Di Antonella Gramigna*
Sembrava essere stato ” quasi” arginato il fenomeno del cosiddetto disturbo alimentare, ma ancora siamo ben lontani da poterlo definirlo tale.
Possiamo dire che i disturbi del comportamento alimentare rientrano a pieno titolo tra le patologie, perché di patologie trattasi, che in questi ultimi decenni hanno avuto con carattere esponenziale un rilievo clinico e sociale in occidente.
Sono problematiche molto gravi che si manifestano attraverso il nostro corpo ed esprimono una sofferenza profonda.
Trattasi di vere e proprie malattie sociali, ne vengono coinvolti in maggior numero gli adolescenti, di sesso femminile ( quasi 90%) ma anche i maschietti ne subiscono il danno.
E si tratta, purtroppo, di patologie che possono mettere seriamente in pericolo la vita stessa delle persone perché dal disagio psicologico in cui si è ossessionati dal cibo, si arriva al disagio fisico anche in virtù del fatto che, vittime dello specchio, si rimane scioccati dal confronto con la propria immagine.
Esistono diversi tipi di disordini alimentari ma la tendenza è quella di racchiuderli in una categoria ed inquadrarli all’interno di quella cosiddetta anoressico-bulimica, disturbo che,insieme alle tossicodipendenze ed ai disturbi ansioso-depressivi, ha assunto nella nostra epoca un’ importanza clinica e sociale sempre maggiore.
Si è evidenziato, a livello di studi epidemiologici, che i disturbi alimentari, colpiscano individui prevalentemente bianchi o persone appartenenti a gruppi etnici diversi ma che condividono la cultura alimentare ed estetica dei bianchi, quindi disturbo Occidentale,( chissà perché ?)
Il primo accenno del disturbo si manifesta, in genere, tra i 14 e i 18 anni, con una netta prevalenza, come detto, nel sesso femminile anche se sono in forte aumento i casi maschili. Si arriva anche alla morte che si assesta attorno al 3% dei casi.
Non dobbiamo confondere la patologia con l’uso e il costume di tenere al proprio Se’ corporeo e alla propria immagine, qui si parla di patologie gravi. Non è da considerarsi malato chi “si mette a dieta” in vista della prova bikini o chi frequenta freneticamente la palestra per migliorare il proprio aspetto fisico.C’e differenza, vediamo quale.
Non è facile per questi disturbi tracciare una linea netta di confine tra patologia conclamata e ‘normalità’; tutte dipendono , ovviamente, da un contenuto psicosociologico.
Molto spesso il comportamento anoressico-bulimico ha una multifattorialita , possono essere compresi sia il tentativo di raggiungere, attraverso il controllo del cibo e del proprio corpo,il senso della propria autonomia ed individualità, altrimenti non raggiunti, sia il tentativo “disperato” di ottenere considerazione e conferma, attraverso il messaggio ” io esisto, vedi come sto male?” , quindi la relazione con la propria famiglia di riferimento. Il dimagrire o l’ingrassare lanciano senza dubbio un segnale, il dimagrire , fino a sparire, denota la volontà di non esistere , di non voler occupar spazio ( specie se non desiderato dai propri cari) quella di ingrassare l’esatto contrario: ‘occupo tanto spazio da far vedere che esisto!’
