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Culture


di Virginia Perini

A due anni dalla “rivoluzione dei gelsomini” la giornalista Ilaria Guidantoni ci accompagna in un viaggio nella Tunisia della transizione, con i suoi chiaroscuri e le sue contraddizioni, i suoi luoghi-mito e le nuove promesse culturali. Il libro “Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia” è il primo della collana REvolution di Albeggi Edizioni, libri di attualità e guide per viaggi intelligenti, mappe per capire i cambiamenti politici, sociali e culturali in corso nel mondo. Il libro è una tessitura di incontri-conversazioni con varie figure della società tunisina: docenti universitari, politici, manager, personalità del mondo della cultura e dell’arte, come i pittori Mohamed Belkadhi, Saro Lo Turco e Olivier Derveloy; il regista Mourad Ben Cheikh; la scrittrice Lilia Zaouali; i giornalisti Sondès Ben Khalifa, Zohra Abid, Salah Methnani e gli italiani Ugo Cubeddu e Ezio Pasero; la gallerista Aïcha Gorgi; il designer SadiQa Kèskès. Tra gli intervistati anche i direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi, Luigi Merolla e Francesco Reggiani, Responsabile dell’Archivio storico del Teatro dell’Opera di Roma, habitué della Tunisia. «Il Mediterraneo è un collante – dichiara - e l’affinità di noi italiani con queste terre supera quella con tanti stati della Mittel Europa. L’Opera di Roma è stata la prima istituzione straniera a festeggiare la rivoluzione già a marzo 2011 con la mostra “La rive du sud de la Mediterranée dans le mélodrame”. L’accoglienza è stata a dir poco sorprendente».

9. Le mouton clandestin de Samir MakhloufLe mouton clandestin de Samir MakhloufGuarda la gallery

 

Arte e cultura in fermento, dunque, nella Tunisia post-rivoluzionaria - questo è quanto emerge dal reportage - anche se con un andamento disordinato, non organizzato, privo di figure carismatiche di punta, ma con tanti segnali incoraggianti. I giovani hanno “aperto la pentola a pressione” e le arti plastiche sono esplose. A Palais Kerredine, nella Medina, si è aperto un laboratorio di scambi tra il cinema tunisino ed europeo. Molti artisti tra i quaranta e i cinquant’anni hanno finalmente preso il coraggio di uscire allo scoperto. Risorge la satira, un genere sopito da così tanto tempo in Tunisia, da essere quasi dimenticato. I giornali sono sostanzialmente liberi e c’è un proliferare di radio private. Si assiste ad uno sviluppo significativo dell’opera lirica, un’attenzione che è certamente frutto del clima liberato da un potere angusto e ottuso, e c’è stata la nascita del rap, più propriamente legato ai fermenti giovanili impegnati. Il balletto ha ripreso notevolmente e anche spettacoli come “Chérazade” con il corpo mostrato nella sua nudità, non hanno creato nessun problema. All’indomani della caduta di Bin ‘Ali, la gente è tornata a chiedere libri sulla Tunisia, con preferenza per i temi di politica e storia. Dal 2011 si scrive e si pubblica anche di più. La scena artistica, insomma, è in grande cambiamento, la creatività è molto forte e la qualità degli artisti elevata. Prima della rivoluzione spesso la fantasia e la libera espressione si erano nascoste per paura o erano state represse, ora gli artisti hanno cominciato a produrre più liberamente. Quella tunisina è una rivolta compiuta, l’unica del mondo arabo portata alle estreme conseguenze e la prima del XXI secolo. Ora è il momento della transizione verso la nuova Costituzione. La Tunisia è sempre stata un mosaico di fedi e inclinazioni e non c’è da stupirsi se oggi convivono in un’apparente confusione, e nello stesso spazio fisico e temporale, la spinta laica-europeista e quella religiosa tradizionalista, in un caleidoscopio di situazioni ed estremi: velo e abbigliamento casual all’università; costume integrale e bikini sulle spiagge; programmi televisivi religiosi e mostre d’arte provocatorie. Forse è proprio questo mix l’aspetto intellettualmente più affascinante della Tunisia dei nostri giorni. Anche se il cammino verso la democrazia è tracciato, la tendenza verso una radicalizzazione religiosa si fa però sentire, e disorienta, o spaventa addirittura, molti intellettuali. Basta guardare la televisione, dove un uomo vestito con abiti tradizionali e una donna velata leggono il Corano giornalmente. Questo tipo di impostazione nel modo di vestire lo si comincia a vedere anche nei cartoni animati per bambini. Il libro è anche una guida di viaggio alternativa, con un percorso che si snoda tra i luoghi della rivoluzione, quelli della cultura, dell’arte, i luoghi classici della tradizione, e quelli moderni di un turismo sofisticato e intelligente, che Tunisi può ora accogliere con spirito nuovo. Un viaggio a mente aperta, da fare respirando l’aria del cambiamento, a Sidy Bou Sa’iyd, rifugio di artisti e intellettuali, o nella Medina, con il souQ del Bey, la zona di caffè letterari e terrazze nascoste sui tetti. Magari sorseggiando una limonata profumata o un thé accompagnato da datteri in compagnia di artisti o scrittori.

