A- A+
Culture

NOTA DELL'EDITORE
Ho conosciuto Pompeo Locatelli nel 2009. La crisi era già comin-ciata e soprattutto era già in corso una stretta mortale delle banche nei confronti delle piccole e medie imprese. Irritata da una dichiarazione dell'allora presidente dell'Antitrust sul buono stato del credito in Italia, avevo mandato una lettera alquanto nervosa al "Riformista" di Antonio Polito, che la pubblicò il giorno dopo in prima pagina con il titolo Strozzati dalle banche.
Come nella fiaba I vestiti nuovi dell'imperatore dire ad alta voce la semplice verità ha scatenato una valanga ed è emerso quello che ogni imprenditore ormai sapeva: le banche per salvare se stesse revocavano (e revocano) i fidi da un giorno all'altro con decisioni unilaterali che fanno carta straccia dei contratti sottoscritti; inoltre il costo del denaro, teoricamente in discesa, stava aumentando per effetto di postille contrattuali a dir poco vessatorie e dell'anatocismo.
Dopo la mia lettera aperta centinaia di persone mi hanno scritto, mi hanno telefonato. È stato in quell'occasione che ho avuto modo di conoscere Locatelli che, tra l'altro, mi ha illumi-nato sull'anatocismo: interessi sugli interessi.
Quattro anni fa la verità sulle banche faceva notizia. Oggi se dici che le banche non finanziano le imprese ottieni al massimo un'alzata di spalle dal tuo interlocutore. A meno che non salga sul Cupolone o si butti sotto un treno, l'imprenditore strozzato
 
dalle banche non fa notizia. A parte poche, pochissime eccezio-ni, per il resto regna un silenzio imbarazzante di idee, di analisi, di proposte realistiche e praticabili per sbloccare il sistema del credito.
In questo generale disinteresse che cosa fanno quelli che affettuosamente Locatelli chiama i Brambilla? Cercano di sopravvivere, con tutte le loro forze, con i loro soldi, con la loro intelligenza ma soprattutto con la loro rabbia.
La lotta è per la sopravvivenza, sì, avete letto bene, soprav-vivenza. La lotta è talmente faticosa e totalizzante che non c'è più nemmeno il tempo per riflettere su quanto è accaduto e accade. Viviamo di pura tattica e ci difendiamo: dalle banche, da una burocrazia impazzita, da un sistema fiscale che fa sembrare lo sceriffo di Nottingham un benefattore dell'umanità. Lottiamo per sopravvivere cercando nuove strade tra le pieghe di un sistema fuori controllo: nuovi accordi tra fornitori e clienti che consentano di bypassare il sistema del credito, accordi di produttività con i lavoratori in modo da continuare a produrre senza tagliare i posti di lavoro; abbiamo smesso di rincorrere l'immagine e guardiamo alla sostanza, abbiamo tagliato tutto quello che c'era da tagliare e anche qualcosa di più, cerchiamo di far costare meno i prodotti senza rinunciare alla qualità. Sta accadendo in ti in i i sei tori merceologici, editoria compresa. La società prodi li Uva si sta organizzando da sola ma sa che in que-sta lotta a per la sopravvivenza, se la politica non fa la sua parte, se le banche non la 11110 la loro, alla fine si conteranno le imprese morte. h non sarà un bel conto.
La lotta per sopravvivere ha anche due effetti collaterali molto pericolosi: (litiluil  i ch i il passato e cerchi di non pensare al futuro. Vivi solo i ìel presente sperando di arrivare al giorno dopo.
Qualunque imprenditore sa di che cosa sto parlando e sa anche che questo stato d'animo è la negazione del fare impresa. Se hai fondato o guidi un'azienda per forza di cose devi avere una visione e un progetto per il futuro. Non ti basta sopravvivere, devi evolvere, continuare a guardare avanti. Ma come fai se tutto attorno ti ributta nella lotta per la sopravvivenza quotidiana?
Serve tempo per pensare, serve riandare alle origini di questa crisi per capire che cosa non ha funzionato, servono idee praticabili e strategie di medio-lungo respiro. Un editore rispet
 
