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Culture
Addio identità, radici, aspirazioni: così l'Ue ha annientato il Risorgimento

Di Gaetano di Thiène Scatigna Minghetti

Risorgimento italiano e Unione europea. È raggrumata in queste coordinate una serie di innumeri riflessioni che possono essere considerate come argomentazioni dirimenti di una questione che ha assunto i caratteri dell’urgenza, soprattutto dopo il referendum sul remain o l’exit della Gran Bretagna da quella gabbia-capestro, molto asfissiante, che è stata stretta attorno alla libertà di scelta ed all’intelligenza dei popoli del Vecchio Continente, in particolar modo, di quello italiano che non ha mai potuto esprimersi, finora, sull’adesione o sul disimpegno da questa diversa formula di amministrazione e di concezione economica e politico-finanziaria.

Il fatto risulta ancora più beffardo se si considera che, nel 2011, in Italia, si è celebrata la ricorrenza memoriale centocinquantenaria del compimento indipendente e unitario del movimento risorgimentale di questa popolazione scanzonata, sì, ma anche di immediata estrosità. Perché l’Unione Europea rappresenta la metànoia, l’esatto capovolgimento, la negazione in atto degli ideali risorgimentali italiani e vanifica integralmente ogni sacrificio, tutte le rinunce, gli aneliti alla libertà delle generazioni che, dal 1799 al 1860, hanno battagliato, tramato, versato il sangue e rimesso la vita pur di raggiungere l’ideale sognato, a lungo accarezzato, al fine di conseguire la meta ardentemente desiderata, per consegnare ai figli, di affidare ai nipoti un futuro di libertà e di autodeterminazione che li rendesse arbitri della propria esistenza e consapevoli dell’immediato destino.

È vero, anche, che uno dei mèntori delle cospirazioni e delle lotte per la libertà e l’indipendenza della Patria, Giuseppe Mazzini, accanto e pressoché in concomitanza con la “Giovine Italia”, desiderò proporre nella “Giovine Europa” un programma di più ampio respiro e a spettro europeo molto largo, ma che con esso egli auspicava come una confederazione di dimensione europea non dovesse annullare ma esaltare il fatto nazionale, senza cessione alcuna di sovranità, senza negare la preziosità personale dei singoli cittadini che dovevano conservare la propria autonoma personalità. Elemento, questo, inesistente nell’attuale assetto dell’Europa Unita, che vede uno Stato prevaricare con prepotenza su tutti gli altri, con l’acquiescente assistenza di qualche improbabile accolito, facendo e disfacendo, ad libitum, politiche economiche e sociali. L’antica favola del saggio Fedro su chi tira il carro e chi invece interpreta il ruolo “leggiero” della mosca cocchiera, torna vieppiù di stringente attualità sullo specifico della situazione che in questi giorni viene dibattuta con passionate argomentazioni su tutti i mezzi di comunicazione di massa.

A questo punto del contesto situazionale è lecito chiedersi se lo studio della storia del Risorgimento italiano, nel modo in cui è impostato nelle Università e nelle Istituzioni accademiche nazionali, abbia ancora un senso! Se l’esaltazione critica delle varie personalità che hanno “fatto” l’Italia, e, di conseguenza, gli Italiani, secondo la felice espressione usata da Massimo d’Azeglio nel corso dei suoi impegni dottrinari e politico-istituzionali, abbia ancora una cogente credibilità. Conserva ancora una valenza pedagogico-matetica il fatto che l’Istituto Italiano per la Storia del Risorgimento sia ancora in vita e si affanni, anche nelle sedi periferiche, con rapsodica scansione, ad allestire mostre ed esposizioni? Si adoperi ad organizzare convegni e incontri a tema risorgimentale e sociale se l’Unione Europea, così come è stata attualmente impostata, costituisce la perfetta negazione delle aspirazioni che portarono, nel secolo dicannovesimo, alla genesi dello Stato nazionale italiano? Essa presenta, invece, le fattezze di un orrido, spaventoso, immenso, onnivoro leviatano che tutto annulla, che ogni cosa fagocita distruggendo le velleità identitarie, le immarcescibili radici e le legittime aspirazioni personali a esaltare il carisma dell’appartenenza in un mondo sempre più massificato. In una struttura sociale di continuo globalizzata cui manca una fisionomia precisa e panica, dall’afflato che sgorga dai precordi, dal più profondo dell’anima, dagli intimi recessi del cuore, plasmato dalla cultura più fine che costituisce l’aplomb essenziale della gente italiana. Corruptissima republica, plurimae leges. Il pensiero di Tacito si attaglia alla perfezione al continuo, parossistico legiferare, alla stregua stessa delle “gride” di manzoniano taglio, anche sulle minuzie meno significanti dell’eurogerontocomio che siede a Bruxelles, lontano anni luce dalle cogenti esigenze dei popoli europei; incurante protervamente di risolvere le necessità della gente cui dovrebbe provvedere, dimostrandosi al contrario, l’autentica causa impediente della sua esistenza e della libertà che, naturaliter, dovrebbe preservare.