La problematica del controllo ed i comportamenti compulsivi che caratterizzano questi disturbi ne rendono difficile il trattamento terapeutico.Purtroppo le ricadute sono molto frequenti e spesso l’interpretazione delle motivazioni piu’ profonde non è sufficiente a modificare il comportamento sintomatico.Molti specialisti del settore, psicoterapeuti e sociologi, riferiscono che la maggior efficacia di interventi si trovi con un approccio attraverso un setting gruppale, in questo caso la famiglia. Anche perché è da li che parte il disagio, non dimentichiamo che la famiglia, intesta come nucleo affettivo/ educativo, e’ la culla del nostro divenire adulti. E’ dimostrato dalla psiconeuroimmunologia che è “l’amore” lo strumento che nei primo tre anni di vita determina ciò che sarà l’adulto di domani. In una recente intervista alla psiconeuroimmunologia Sabrina Ulivi, ad un convegno, e’ emerso che un bambino amato sarà un adulto più consapevole ed equilibrato. Un adulto che sa di esistere , che si sente accettato. La dottoressa Ulivi, di Pistoia, si occupa con la sua Associazione Anses ( associazione stress e salute ) di approccio terapeutico alla cura e risoluzione dello stress e patologie ad esso correlate. Lo stress non è solo un modo di sentirsi particolarmente stanco, c’è molto di più. ” Nei primi tre anni di vita il bambino sperimenta e completa larga parte delle sue reti neuronali.Tali reti (che continueranno in varia misura a generarsi e rigenerarsi per tutta la vita), si sviluppano in modo armonico partendo dalla parte più primitiva del nostro cervello (detto cervello rettiliano). All’età di tre anni il volume del cervello e’ pari al 90% del complessivo del suo sviluppo nella età adulta ma il numero delle sinapsi è molto basso, si limita infatti a quelle necessarie per la sopravvivenza e pochissimo altro. I collegamenti (appunto sinaptici) che si formeranno in seguito e che determineranno la complessità della struttura del Sistema Limbico , deputato alla elaborazione della memoria a lungo termine e della elaborazione dei sentimenti non che dei comportamenti affettivi e relazionali, dipende unicamente dall’esperienza. Quindi l’educazione affettiva, il ricevere amore dalle persone e dall’ambiente circostante, determina in larga misura questa tipologia di connessioni sinaptiche e il conseguente comportamento emozionale futuro” così rappresenta la D.ssa Ulivi ciò che significa dare e ricevere l’amore.
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TUTTA SALUTE/ Su Affari la rubrica a cura di Antonella Gramigna, laureata in comunicazione con master in Orientamento e promozione della salute. E’ impegnata nella ricerca e divulgazione di tematiche legate allo “star bene”. Corpo, solo un ragazzo su 3 si piace. “Apparire fa sentire meno soli |
Molte problematiche potrebbero essere risolte e! anche nel campo del disturbo alimentare, a mio avviso potrebbero esserci strumenti da attivare, soprattutto in campo preventivo e per l’identificazione dei soggetti a rischio, attraverso la collaborazione delle scuole e delle strutture sanitarie, medici di famiglia, cercando di attivare dei protocolli finalizzati .Non dimentichiamo che siamo all’interno della complessità di un disturbo che coinvolge aspetti sia culturali che personali, con la conseguente necessità di un intervento che sia in grado di evidenziarne i segnali premonitori nella popolazione generale di una particolare fascia d’età. I segnali esistono, basta solo coglierli e non sottovalutarli. Oggi siamo tutti di “corsa” e ” in corsa” e spesso non abbiamo tempo ne occhi per accorgersi di ciò che accade accanto a noi, fermiamoci un attimo e cerchiamo di fare molta attenzione, invece, a ciò che ci circonda. La nostra famiglia, un’ amica, un conoscente possono essere in difficoltà e nemmeno ce ne rendiamo conto.E’ questa la società che vogliamo? Un tempo nella società albergava il senso della comunità , la vicina di casa era attenta anche all’ora del rincaso e se si accorgeva del ritardo si allarmava, forse era anche troppo. Oggi si calpesta un uomo sdraiato sul marciapiede , si scavalca e si continua a percorrere la propria strada. Oggi i ragazzi, i bambini soprattutto, sono passati dal giocare a palla nel cortile all’uso smodato dei computer o tablet chiusi in camera . Non parliamo più, non comunichiamo più se non con questi mezzi che, a differenza di prima , non permettono uno sguardo e un abbraccio. Torniamo a farlo, fa bene al cuore!
* Esperta in comunicazione, promozione e orientamento alla salute
