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Culture
Pompei, il racconto del disastro. Il Vesuvio erutta sul grande schermo

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Amore, violenza, vendetta, distruzione. Da sempre sono questi gli ingredienti giusti per un film di successo al botteghino. Il regista Paul W.S. Anderson li ha presi tutti quanti, li ha mischiati ben bene all’interno del Vesuvio, e ha creato Pompei. Arriva in sala l’atteso blockbuster che mette in scena la distruzione della celebre città travolta dalla lava del vulcano nel 79 d.C. Protagonisti due giovani, e soprattutto sexy, attori: Kit Harington, già bel tenebroso nel ruolo di Jon Snow nella serie televisiva Game of Thrones, ed Emily Browning, australiana che aveva catturato le fantasie peccaminose dei maschietti di mezzo mondo nel suo platinato ruolo in Sucker Punch. Il risultato è un incrocio, non sempre riuscito, tra Il gladiatore di Ridley Scott e un tipico disaster movie.

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LA TRAMA – Il film di Anderson, già autore della serie di Resident Evil, non comincia da Pompei ma dalla Britannia ed esattamente con lo sterminio di una tribù di celti ribelli. Tra di loro c’è anche Milo che sarà l’unico a sopravvivere. Milo assiste al massacro della propria famiglia per mano del futuro senatore romano Corvo, interpretato da Kiefer Sutherland. Qualche anno dopo ritroviamo Milo che combatte come gladiatore. Verrà portato a Pompei, dove incontra la bella Cassia, figlia di un ricco mercante con smanie di grandezza. Tra i due nasce subito un amore fatto di sguardi, ma il destino di Milo è combattere nell’arena. Il tutto mentre il Vesuvio comincia a fare le bizze…

IL GLADIATORE IN SALSA CELTICA – Lo schema è maledettamente simile a quello de Il gladiatore, celeberrimo film di Ridley Scott con Russell Crowe. Milo, come Massimo, assiste al massacro della propria famiglia. Entrambi sono portati a odiare Roma. Ma se nel film di Scott la luce dell’impero era offuscata per alcuni uomini malvagi, tra tutti il Commodo di Joaquin Phoenix, in Pompei tutta Roma sembra corrotta, avida, violenta, sadica. Nessuna sfaccettatura nel Corvo di Sutherland, Roma è il male assoluto. Solo sperare di poter fare affari con lei corrompe l’anima, come accade al padre di Cassia. La condanna dell’impero è assoluta. Anche qui, come nel film di Scott, lo schiavo/gladiatore si innamora di una “principessa”. E anche qui il filo rosso che sta sotto alla vicenda è il desiderio di vendetta. Le similitudini non si fermano agli elementi narrativi principali o ai meccanismi psicologici ma coinvolge anche elementi secondari. Ne è un esempio il personaggio di Attico, nuovo esponente della categoria gladiatore numero 2 – grosso ma buono – rigorosamente di colore. Il tutto in maniera un po’ ovvia e che ogni tanto rischia di suscitare qualche risata involontaria, come quando Milo si reinventa sussurratore ai cavalli. La differenza è che in Pompei non c’è il desiderio di riportare Roma alla sua grandezza originaria. Stavolta il protagonista vuole solamente salvare la sua bella e possibilmente amarla prima che arrivi l’apocalisse.

MELANCHOLIA POMPEIANA – Apocalisse che, ovviamente, arriva e occupa interamente l’ultima mezz’ora di film. Il Vesuvio, per Anderson, è una sorta di punizione divina per un impero avido e corrotto. La lava, quasi in senso biblico, monda Pompei, cancellandola, dai suoi peccati, il primo dei quali è essersi fatta infettare da Roma. Cassia promessa sposa di Corvo rappresenta la purezza di Pompei data in pasto all’ingordo lupo imperiale. A dire la verità non è che la presenza del Vesuvio si faccia così tanto notare nei primi due terzi di film, che sembrano semplicemente un Gladiatore versione balneare. Poi ecco che si scatena il vulcano, e domina la parte finale del film. Dall’esplosione allo tsunami, l’effetto visivo è certamente potente, anche se un po’ ripetitivo. Al di là delle classiche dinamiche da film apocalittico, nel finale la minacciosa sagoma del Vesuvio sembra ricordare quella di Melancholia, il pianeta che entra in collisione con la Terra nell’angosciante film di Von Trier. Immobile ma sempre più vicino. Von Trier raggiunge il paradosso di rendere glaciale un’apocalisse piena di bruciante calore. In Pompei, invece, di gelido non c’è nulla. Il fuoco è fuoco ma la Natura non è Scienza, è Segno del Divino.

POMPEI, 2014 – Per Pompei si tratta di un momento estremamente positivo, quantomeno sul grande schermo. Solo pochi mesi fa il British Museum ha presentato un documentario che rappresenta il primo vero evento cinematografico dell’importante museo. La mostra sulle case romane e le vite degli abitanti di Pompei ha fatto segnare numeri da record, tanto che “Life and death in Pompeii and Herculaneum” è stata da più parti considerata l’evento culturale del 2013. Ora la pellicola di Anderson che, incorporando tutti gli stilemi dei colossal hollywoodiani, aspira a grandi incassi. Il tutto mentre la vera Pompei continua a cadere a pezzi. Ma perché preoccuparsene? Quella mica si va a vedere al cinema…

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