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Culture
Umberto Boccioni, il genio e l’innovazione in una grande mostra
Boccioni Umberto - Elasticità - 1912, olio su tela cm 100x100, coll. Jucker

Di Raffaello Carabini

Morì “per deferenza”. Quella che provavano per lui, la mano più “bella” d’Italia e anche uno degli intellettuali più facondi e acuti, persino le autorità militari che gestivano le dislocazioni dei combattenti durante la Prima Guerra Mondiale. Volevano metterlo negli uffici per non fargli rischiare la vita, dopo che un anno prima si era arruolato nei volontari ciclisti automobilisti e aveva partecipato alla presa di Dosso Casina, insieme agli altri futuristi Filippo Tommaso Marinetti, Antonio Sant’Elia, Ugo Piatti, Mario Sironi.

Ma Umberto Boccioni non era un tipo facile, insisteva, “ho cortesemente rifiutato dichiarando di voler fare il mio dovere in batteria”, voleva l’azione, essere un bombardiere, uno dei soldati che lanciavano granate dai primi aerei costruiti in legno e rivestiti in tela, in quella guerra che da “igiene del mondo” si trasformava in “insetti+noia+eroismo oscuro” durante l’attesa. Almeno le esercitazioni non potevano rifiutargliele. Fu durante una di queste che venne sbalzato di sella e poi calpestato da un cavallo imbizzarrito, alla periferia di Verona. Era il 16 agosto di cento anni fa. Morì il giorno successivo, all’alba.

Il più grande innovatore dell’arte italiana del secolo scorso, più del De Chirico dei “manichini” oppure del Fontana dei “buchi”, molto più del Manzoni della “merda d’artista” o del Cattelan del “Wojtila caduto”, è riproposto in tutto il suo percorso in una grande esposizione milanese, Umberto Boccioni (1882-1916). Genio e memoria, aperta a Palazzo Reale fino al prossimo 10 luglio. Circa trecento opere, soprattutto disegni, l’intera collezione del Castello Sforzesco normalmente accessibile ai soli studiosi, dipinti, sculture, incisioni, fotografie d’epoca, libri, riviste e documenti, con diversi lavori anche degli artisti che lo influenzarono o condivisero con lui l’esperienza divisionista prima e futurista poi.

Quarta mostra milanese nell’ultimo cinquantennio del maestro nato a Reggio Calabria da genitori romagnoli, ma fisso nel capoluogo lombardo dai 25 anni in poi (se n’era andato di casa già a 19, per seguire la sua indole protestataria che manifesta subito evitando gli studi accademici: “è un errore bestiale trasportare la propria sensibilità in un luogo fisso e chiuso”) cerca un nuovo spunto per “entrare nel mondo interiore di Boccioni, senza che lui abbia aperto la porta”, come affermano i curatori.

Lo fa seguendo due filoni: quello dei disegni, che sono schizzi, tracce veloci, appunti di idee da sviluppare, quasi mai opere compiute in sé, e quello del da poco ritrovato “atlante di modelli”, una cartella con 22 pagine che raccolgono riproduzioni di opere d’arte antiche e contemporanee, unite insieme in quel bulimico mix di fotografie e stampe tanto abituale agli studenti e gli appassionati adolescenti.

Ci troviamo di fronte a un percorso cronologico labirintico e serrato, da cui esce tutto il senso di un personaggio infaticabile, insofferente alla ricerca, insoddisfatto sempre, anche perché caotico, incoerente, disordinato, che passa dalle intuizioni dei diari giovanili, in prestito dalla Getty Library di Los Angeles, pieni di idee e di rimandi ai quadri (vari in mostra, dall’Autoritratto di Brera all’intensa Campagna lombarda), alla iconoclastia lirica dei paesaggi industriali urbani, i suoi capolavori, peraltro in mostra non numerosi quanti avrebbero potuto essere, tra cui Elasticità e Forza di una strada, in arrivo da Osaka.

I suoi interrogativi, quale può essere il colore della velocità? quali le linee di un’emozione?, come possono muoversi un dipinto o una scultura?, nascono e corrono (ir)risolti in un dialogo progressivo con i simbolisti prima – dal Ruscello di Anders Zorn al magnifico Angelo della vita di Giovanni Segantini – e con gli altri futuristi poi (in particolare l’amico Gino Severini, di cui ricorre quest’anno il cinquantennale della morte, celebrato nello stesso periodo di quella boccioniana da una bella esposizione alla Fondazione Magnani Rocca presso Parma). E si articolano per la genialità di chi cercava il superamento dell’antitesi realismo-idealismo specchiandola in un’interpretazione personalissima del rapporto tra la mobilità costante e propulsiva del vivere quotidiano e la sensibilità libera e volatile dello spettatore. Quello che in scultura era il legame tra “l’infinito plastico apparente e l’infinito plastico interiore”, lo spalancare la figura e chiudere in essa l’ambiente, il metodo per “una completa rinnovazione di quest’arte mummificata”.

Il percorso cronologico termina con l’accennato ritorno al cubismo – dopo la polemica con lo sciovinismo francese di Guillaume Apollinaire di alcuni anni prima – e alle suggestioni cézanniane, di cui testimoniano gli ultimi ritratti (il primo era del 1906) della madre, da sempre suo nume tutelare, in favore della quale, mentre il futurismo stava conquistando i mercati di tutto il mondo, Boccioni aveva dato disposizione venissero vendute le sue opere.

Dopo la follia e l’esasperazione delle serate futuriste, le zuffe tra correnti (celebre quella al caffè fiorentino delle Giubbe Rosse con gli artisti della rivista “La Voce”) e gli assalti di aristocratici e borghesi, i lanci di carote e mele marce e il fracasso assordante, quel personaggio inafferrabile era pronto per una nuova grande stagione artistica. Sempre senza peli sulla lingua nei confronti di tutto e tutti: “questa famosa cultura dei critici e delle persone colte non è che un’accozzaglia di luoghi comuni germinati nella recente educazione democratico-razionalista.”

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