si può cambiare, ma se ci credi davvero ti condurrà sempre a Sud.
Ecco
questa è l'essenza implosa nel libro di Marcello Veneziani “Ritorno al Sud”, che diventa esistenza e assunto come dato di fatto, nel momento in cui l'autore - dopo un tempo vissuto al Nord come lo Zarathustra - continua la ricerca vitale, il senso della vita, ritorna alle origini. È un sentirsi parte di un Sud che in fondo è sempre stato in Marcello Veneziani, e poi lo stesso ha allontanato questa incombente identità per arricchirla di nuove esperienze, per scoprire nuove terre, un altro Sud che sta a Nord.
È più di un libro, è un mondo, una realtà, un passato, una storia che si dipana lenta e musicale come il popolo meridionale. C'è tanta poesia, un linguaggio poetico ben intrecciato in un pensiero filosofico che fa godere l'anima e il corpo del lettore. Ebbene sì, si ha giovamento a leggere “Ritorno al Sud”: si ride, si riflette, meditando intensamente. Ci si lascia cullare da una nostalgia imperante di genuinità e purezza che la gente possiede. Risorge quella “nostalgia del bambino, filosofo, poeta, sognatore che talvolta si risveglia, insorge e tenta perfino di assumere il comando sulla nostra vita”. (p. 32) 
Aleggiano i profumi, gli odori, tutto ciò che ha costituito il passato di Marcello Veneziani, che vorrebbe riportare alla luce, rendere presente, affinché la stessa terra del meridione, culla del Mediterraneo, ritorni forse ad apprezzare se stessa, a riconoscere il proprio ruolo, ad essere quel bambino poeta e filosofo che condurrebbe a intraprendere un nuovo viaggio, e una ricerca attraverso l'arte maieutica di Socrate.
È stato intravisto nel testo il pensiero meridiano di Franco Cassano, l'esaltazione della lentenza, della misura, del calore che, a ben vedere, emergono anche e con chiarezza in Albert Camus, il quale crede fermamente alla necessità della passione di un Mediterraneo opposto all'Europa, ad un Occidente che invoca al consumo, allo sfarzo, all'utilità. Forse Marcello Veneziani potrebbe essere il Camus di oggi, che - una volta partito - invoca il ritorno alle sue origini, al contrario di Nietzsche o Heidegger.

Non c'è univocità in Veneziani, o unicità, ma l'alternarsi, la corrispondenza biunivoca che può tranquillamente convivere tra Nord e Sud in ogni individuo. Guai se non ci fosse una partenza, un arrivo, un ritorno, un riflettere e ricercare continuamente e consapevolmente il “quid”, quel qualcosa, la sostanza definita da Aristotele, che custodisce il sinolo di forma e contenuto, di opposti, che pur contraddicendosi, si completano.
“Ritorno al Sud” si legge con un elogio alla lentezza propria del Sud; si avvertono il senso della vita, il significato dell'esistenza. Si comprendono l'anima e il corpo, l'amore, l'amicizia, e si rendono compiute le emozioni e i sentimenti che vorrebbero appartenere ad un eterno ritorno, ad un presente che non sia liquido, passeggero, o transeunte, ma etereo, lì fisso, come il cielo al di sopra delle nostre teste.
Non è un caso che la penna di Veneziani scriva: «... In Puglia gli ulivi sono persone, figure viventi, corpi che esprimono gesti, muscoli e braccia protese verso il cielo; respirano con il vento, abbracciano e nutrono, soffrono alle mutilazioni e agli espianti, godono se restano a casa, tra i loro famigliari, nella terra loro. A differenza degli uomini, gli ulivi hanno più storia incisa nei loro corpi, non negano nulla del loro passato» (p. 114). Questa riflessione arguta dell'autore sembra contraddire una realtà quasi apocalittica, visto che proprio in questi giorni, della storia del Sud, del Salento in particolare, non se ne stiano importando granché i capitani d'industria, alcune multinazionali, e vogliono toglierci la nostra storia, la vita degli ulivi e dei contadini. 
Ecco allora, che le conseguenze storiche rovesciano le intenzioni, e gli esiti tradiscono gli scopi originari. Nella storia agisce - secondo Vico - una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi particolari ch'essi uomini si avevan posti (p. 261). Si tratta di menti perverse che non hanno nulla a che fare con la civiltà contadina di un Sud, tanto amato da Marcello Veneziani, il cui stile avvolgente e appassionante porta a precipitare a terra senza mai toccare il fondo. 
       
   

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