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Intervista ad Alcide Pierantozzi, autore de “Losbilico”: vi racconto l’inferno della malattia mentale

Con Einaudi ha pubblicato un romanzo che è arrivato finalista ai principali premi italiani ed è in corso di traduzione in molti Paesi. Ma il suo è anche un atto di denuncia contro il sistema: manca una rete di aiuto a malati e caregiver

Intervista ad Alcide Pierantozzi, autore de “Losbilico”: vi racconto l’inferno della malattia mentale
Alcide Pierantozzi

Finalista al Premio Strega e al Premio Campiello 2026, in corso di traduzione in numerosi Paesi e accolto da un successo straordinario, Lo sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi) è uno di quei romanzi che non lasciano indifferenti. Un libro scomodo, disturbante, a tratti spietato, che affronta il tema della malattia mentale senza filtri, senza reticenze e senza risparmiare al lettore gli aspetti più crudi di un’esperienza profondamente autobiografica.

Al centro della narrazione c’è un uomo che precipita in una spirale di crisi psichiche tali da stravolgere il suo rapporto con la realtà, con il proprio corpo e con gli altri. Tra ossessioni, paure, disorientamento e tentativi di cura, Pierantozzi racconta dall’interno la fragilità della mente, scegliendo una scrittura diretta, viscerale, che non cerca consolazioni né facili risposte.

Ma Lo sbilico è molto più di un memoir. Attraverso la propria vicenda personale, l’autore porta alla luce anche le contraddizioni dell’approccio medico alla sofferenza psichica, il peso spesso insostenibile che ricade sui caregiver, quasi sempre familiari, e soprattutto il vuoto lasciato dalle istituzioni e dalla società. Un buco nero fatto di scarsa educazione alla salute mentale, pregiudizi, difficoltà di accesso alle cure e insufficienza di sostegni concreti, che finiscono per aggravare condizioni già drammatiche.

È proprio questa doppia dimensione, intima e collettiva, a rendere il romanzo particolarmente potente: una confessione personale che diventa anche un atto di denuncia, pensato per sensibilizzare il lettore su quanto ancora la malattia mentale sia incompresa, stigmatizzata e lasciata ai margini.

Noi di Affaritaliani.it abbiamo intervistato Alcide Pierantozzi, che ci ha raccontato la sua esperienza, i retroscena della scrittura del romanzo e le emozioni legate alla sua pubblicazione, alla promozione e alla calorosa accoglienza ricevuta dai lettori.

Intervista ad Alcide Pierantozzi, autore de “Losbilico”: vi racconto l’inferno della malattia mentale

Alcide nel libro si definisce più volte uno scrittore non riuscito, non affermato. Direi che le cose sono cambiate.

“Sono molto soddisfatto e contento, sia il Campiello che lo Strega mi hanno portato tanto; solamente grazie al secondo ho venduto 40.000 copie e già il libro stava andando molto bene da un anno, quindi è indubbio che le cose sono cambiate. Tuttavia nelle cinquine finaliste il mio era sempre “il libro scomodo” e per questo penso che se avessi vinto uno dei due premi non sarebbe stato un bel finale. Io non rappresento quel tipo di scrittore: sono uno che racconta la storia di un fallimento, di qualcuno che deve sopravvivere. La mia personale vittoria è essere ancora vivo”.

È cambiata molto la sua vita dopo questo enorme successo?

“Sì, ma non solo in meglio. Da una parte ho potuto conoscere scrittori fantastici con cui ho stretto amicizia, l’affetto dei tanti lettori, una dimensione di popolarità che non mi era mai successa prima in vent’anni di scrittura e tutto questo ha fatto bene alla mia psiche.

Dall’altra, però, la mia disabilità quotidiana e le mie difficoltà non sono migliorate, anzi; i farmaci che devo assumere sono addirittura aumentati. Quindi c’è stato un balzo in avanti nella mia condizione di scrittore e nella mia carriera, però non posso dire di essere guarito, tutt’altro”.

Intervista ad Alcide Pierantozzi, autore de “Losbilico”: vi racconto l’inferno della malattia mentale

Questo libro è molto autobiografico e senza filtri. È stato difficile mettersi così a nudo?

“Sì, tuttavia la motivazione principale che mi ha spinto a scriverlo è stata la necessità di chiedere aiuto. Si sente chiaramente, leggendolo, che il mio livello di sofferenza era elevatissimo in quei mesi.