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Intervista

Da cosa si percepisce, stando sul posto, il fermento culturale di cui parli nel libro?
Basta camminare per strada e guardare le vetrine delle librerie, leggendo le presentazioni di libri in programma. In Tunisia non si è mai pubblicato così tanto, nonostante la crisi. Che l’origine sia la fine almeno ufficialmente della censura e che la ritrovata voglia di comunicare sia stata originata dalla rivolta del 14 gennaio 2011, è dimostrato anche dai titoli dei libri quasi tutti centrati sull’attualità con un focus sulla rivoluzione. Il genere satirico dal fumetto d’autore alle vignette sui giornali, semplicemente non si era mai visto prima, mentre la scorsa primavera c’è stata addirittura l’inaugurazione del primo salone della caricatura a Cartagine. Per chi frequenta poi le gallerie d’arte è evidente il risveglio generalizzato e il salto di qualità delle arti plastiche da prima a dopo la caduta del regime. Anche gli scontri violenti, causati, per la proiezione di film e l’esposizione di opere d’arte non graditi al nuovo Governo mostrano comunque che c’è un’attività con la voglia di mettersi in gioco e sperimentarsi, a cominciare dalla musica e dall’ingresso del rap nel mondo tunisino, penso ad esempio al gruppo Armada Bizerte. In generale le persone sono più interessate alla cultura hanno cominciato a tornare a teatro. Nello stesso tempo sta emergendo, o meglio riaffiorando, la cultura tradizionale, la riscoperta del patrimonio culturale locale e l’editoria e l’arte religiose. Quello che invece comincio a temere e che parlando con la gente avverto, è che si tratti soltanto di un risveglio e non di un’autentica rinascita, destinata a stemperarsi e ad annacquarsi nel tempo. Mancano ad esempio delle figure intellettuali in grado di unire intorno alla propria persona dei gruppi, dando vita ad una scuola ma forse è presto per tutto questo.

Che tipo di eco ne arriverà in Europa?
Per ora arriva poco perché l’Europa è disattenta al mondo arabo ed è interessata per lo più solo a quello che fa clamore, che ha il sapore dello scontro. Parlo naturalmente a livello generalizzato. La Tunisia inoltre è un paese piccolo e la cerchia degli intellettuali è molto piccola; per giunta è francofona per cui l’unico sbocco significativo è la Francia dove in effetti vivono molti degli autori dei saggi che ho letto in questi due anni; artisti che, come racconto nel libro, vanno e vengono tra la Francia e la sponda sud del Mediterraneo e giovani, soprattutto nell’ambito musicale come Âmel Mathloutî, che è emersa prima a Parigi dove aveva cantato “Kelmti Hurra” (La mia parola è libera) il 14 luglio per l’anniversario della Presa della Bastiglia, al riparo dalla censura, e poi l’eco di ritorno è arrivato in Tunisia. Oggi c’è un’apertura più autentica perché resta il dialogo tra il paese d’origine e le altre culture, mentre sotto il ventennio di Bin ‘Ali l’Europa era il rifugio o l’esilio o ancora il mito del successo cercato dal dittatore e i tunisini erano dimentichi delle proprie radici. Oggi ad esempio, la Tunisia può rappresentare per la sponda nord del Mediterraneo un ponte verso l’Africa, altri paesi araba e in particolare l’intero Maghreb.

Quali arti spiccano?
Come accennato è tornata a fiorire la scrittura, soprattutto saggistica che è tra l’altro la vocazione tunisina anche se è tra i finalisti dell’Arabic Booker 2013 (il più prestigioso premio letterario arabo) con Hussein al-Wad e il suo romanzo “Sua eccellenza il Ministro”. Le arti plastiche si sono distinte e anche il teatro di parola, “fou” in arabo (ovvero “bocca”) a lungo censurato. La musica si sta rinnovando e sta accogliendo sempre più l’opera lirica con un’attenzione entusiastica da neofiti. Il melodramma non è ovviamente nella tradizione locale ma il tipo di vicenda e allestimento è molto gradito come dimostra l’accoglienza all’opera italiana realizzata dall’IICT con il Teatro dell’Opera di Roma nelle ultime stagioni. In generale mi pare che ci sia la riscoperta, come suggerisce il regista Mourad Ben Cheikh in una delle conversazioni del libro”, della risata e della dimensione ironica.