to agli altri imprenditori ha un unico vantaggio: può dare voce alle idee. Cosa che ho voluto fare pubblicando queste pagine di Locatelli, di cui condivido gran parte delle analisi e molte delle soluzioni proposte.
Locatelli fa due operazioni: ripercorre i fatti del passato rior-ganizzandoli in modo da offrire un quadro dei punti critici e indíca alcune soluzioni tecniche per passare dallo stato di sopravvivenza a quello di normalità.
Lo dico subito ai lettori che sono anche imprenditori: questo libro vi farà arrabbiare, perché rileggere dei salvataggi dei grandi gruppi fatti a nostre spese provoca un travaso di bile, perché vedere descritte le connessioni del capitalismo relazionale, quello dei salotti ai quali i Brambilla non vengono invitati, rende furenti; per tacere dei controllori che non controllano, della rete di connivenze tra politica e grandi gruppi. I poteri forti non sono misteriosi e anonimi: hanno un nome e un cognome e Locatelli li elenca senza peli sulla lingua. Ma nessuno di loro si chiama Brambilla.
Questo volume dà anche indicazioni su come affrontare la crisi partendo da un nuovo approccio psicologico e spronando chi guida le imprese a guardare con il giusto atteggiamento le cause interne di défaillance produttiva, finanziaria e organizzativa.
Nella lotta quotidiana per la sopravvivenza si deve trovare tempo per riflettere sul passato e sul futuro per non correre il rischio di essere divorati dal presente, per non perdere la visio-ne complessiva. A questo servono i libri: a pensare.
Inoltre credo che mai come in questi tempi sia importante rileggere i mali passati e tenerne memoria: sono le pezze d'ap-poggio di un conto che prima o poi qualcuno dovrà pagare. Non í Brambilla: loro, anzi noi, lo stiamo già pagando.
 
INTRODUZIONE
Non ho il cellulare e quando scrivo lo faccio a mano. Carta, penna e i pensieri che si affastellano. Poi, certo, quel che merita finisce nel computer, grazie alla sapiente collaborazione dí Mariuccia Rubin, in ufficio con me da una vita e che supplisce volentieri alla mia proverbiale ritrosia verso la tecnologia digitale. Più faticoso? Non so, non ne ho la riprova. Quello è il mio modo, diciamo così, il mio metodo di lavoro per arrivare al classico "carta canta". E lo è anche quando mi accingo a scrivere un articolo per un giornale dove posso mettere a disposizione dei pazienti lettori le riflessioni che più mi stanno a cuore e che sono il frutto di un'esperienza lavorativa ormai dí lunga data. E quanto più mi immergo nella mia professione di commercialista che si occupa di imprese, tanto più trattengo argomenti che poi - grazie all'opportunità che negli anni mi è stata offerta da direttori di quotidiani e periodici - assumono la forma di articoli o rubriche. A questo punto non posso non ringraziare Umberto Mantellini, da sempre mio collaboratore, che mi ha sostenuto nel corso della mia professione e motivato anche con preziosi suggerimenti nella redazione degli articoli raccolti in questo libro.
La mia avventura umana e professionale ha vissuto il ritmo e alcuni passaggi chiave della storia economico-finanziaria del nostro Paese. Gli esordi nel pieno della stagione del boom; la complessità e le contraddizioni delle grandi trattative legate
 
