Tommaso Longobardi saluta Palazzo Chigi ma continuerà a occuparsi della strategia digitale di Giorgia Meloni. Nessuna lite, nessuna rottura, nessun retroscena: viene precisato così tante volte che quasi finisce per diventare la notizia.
Nella politica italiana gli addii hanno ormai un loro protocollo: fotografia sorridente, ringraziamenti reciproci, parole affettuose e soprattutto una raccomandazione imprescindibile, non fate dietrologie. Che è un po’ come mettere un cartello con scritto “non guardare” davanti a una porta socchiusa.
Tommaso Longobardi lascia il suo incarico nella macchina social di Palazzo Chigi, costruita e affinata negli anni attorno alla comunicazione di Giorgia Meloni. Ma non lascia Giorgia Meloni. Continuerà infatti ad affiancarla sulla strategia e sulla comunicazione digitale. Tradotto: esce dall’organigramma, ma non dalla chat.
Un addio talmente cordiale da sembrare una promozione
A certificare l’armonia arriva perfino una lettera della presidente del Consiglio. Meloni riconosce a Longobardi “altissima professionalità”, “eccelse competenze” e “piena affidabilità”, aggiungendo elogi alle qualità umane e alla leadership. Un curriculum talmente entusiastico che sorge una curiosità elementare: se era così indispensabile, perché non tenerlo dov’era?
Naturalmente la risposta ufficiale è semplice. Longobardi apre una nuova fase professionale, coltiverà altri progetti e continuerà comunque a lavorare con la premier. Nessuna frattura, viene ribadito. Nessun dissenso. Nessun regolamento di conti. La serenità è totale, quasi da comunicato sulle condizioni di salute di un matrimonio appena separato.
Il Palazzo e quella sensazione di “nuotare nella colla”
Il passaggio arriva però in una fase politicamente delicata, mentre si avvicina una stagione in cui la comunicazione tornerà a pesare quanto — e talvolta più — dei programmi. Meloni ha raccontato recentemente di avere avuto, nel lavoro di governo, la sensazione di “nuotare nella colla”. Il riferimento non era a Longobardi, naturalmente. Ma l’immagine si presta fin troppo bene al Palazzo: riunioni, strutture, catene di comando, messaggi da calibrare e una macchina comunicativa che, quando gira troppo a lungo, rischia di diventare essa stessa parte dell’arredamento.
Longobardi dunque saluta Palazzo Chigi senza salutare Meloni. Una specie di dimissione con roaming incluso.