Sono stato attento a raccontare la sintomatologia nello specifico, che può anche risultare noioso per chi non è pratico della materia; ad esempio, volevo spiegare quello che vedo durante le allucinazioni nel dettaglio, perché speravo di essere aiutato da qualcuno che leggendo – medici, esperti, persone che seguono la mia stessa terapia – mi dicesse: ‘Guarda, forse puoi trovare questa soluzione, forse puoi provare quest’altro percorso’. Partendo da questa motivazione di base, è chiaro che non potevo fingere. Se non avessi raccontato a fondo le disfunzioni sessuali, tutto quello che accade assumendo certi farmaci, come avrei fatto ad essere capito? Il grado di veridicità doveva essere massimo, il pudore abolito.

E ho scoperto inaspettatamente che non sono l’unico a vivere questo inferno, sono in tantissimi a doversi confrontare con situazioni ed effetti collaterali simili. Credo di aver raggiunto il mio obiettivo: volevo dimostrare al lettore che non sono importante io, né la mia storia personale, ma tutti coloro che convivono con questa malattia e seguono simili terapie”.

Una cosa di cui non si parla mai è il loop innescato dalla cura della malattia, che spesso produce una lunga serie di effetti collaterali, per i quali si devono assumere altri farmaci e così via. Come mai, a suo parere, c’è questo vuoto di narrazione totale in merito alle numerose e pesanti problematiche causate dalle terapie farmacologiche stesse?

“Credo che non se ne parli perché i medici, gli psichiatri soprattutto, hanno bisogno di un’autoassoluzione nel momento in cui prescrivono questi farmaci. Non di rado vengono dati con grande leggerezza, nonostante si sappia bene che gli effetti collaterali sono massicci.

Non oso nemmeno immaginare quanti ragazzi si sono suicidati nell’autosospensione da psicofarmaci o antipsicotici a causa delle loro reazioni avverse, soprattutto per i giovani quelle legate alle disfunzioni sessuali. Immagina quanto è grande la responsabilità del medico, consapevole di stare devastando la sessualità di un ragazzo, o anche di una persona adulta.

Dovremmo chiederci di più: perché le persone si autosospendono questi farmaci? Cosa c’è di terribile dietro? Quali sono gli effetti collaterali? Il libro vuole mettere in luce anche tutto questo”.

Cerca di specificare molte volte che una disabilità psichica può coesistere con una normale, se non addirittura talentuosa, funzionalità a livello linguistico, cognitivo e creativo, come nel suo caso. Eppure le persone stentano ancora a crederlo…

“Io non sono in grado di allacciarmi le scarpe da sola, ho le allucinazioni e ho fatto questi due tour con un assistente pagato dalla casa editrice; non mi sarei potuto muovere senza un caregiver, non sarei stato in grado di affrontare neppure un singolo viaggio in treno; inoltre, il rischio del suicidio è sempre dietro l’angolo, ho necessità di andare dallo psichiatra con costanza e sono seguito da due centri medici d’eccellenza. Eppure, tutto ciò non mi impedisce di scrivere un libro per Einaudi dalla prima all’ultima pagina: semplicemente, non sono stato toccato sul piano del linguaggio.

Mi pongo allora questa domanda: se io riesco a fare tutto ciò, quante altre persone in condizioni simili alla mia con il sostegno giusto a scuola, o nei centri di recupero, ricevendo feedback di incoraggiamento, potrebbero portare alla società contributi e forse soluzioni a problemi determinanti? È quindi fondamentale combattere questo stigma e comprendere che la disabilità psichiatrica non c’entra nulla con quella cognitiva”.

Accade invece tutto il contrario: viviamo in una società in cui il nuovo diktat è essere felici, appagati, realizzati. La sofferenza, il dolore, la disabilità non sono previsti e, quando ci sono, possono essere raccontati solo attraverso una positività tossica.

“Probabilmente tra due o trecento anni si arriverà a stare tutti bene, si otterrà la felicità, nessuna malattia, farmaci per ogni problema. Ma è a quel punto che arriva anche il terrore di perderla questa felicità, perché è chiaro che non tutti riescono a reggere questa farsa in cui viviamo. Ci fa davvero bene quello che vediamo sui social, ad esempio? Personalmente non mi piace avere una tavola dove gli alimenti sono disposti con i loro bei colori e la mattina ci si sveglia con la finestra piena di luce; io se mi sveglio con quelle viste luminose e intense sul mare che si vedono su Instagram vado in psicosi.