alle privatizzazioni e in particolare della Sme; gli anni della vitalità energetica e del protagonismo dell'Eni; i grandi tormenti e le traversie di quel periodo che viene ricordato con il nome di Mani Pulite.
Vicende epocali che, frapposte da racconti personali, incontri decisivi, aneddoti e spigolature, hanno dato vita a un libro-confessione, magari poco organico ma assolutamente sincero, che prese come titolo I dolci c gli amari di Pompeo. Il richiamo ai dolci non è stato per nulla casuale; infatti, nel corso degli anni, mi sono cimentato nell'arte pasticciera e, a quanto mi dicono, i risultati di questo mio impegno, a cavallo tra hobby e soprattutto solidarietà, sono lusinghieri. E, lo dico quasi con certezza e un pizzico di fierezza, il mio dna da pasticciere rinvia al romantico bar-laboratorio di via Piero Della Francesca che l'intuizione di mio padre trasformò nell'"Azienda Remo Locatelli".
I dolci e gli amari di Pompeo uscì nel 2004, tuttavia la mia storia è continuata mettendosi in sintonia con i nuovi tempi, ma senza smarrire la bussola dei propri convincimenti e del proprio modo di intendere la professione di commercialista d'impresa. Come sono continuati a fiorire i miei articoli, le mie riflessioni, i miei suggerimenti. E questo libro li tiene insieme mettendoli in ordine per argomento: la crisi delle PMI, il sistema del credito con tutte le sue criticità (anatocismo, derivati, revoche dei fidi, concessione abusiva del credito), la burocrazia, i piani di ristrutturazione aziendale, la legge fallimentare, il sistema di controlli (anche di Borsa), la governance, i consiglieri dormienti, la concorrenza e le privatizzazioni. È un percorso che esprime il contenuto di quelli che io chiamo "i miei cavalli di battaglia", analisi seguite da proposte di soluzioni realistiche. I destinatari delle mie riflessioni sono stati, e sono, innanzitutto i signori Brambilla.
Il primo a coniare il termine "Brambilla" per definire i piccoli e medi imprenditori è stato negli anni Settanta Piero Bassettí, industriale nel tessile e primo presidente della Regione Lombar-dia. Quell'espressione piacque anche al giornalista Giorgio Bocca che in molti suoi articoli la utilizzò efficacemente.
Quella dei "Signori Brambilla" è una storia che rappresenta un vero e proprio modello; infatti, all'estero, anche in presti-giose università americane, viene studiata con attenzione la for mula della nostra PMI. Definita un abito perfetto, realizzato su misura per il sistema industriale italiano. Peccato che qui si faccia di tutto per affondare questa meravigliosa esperienza. D'al-tronde, questo è un Paese abilissimo a farsi del male da solo. Pertanto succede che quando l'economia viaggia con il vento in poppa, le mille sfaccettature dello Stato, così come i premurosi istituti dí credito, ricavano solo benefici dai fatturati (-11(_o rie-scono a presentare le piccole e medie imprese; mentre, quando l'economia globale frena, gli stessi protagonisti non perdono un istante a far capire al Brambilla di turno che il vento è cambiato. A quel punto scatta il panico. Questo che stiamo vivendo è, per l'appunto, uno di quei terribili momenti dove al piccolo e medio imprenditore viene a mancare la terra sotto i piedi; avverte la condizione della solitudine, del blocco soprattutto di ordine psicologico: si affaccia la vergogna, un improvviso deficit di stima. E con quelle crepe nel cuore l'errore, anche grave, è in agguato.
C'è un'efficace definizione del sociologo Aldo Bonomi che fotografa il rapporto che lega l'imprenditore alla sua azienda: "Non è una molecola del capitale che segue l'andamento bor-sistico, ma un progetto di vita con radici profonde nell'ambiente locale, nel territorio". In questa frase ritrovo il senso profondo della mia professione: non arido resoconto di numeri ma sostegno a un progetto di vita collettivo. Ed è un impegno così totalizzante che non si può delegare ad altri, per questo da sempre mi muovo come una "one man company" dove la parola chiave è man. Prendere in carico un'azienda significa condividere il progetto dí un'altra persona, condividerne le responsabilità mettendo a disposizione le migliori competenze, proprie o di altri specialisti. La tecnica, dunque, ma anche la passione intellettuale e la condivisione.
In questi tempi di drammatica crisi, molti imprenditori vedo-no il loro progetto di vita che rischia di finire a rotoli. Prima ancora dell'impresa sono loro che vanno sostenuti. Questi eroi del quotidiano rimboccarsi le maniche sono da sempre vessati e costretti a pagare il conto. Ma, dal 2008 in poi, cioè da quando la crisi è entrata nelle nostre vite senza chiedere il permesso, le cose per le PMI sono peggiorate assai. L'ho documentato, numeri alla mano, nella mia attività pubblicistica; lo vivo tutti i giorni
 