Si respira libertà oggi a livello sociale o ancora il cammino è lungo?
Il percorso è lungo e tortuoso e soprattutto non è lineare. Si fanno passi avanti e indietro e non si conosce quale sarà l’approdo. E’ difficile cambiare una mentalità radicata con un colpo di spugna. Come si dice in una conversazione del libro, che si svolge in libreria, non basta abolire la censura, serve superare l’autocensura ed è un processo psicologico lungo. A livello di stampa c’è sicuramente il pluralismo e il ‘combattimento’ dialettico serrato, se rischia di degenerare in violenza, è sinonimo comunque di voglia di costruire, di libera espressione. La Tunisia, per certi versi, anche nel rinato movimento femminista, sta ripercorrendo alcune tappe dell’Italia degli anni ’70: le barricate, lo scontro frontale, l’arroccamento su posizioni contrapposte ed estreme. Mi pare di poter dire che la libertà di espressione è acquisita almeno in termini teorici mentre proprio sul profilo sociale la libertà è ancora da conquistare. Sul fronte delle donne ad esempio, le cosiddette tre riserve (legittima sull’eredita, con la divisione equa tra i figli superando i due terzi destinati alla prole maschile; la patria potestà condivisa e la partecipazione paritaria alla vita pubblica) non sono state abolite.

Dell’Europa e della crisi che immagine arriva in Tunisia? Che cosa si dice?
L’Europa e l’Italia in particolare non è più una meta. Malgrado gli ultimi mesi della dittatura siano stati i più duri, la gente rientrava dall’Italia e cominciava il flusso al contrario. Non solo ma oggi sia chi è favorevole al governo religioso, sia i laici sentono di avere un posto da cittadini nel proprio Paese e hanno trovato il coraggio e la responsabilità di difenderlo. Dell’Europa è arrivata un’immagine dorata alla quale occorreva assomigliare nell’epoca di Bin ‘Ali che oggi si sgretola anche agli occhi di chi è stato più ingenuo. Inoltre, l’Italia e la Francia sono state ritenute – e a buon diritto – conniventi con il sistema dittatoriale sia da coloro che oggi fanno parte del governo di EnnahDa, sia dai laici oppositori. Così come attualmente si critica la distanza, la disattenzione dell’Europa e anche la condanna sic et simpliciter di ogni ritorno alla tradizione religiosa, senza cercare di capirne le ragioni. Infine, si ritiene, che l’Europa mediterranea che dovrebbe essere la più
vicina alla Tunisia anche in termini di empatia e invece l’arresto dei flussi turistici dimostra che la paura e la chiusura stanno prevalendo. Qualcuno comincia a ricordare agli italiani l’opportunità che in passato la Tunisia ha offerto loro, alla comunità ebraica soprattutto alla colonia livornese e agli emigrati siciliani nel corso di tutto l’Ottocento.

Che lezione dovrebbe trarne l'Occidente?
Nel complesso emerge la forza della rabbia che esplode nel popolo, in grado di battere qualsiasi dittatore prima o poi. Questa è una lezione della storia che spesso si dimentica come anche il rischio che da una rivoluzione si passi ad una controrivoluzione. Per questo la fase di transizione è molto importante: contiene i germi del futuro del paese e in questo momento l’Europa può giocare un ruolo importante. Ad esempio in termini economici, la ripresa di un turismo nuovo, alimentato proprio dalla riscoperta culturale ed intellettuale della Tunisia per una nicchia di qualità che rappresenta una doppia opportunità: per l’Europa di aprire sbocchi nuovi alle proprie imprese in un momento di crisi, senza ‘subire’ flussi migratori forzati; di stabilità politica nel Mediterraneo. Parimenti l’opportunità di alimentare il dialogo con la diversità che è l’unico modo per promuovere una dialettica che non finisca nello scontro. Un dato fa riflettere: il partito religioso della “Rinascita”, la cosiddetta Balena blu, ha conquistato voti soprattutto in Italia e in Francia, dove c’è stata una promozione della laicità e del laicismo nei confronti dell’Islam.

 

Le prime presentazioni

il 16 gennaio alla Libreria L'Argonauta a Roma e il 23 al Griot;
il 19 alla libreria Lovat di Treviso;
il 24 a Livorno presso la libreria Erasmo
il giovedì 31 alle 18.00 a Milano presso Milano Libri, via Verdi 2

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