Sono tante le persone che con tutto questo non c’entrano niente, che se non riescono a reggere u simile standard di perfezione, così a un certo punto impazziscono. Uno dei motivi di medicalizzazione oggi più frequenti riguarda proprio l’incapacità delle persone di accettare non solo la limitatezza dell’esistenza, ma proprio il fatto di non essere degli eroi, di non essere i più belli, i migliori, quelli che hanno più degli altri.

Ed è proprio per questo che io nel libro faccio di tutto per farmi a pezzi: porto anche i dati di vendita disastrosi dei libri, dico che non ho soldi e molto altro. È fondamentale per me che un’opera letteraria si rivolga alle persone che credono di non meritarsi le cose perché hanno fallito e di conseguenza, dentro questo sistema, si sentono sempre manchevoli di qualcosa”.

Intervista ad Alcide Pierantozzi, autore de “Losbilico”: vi racconto l’inferno della malattia mentale

C’è un altro tema che tratta nel libro molto interessante, ovvero la differenza sostanziale nella qualità della sua vita dopo il trasferimento dalla grande città, Milano, alla realtà di provincia. Quanto il luogo è influente nel benessere di una persona?

“Quando sono tornato da Milano perché non stavo più bene e non ero più autosufficiente, per me è precipitato tutto. La prima cosa che lo psichiatra disse ai miei genitori è: ‘se resta a Colonnella prima si impoverirà culturalmente e poi morirà’. Questo significa che la cosiddetta qualità della vita di cui si parla tanto non è uguale per tutti: per qualcuno non è nel cibo, nell’aria, nella quiete, ma in quanti cinema ha a disposizione, quanti film può vedere, quante librerie ci sono nei paraggi, quante persone frequenta con cui poter parlare di film, di libri, di mostre, di ciò che gli interessa. Se porti fuori dal proprio contesto una persona cambia davvero tutto, figurati una persona con una disabilità fisica o mentale. È quindi fondamentale scegliere per sé quel posto in cui si riesce a costruire la propria famiglia, ovvero coloro con cui si vuole condividere il proprio tempo.

Detto questo, io un po’ smentisco tutto ciò perché sono stato vent’anni a Milano e ho collaborato con tante case editrici importanti senza aver mai successo, ma il libro della svolta l’ho scritto a Colonnella. Di conseguenza non posso nemmeno dire che per fare certe cose, per avere successo, devi vivere nella grande città. E tuttavia nel luogo in cui abito ora non ho strade, marciapiedi, autobus per poter raggiungere in maniera indipendente anche solo un cinema. Pur parlandone, tutto questo non cambia, i servizi – specie in provincia – non arrivano”.

C’è poi la figura del caregiver che lei fa molto emergere nel libro. Ci si rende poco conto di quanto siano essenziali.

“Eppure sono figure che se ci pensi dovrebbero far parecchio comodo allo Stato e al governo, perché risolvono tanti problemi nell’ambito della disabilità. Se non ci fossero i caregiver volontari a occuparsi seriamente dalla mattina alla sera di noi, dovrebbe farlo qualcun altro pagato, deciso e valutato dallo Stato. Quindi pensa quanto è centrale questa figura che riguarda le persone anziane, chi non è più padrone di sé stesso, i bambini, gli adolescenti talvolta in certe fasi della crescita.

Io ho la fortuna di avere mio fratello ad occuparsi totalmente di me, ma conosco persone con accanto un amico che fa questo in modo totalmente gratuito, oppure una zia, una nonna. Qui tendo a vedere le cose in modo quasi cristiano: penso che certe persone verranno ricompensate in modo molto più grande rispetto ai miseri 300 euro dello Stato. Il mio prossimo libro quasi sicuramente affronterà proprio questo tema”.

Afferma più volte nel libro di essere divorato dal senso di colpa nei confronti dei suoi genitori e della sua famiglia. Come riesce a gestirlo?

“Per me è qualcosa di innato, di ancestrale. Basti pensare che la mia disabilità ha distrutto i sogni di mio fratello, perché gli impedisce di avere una relazione, di andare a convivere con una ragazza e molto altro. Sono quello che ha portato all’esasperazione i miei genitori e continuamente la difettosità che mi sento addosso è asfissiante.