nella mia attività professionale. Al che posso dire ín tutta fran-chezza, essendomi negli anni cimentato anche con vicende rela-tive a grandi gruppi imprenditoriali pubblici e privati, che se governo e sistema del credito dedicassero una frazione dell'im-pegno profuso per sostenere l'Alitalia o la Fiat nella loro stagione più delicata, penso che la salute del sistema Italia, in termini di occupazione e di saldo della bilancia commerciale, sarebbe sicuramente migliore. Non sono argomenti nuovi, ne convengo. Anzi, con una certa angoscia scopro che quanto scrivevo il 20 novembre 1991 sotto il titolo Le banche non sparino sui BramMia resta terribilmente attuale. Eppure, sotto la superficie, il potere delle lobby, quelle bancarie ín primis, non è stato nem-meno scalfito. Che cos'è cambiato rispetto all'Italia del 1991? Non è cambiato nulla. Anzi, vista dalla parte delle piccole e medie imprese, le cose sono peggiorate a causa delle famose "sinergie" che hanno portato alla creazione di grandi gruppi bancari, provocando la nascita di oligopoli che hanno ridotto la concorrenza. Mi rendo conto che la crescita dimensionale delle imprese, a partire da quelle bancarie, è un fenomeno di portata internazionale. Ma non per questo più virtuoso. Non a caso oggi molti economisti sottolineano che proprio la caduta degli steccati tra banche commerciali e banche d'investimento, a metà anni Novanta, ha scatenato quegli spiriti speculativi che, tappa dopo tappa, hanno portato alla crisi finanziaria manifestatasi sul finire del 2007, i cui effetti nefasti sono purtroppo ben lontani dall'affievolirsi. Il quadro che oggi dipinge l'Ocse dovrebbe met-tere tutti sull'attenti. Per l'Italia si stima una crescita assai tiepida: la media del pil sarà dell'1,3% tra il 2011 e il 2030, seguita dall'1,5 (Y. nei vent'anni successivi. La crescita media del pil pro capite sarà ancora inferiore collocandosi allo 0,9% nell'arco di tempo 2011-2030. Insomma, c'è poco da stare allegri. La verità è che se non si sostiene con grande decisione la domanda interna, riducendo i salatissimi costi del lavoro, l'economia industriale continuerà a essere in emergenza. Sono troppe le voci che stanno mettendo in ginocchio le nostre imprese rendendole non competitive: il costo dell'energia, il peso della burocrazia e il macigno del cuneo fiscale. Si tratta di zavorre che bloccano in modo particolare i tentativi di "fare impresa" delle PMI.
Va poi chiarito, senza girarci troppo intorno, che la corsa al
gigantismo ha provocato e provoca sempre più problemi al sistema delle piccole e medie imprese. La storia è nota e non è una bella storia: la creazione dei colossi bancari (Intesa, UniCredit, Banco Popolare, Uhi) si è tradotta in una riduzione dci fidi alle imprese. Il fenomeno, ormai, è così evidente che salta all'occhio anche dei più distratti: nell'agosto del 2006, al momento della fusione tra Intesa e Sanpaolo, il tasso percentuale di crescita dei fidi era, secondo le statistiche, pari al 7% circa sia per le grandi imprese che per quelle con meno di venti dipendenti. Da allora la forbice si è andata allargando e il rubinetto del credito, per i piccoli, si è venuto restringendo. Con la paralisi pressoché totale di questi tempi. Un corto circuito che sta mandando in tilt la storica risorsa di questo Paese: non dimentichiamo che le PIA I rappresentano circa 1'80% del sistema produttivo italiano. Ma, evidentemente, questa percentuale non è ritenuta sufficiente a riparare il danno. I denari conviene farli girare da altre parti, in altre tasche, come è avvenuto per i vari Zunino e Ligresti. Ma la lista dei privilegiati è molto più lunga. E, conviene sempre ricordarselo, il primo soggetto privilegiato è lo Stato con tutte le sue diramazioni. Lo Stato italiano gode di una sorta di immunità: non risponde mai di niente. Si indebita per colpe proprie, per inefficienza sua e domanda ai cittadini di farsi carico delle sue stravaganze attraverso un uso sconsiderato delle gabelle. D'altronde, se uno non è allenato a tenere i conti in regola... Pensate che strano Paese è questo: da noi non esiste un bilancio consolidato dello Stato. Non si sa nulla del suo effettivo stato patrimoniale. Un'azienda privata che non presenta il proprio bilancio è sostanzialmente fuori dai giochi. Si tratta di una regola base, di un principio elementare. È troppo chiedere che si metta all'opera una società di revisione, esterna e del tutto neutrale, per arrivare finalmente a mettere nero su bianco il bilancio consolidato dello Stato? E di tutte le sue diramazioni territoriali? Ritengo che questo passaggio non sia più rinviabile in nome della totale trasparenza dei bilanci della Pubblica Amministrazione e delle società partecipate di enti pubblici.
Ed è così - come abbiamo tentato di dire e come spero emerga con chiarezza nella raccolta degli articoli che compongono questo libro - che per le piccole e medie imprese le cose in questi anni sono cambiate. Ma solo in peggio. Infatti, stiamo assi
 
