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Culture
Libri, "Dalla ragione assoluta alla razionalità storica" (Ed. Mimesis)

di Alessandra Peluso

È sufficiente leggere le prime affermazioni dell’Introduzione, per comprendere, senza afferrarne la pesantezza dell’essere; e per l’appunto, Francesco Raimondi nel prezioso manuale “Dalla ragione assoluta alla razionalità storica. Filosofia senza essere ed essenza” nitidamente si esprime: «Poiché siamo nati dalla terra e non siamo figli di dèi, non abbiamo eredità divine. Tutto ciò che è pensato è pensiero umano».

Acuta e sprezzante provocazione, tuttavia reale, se si prosegue alla lettura: «Siamo nati nudi e insipienti, abbiamo conquistato un sapere che ci ha permesso di accrescere in modo esponenziale i beni materiali che sono di grande utilità per la vita umana, ma non siamo riusciti a costruire una società fondata su princìpi di equità, sulla garanzia del lavoro e su un ragionevole equilibrio tra uguaglianza e libertà, capace di assicurare a ciascun cittadino la propria dignità umana». Ecco, nel testo in questione, trabocca il pensiero filosofico che confluisce in tematiche e problematiche di gran lunga vivaci e attualizzabili, affinché ciascuno possa responsabilmente affilare le armi del pensiero critico.

Francesco Raimondi espone la filosofia senza essere ed essenza, ossia prestando l’attenzione al solo puro pensiero, come attività esclusivamente umana del pensare, mirata alla conoscenza. E per dimostrare questo, muove dalla “logica della rappresentazione”, dall’“esperienza”, eliminando la metafisica, superando le filosofie dell’essere, attraversando il linguaggio, sino a giungere alla verità, quella possibile, esponendo in ultima analisi le “teorie scientifiche”, mediante i criteri di deduzione e induzione, l’universo della fisica e della matematica, sino alla conclusione con l’universo della logica.

ragione assoluta razionalita  storica
 

Una vera e propria summa del pensiero filosofico, dunque, il libro “Dalla ragione assoluta alla razionalità storica. Filosofia senza essere ed essenza” di Francesco Paolo Raimondi, il quale espone la storia della filosofia sottoposta a rigido acume valutativo attraverso un’analitica “dialettica”, intesa probabilmente in senso hegeliano. 

“Se la nostra storia è stata una storia di soprusi e di sopraffazioni di uomini a danno di altri uomini, ciò è dovuto non solo al fatto che  la filosofia non si è affermata come sapere preminente e dominante, ma anche perché il freno rappresentato dalle teorie dell’essere e dell’essenza le ha impedito di spingere fino in fondo la sua vocazione rivoluzionaria di contestazione dell’esistente”, sottolinea lo studioso, e magari fosse possibile determinare il pensato epurandolo dalla metafisica, o dall’Essere. Una scrittura animosa, quella di Raimondi, il cui pensiero lindo si articola lungo il corso dell’opera filosofica, come se le parole facessero parte del letto di un fiume, che avverte, potrebbe straripare.

E pertanto, a proposito dell’“essere”, balza alla mente l’istrionico Carmelo Bene, il quale ha sempre sostenuto che “chi dice di essere, di esistere come ‘Io’, convinto di dire quel che pensa, e parlare con significati e non significanti”, lo apostrofa, insultandolo, senza scherzi. In sostanza, anche nella stesura del libro di Raimondi si predilige, all’apparenza, il pensiero poststrutturalista.

E lo stesso Raimondi avverte, appunto, come Deleuze la necessità di una nuova immagine del pensiero. Così, proprio in virtù della decadenza dei concetti di “essere” ed “essenza” che lo storico della filosofia, Francesco Paolo Raimondi, si prodiga a scandagliare il linguaggio e la conoscenza a sostegno del pensiero. Ragion per cui, sinuosamente, in preda ad un atto dovuto, esplora con voracità la ragione assoluta e quella storica, coinvolgendo studiosi, filosofi, o chicchessia, a riflettere sulle argomentazioni possibili, cercando di andare oltre quelli che lo stesso definisce “giochi intellettuali”. Pertanto, “Possiamo tentare di escogitare strategie di lungo respiro, … il gioco … che ci permetta di continuare più a lungo la partita e di mantenere un equilibrio più stabile con il mondo. E come se complicassimo il nostro divertissement ludico, costruendo strategie concentriche, in cui quelle estreme e più ampie non annullano e non sostituiscono le precedenti” (p. 95).

Un esplicito invito, dunque, alla linearità, alla rettitudine, alla semplicità, affinché non si permanga nel divorare se stessi e raggiungere nell’immediato la propria nuda ‘ossatura scheletrica’.      

             

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dalla ragione assoluta alla razionalità storica
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