La conseguenza è che non riesco mai a pensare di meritarmi qualcosa, e anzi mi impongo dei sacrifici, come gli antichi che sacrificavano per restituire agli Dei in quanto si sentivano in colpa di mangiare un frutto. Perché dovrei prenderlo? Il mondo non è mio, e credo di dover dare qualcosa in cambio. Questa ossessione mi accompagna sempre, ma probabilmente è anche un po’ l’essenza del cosiddetto bipolarismo”.

Racconta nel suo romanzo di avere la spietata consapevolezza che questo suo stato di sofferenza non finirà mai. Come riesce a convivere con questa “tragica” prospettiva del futuro?

“È pesante da dire, ma io so che prima o poi la malattia psichiatrica avrà la meglio su di me. Si sa come finiscono queste situazioni: non è che me lo sto augurando, né sto facendo un annuncio pubblico, ma sono molto concreto e ci sono tante possibilità che io possa non sopravvivere. La domanda è un’altra: che cosa accade nel frattempo?

Per prendere il mio esempio, l’ultimo anno e mezzo mi ha totalmente distratto, forse anche dalla malattia stessa, nonostante io abbia sofferto tantissimo; essere scrittore ed essere malato è diventata la stessa cosa. Ci sono anche dei vantaggi, perché ora non devo più fingere di stare bene per forza e questo è un privilegio: se mi sento male, se sto per avere un attacco di panico o una crisi psicotica posso allontanarmi, non devo fare finta. Mi è inoltre totalmente indifferente il giudizio degli altri su di me, sulla mia persona e questa la considero una conquista; soprattutto, ho capito che esiste un mondo di persone con tutt’altra visione delle cose, tutt’altra assenza di sofferenza e tutt’altre ambizioni, ma ce n’è anche uno che ogni giorno vive in sbilico, proprio come me. Quindi il punto sono le scelte che si fanno durante il viaggio e da chi ci si vuole far circondare”.

Nel concreto che cosa si potrebbe fare per migliorare la condizione dei malati psichiatrici?

“A livello culturale è difficilissimo far capire che la disabilità non è una diminutio, cioè non è un di meno rispetto a nulla e non può quindi essere messa in nessuna condizione di gerarchia. La battaglia si gioca più sui supporti: devono cambiare totalmente le basi nell’aiuto delle persone con disabilità.

Ad esempio, ti sembra normale che usiamo psicofarmaci per curare, ma non esistono medici o corsi che si prodighino attivamente per far capire come vanno presi, a che ora, come non sbagliare, cosa non fare? Occorre che la comunicazione tra cargiver e medici sia molto più massiccia di quella tra paziente e medico, perché è poi lui a doversi occupare della persona. Dal mio punto di vista il medico deve essere perfettamente consapevole che se le cose vanno male, la responsabilità è anche la sua. Se una persona si uccide perché ha sospeso i farmaci non comprendendo la portata di quel suo gesto, la colpa di quel suicidio è del medico che non ha spiegato sufficientemente ai familiari le conseguenze che un’autosospensione improvvisa può avere. Dunque a mio avviso c’è proprio un problema di responsabilità da risolvere”.

Qual è la sua più grande paura e quale il suo principale rimpianto?

“L’orrore primario è che non stiano bene le persone che mi circondano, anche per un semplice fatto di auto sopravvivenza. Il rimpianto è la consapevolezza che ormai nella mia vita le cose sono andate così: sapere che non ci saranno mai quei venti giorni a Los Angeles in riva al mare a ridere, ubriacarmi, svegliarmi la mattina e partire per visitare il Gran Canyon senza prendere nemmeno una medicina, senza allucinazioni o voci”.

Per chiudere, su cosa è impegnato al momento?

“Sto seguendo le traduzioni perché il libro dovrà uscire praticamente in tutto il mondo; è già arrivato in Francia, poi sarà la volta dell’America e dell’Inghilterra a febbraio. Al nuovo romanzo ci sto pensando: mi piacerebbe raccontare la figura di un caregiver, in questo caso di un fratello. Però ancora non so resterò nel biografico oppure se andrò maggiormente in direzione della fiction pura. Vedremo”.