stendo al triste spettacolo degli Istituti di credito che, incuranti della situazione in cui versa l'economia reale - e non a caso pongo la riflessione sul termine "reale" -, comunicano all'im-prenditore, quasi sempre con una telefonata, la decisione di avergli revocato o, quando si è fortunati, ridotto il fido. Così, di punto in bianco, senza preavviso alcuno si toglie alle imprese la riserva d'ossigeno indispensabile per provare a tenere la barra dritta della propria attività in tempi di profonda incertezza. E ciò sta avvenendo nel silenzio generalizzato. Una pratica odiosa e non più sopportabile. Perciò vanno posti finalmente dei solidi paletti perché non è possibile lasciare il destino di un'impresa nelle mani delle banche! In tutto il mondo il fido è a scadenza, da noi è soprattutto a revoca. Come si può intervenire? Io avanzo una proposta. Serve con urgenza una legge che traduca bene un solo concetto, ma decisivo: in qualunque circostanza, il piccolo e medio imprenditore, che ha ottenuto prestiti per la sua attività produttiva, ha diritto a un preavviso di almeno un anno prima di avviare il rimborso. Si tratterebbe di una legge di civiltà e di grande buonsenso. Viene chiamato stand stili. E consiste in un accordo con le banche affinché non richiedano alle imprese il pagamento dei prestiti scaduti e spesso revocati, pertanto, a non iniziare azioni volte al recupero forzoso. In sintesi: l'impegno al mani eninicnto degli affidamenti ín essere. Perché l'azienda viene ritenuta un patrimonio e non "un pollo da spennare" finché c'è da spennare. In altri Paesi l'impresa ha tempo e modo di contrattare le nuove condizioni con la propria banca e magari dí metterle a confronto con quelle proposte dalla concorrenza. L'Italia, come le capita spesso e non per ragioni edificanti, si distingue: il presente ma soprattutto il futuro dell'impresa piccola e media è appeso all'esilissimo filo delle scelte della banca che può decidere di stringere i cordoni della Borsa a suo piacimento, senza alcuna attenzione alle esigenze del cliente. Oggi più di ieri le piccole e medie imprese sono ritenute vassalle più che clienti. È tempo di voltare pagina. Serve un'azione forte. E nobile. Una legge dello Stato che ponga fine a questo malcostume che, alla prova dei fatti, danneggia l'intero Sistema Paese. Non sarà facile perché la lobby delle banche conta da sempre ín Parlamento su un vasto sostegno trasversale agli schieramenti; mentre le PMI non godono di altrettante aderenze. Chissà se con
 
la nuova legislatura qualcosa di nuovo potrà manifestarsi. Diceva Mark Twain: "Un banchiere è uno che vi presta l'ombrello quando c'è il sole e lo rivuole indietro quando piove". Oggi non lo presta più nemmeno quando c'è il sole. A t 'spie() uno scatto di dignità e di moralità per porre un argine alla prepotenza del sistema bancario. Un vincolo per legge che abolisca i I fido a revoca e lo imponga a termine può rappresentare un punto di rottura. Di ripresa. E di ricostruzione. Una svolta che faccia il paio con regole certe in materia di abuso di credito.

 

Tags:
note dell'autore
in evidenza
Il trauma di Romina Carrisi "Ho lavorato negli strip club"

Dolorosa esperienza negli USA

Il trauma di Romina Carrisi
"Ho lavorato negli strip club"

i più visti
in vetrina
Meteo agosto: fresco al Nord, Africa al Sud. E a Ferragosto colpo di scena

Meteo agosto: fresco al Nord, Africa al Sud. E a Ferragosto colpo di scena


casa, immobiliare
motori
Taigo: il primo SUV coupé di Volkswagen

Taigo: il primo SUV coupé di Volkswagen


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.