La cartina di tornasole di questo habitus mentale è fornita, senza ombra alcuna di dubbio, dalla cosiddetta “Questione meridionale” italiana che pesa fin dal tempo del regno dell’Imperatore Federico II di Svevia, appartenente alla stirpe degli Hohenstaufen, ammorbando l’aria nazionale con l’arretratezza di intere popolazioni che stanno pagando, ancora oggi, l’asfissia di una politica basata sullo sfruttamento di chi, non possedendo altri mezzi per difendere la propria dignità e la libertà di cittadino conculcata da prepotenti burocrati, usa quelli della pazienza e della eroica sopportazione che, a lungo andare, dovrebbero rivelarsi vincenti. Ma, come stancamente si ripete, la pazienza possiede un limite che, valicato il quale, non è possibile prevedere gli effetti che potranno sortire.

Per ciò, è bene non mettere alla prova, quella determinata prova, nessuno e, per tanto, sarà un fatto intelligente e saggio che ciascuno riprenda il proprio ruolo e il proprio cammino di libertà e di autodeterminazione senza dover delegare ad altri, come una sorta di lettera di cambio, in bianco, il proprio futuro così come venne sancito dalla predicazione evangelica del Cristo in una dirimente data per la storia dell’intera umanità e ripresa dalla solenne Dichiarazione dei Diritti e dei Doveri che l’Assemblea dell’O.N.U. volle adottare, il 10 dicembre del 1948, potendo contare, a propria volta, su di una pronunziazione antesignana dalla caratura di alto spessore etico e giuridico: la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, i cui princìpi furono adottati dalla Costituente francese, nel 1789, come prodromo della nuova Costituzione dello Stato. A questo punto, sarà altresì proficuo tornare ad appropriarsi della personale cifra identitaria così come intese decidere l’eroe, omerico e virgiliano Enea, pius ma non prono, allorché, dopo la distruzione della superba Ilio, intraprese un periglioso viaggio alla ricerca, così come gli avevano prescritto i fati, dell’antica Madre, l’Italia, dove ancòra virideggiavano le remote radici della stirpe italica, il cui generoso sangue scorreva vivido nelle vene sue e del figlio Julo.

È un fare, questo, al quale, in Italia, si deve tornare a guardare se si intende inaugurare un altro pieno umanesimo che abbia come imprescindibile referente l’eredità ellenica e latina coniugata con il soffio vivificante fornito dall’humus del cristianesimo cattolico nel modo in cui ce lo ha poi consegnato, nelle proprie sostanziali articolazioni, lo spirito onnipervadente del Concilio di Trento (1545 – 1563), la miliare assemblea cattolica che tornò a fornire nerbo alla Chiesa e salvò dai turbolenti marosi del protestantesimo luterano la Barca di Pietro, sballottata su quelle acque che stavano per travolgerla e devastarla nelle sue fibre più ascose ed essenziali. Risorgimento italiano e Unione europea. Una insanabile contraddizione nei termini che la permeano, che è necessario sciogliere quanto prima per uscire definitivamente dall’equivoco in cui si è caduti e ridare dignità all’Italia stessa ed ai Martiri del suo movimento risorgimentale, unitario e indipendente.

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