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Primo giorno di scuola, la lezione più difficile è per noi genitori: imparare a lasciarli andare

L’appuntamento con The Trust Papers di questa settimana è dedicato ad uno snodo di grande importanza sociale: in questi giorni, infatti, ricomincia la scuola. Per i ragazzi significa tornare in classe, rivedere gli amici e conoscere nuovi professori. Per noi genitori c’è una lezione diversa, e forse più difficile: capire che crescere un figlio significa anche accettare che, poco alla volta, abbia sempre meno bisogno di noi.

Primo giorno di scuola, la lezione più difficile è per noi genitori: imparare a lasciarli andare

In questi giorni ricomincia la scuola e davanti ai cancelli si rivedono scene che, tutto sommato, sono sempre le stesse.

Cambiano gli zaini, cambiano i vestiti, oggi ci sono i telefonini e le foto da mandare immediatamente ai nonni. Ma i genitori sono sempre uguali.

«Hai preso tutto?»

Lo chiediamo a casa. Poi magari in macchina. E c’è sempre qualcuno che riesce a chiederlo un’ultima volta davanti al cancello.

I bambini piccoli controllano lo zaino. Quelli più grandi neanche rispondono. Gli adolescenti probabilmente ci guardano pensando che siamo degli idioti.

Poi entrano.

E noi rimaniamo fuori.

Ho due figlie e quindi questa scena l’ho vissuta anch’io. Quando i figli sono ormai grandi si ha il vantaggio – o forse lo svantaggio – di poter guardare indietro e capire alcune cose che mentre le vivi non capisci.

Una di queste è che abbiamo sempre pensato che il primo giorno di scuola fosse difficile per loro.

Non sono più tanto sicuro che sia così.

Forse è difficile anche per noi.

Perché essere genitori è un mestiere strano. Per i primi anni devi essere praticamente indispensabile. Un bambino dipende da te per tutto. Lo accompagni, lo proteggi, decidi per lui, gli dici cosa può fare e cosa non può fare.

Poi comincia a crescere.

Ed è esattamente quello che volevi.

Solo che quando succede davvero scopri che non è così semplice accettarlo.

A un certo punto tuo figlio comincia ad avere meno bisogno di te. Prima per le piccole cose, poi per quelle più importanti. Comincia ad avere una sua opinione, magari diversa dalla tua. Sceglie gli amici che vuole lui. Fa cose che tu non avresti fatto. Qualche volta prende decisioni che ritieni sbagliate.

E qui, secondo me, comincia la parte veramente difficile.

Lasciarlo fare.

Proteggere i figli o controllarli?

La mia generazione, da questo punto di vista, è cresciuta in maniera completamente diversa.

Quando avevo l’età delle mie figlie non esisteva il telefonino. Quando uscivi di casa, uscivi di casa. Tua madre poteva dirti di tornare alle sette, ma dalle tre alle sette non aveva la minima idea di dove fossi.

E sopravvivevamo.

Noi e anche i nostri genitori.

Oggi sappiamo tutto.

Possiamo vedere dove sono i nostri figli in qualsiasi momento. Possiamo chiamarli, scrivergli, vedere se hanno letto il messaggio. Possiamo controllare il registro elettronico e sapere che hanno preso cinque in matematica probabilmente prima ancora che abbiano avuto il tempo di inventarsi una scusa.

Per molti aspetti è meglio così. Non ho nessuna nostalgia di un mondo nel quale, se fosse successo qualcosa, per trovare tuo figlio avresti dovuto telefonare a casa degli amici.

Ma c’è un problema.

Avere la possibilità di controllare tutto non significa necessariamente che sia giusto farlo.

E credo che noi genitori qualche volta confondiamo la protezione con il controllo.

Lo facciamo in buona fede. Questo è il punto.

Non conosco nessun genitore che si alzi la mattina pensando a come rendere meno autonomo il proprio figlio. Facciamo esattamente il contrario: interveniamo perché pensiamo di aiutarlo.

Ha preso un brutto voto? Vogliamo parlare con il professore.

Ha litigato con un compagno? Vogliamo sapere cos’è successo.

È stato trattato male? Ci arrabbiamo.

Tutto comprensibile.

Ma c’è una domanda che, secondo me, dovremmo farci un po’ più spesso: sto aiutando mio figlio oppure sto risolvendo al posto suo qualcosa che dovrebbe imparare a risolvere da solo?

Non è la stessa cosa.

Anche sbagliare fa parte della scuola

La scuola, da questo punto di vista, è una palestra straordinaria.

Non soltanto perché si studia. Anzi, forse alcune delle cose più importanti che impariamo a scuola non sono scritte in nessun libro.

A scuola scopri che qualcuno è più bravo di te.

Scopri che puoi prendere un brutto voto.

Che puoi studiare e andare male lo stesso.

Che un amico può deluderti.

Che puoi essere escluso.

Che un professore può sembrarti ingiusto.

E scopri anche che il giorno dopo devi tornare lì.

Non succede niente.

Ci rimani male, ti arrabbi, magari piangi. Poi passa.

Credo che anche questo significhi crescere.

Naturalmente non sto dicendo che dobbiamo lasciare soli i nostri figli davanti ai problemi seri. Ci sono situazioni nelle quali un genitore deve intervenire, e deve farlo immediatamente. Bullismo, violenza, vere ingiustizie non hanno niente a che vedere con quello di cui sto parlando.

Parlo delle normali difficoltà della vita.

Quelle che vorremmo evitare ai nostri figli perché sappiamo che fanno male.

E qui probabilmente commettiamo l’errore più umano di tutti: siccome abbiamo già vissuto certe esperienze, vorremmo risparmiarle a loro.

Il problema è che non possiamo.

E forse non dobbiamo nemmeno farlo.

Se potessi tornare indietro, probabilmente eviterei alle mie figlie alcuni errori. Come qualsiasi padre. Con il senno di poi è facilissimo sapere cosa avrebbero dovuto fare.

Ma poi mi domando: sarebbero diventate le stesse persone?

Non lo so.

Gli errori che abbiamo commesso fanno parte di noi almeno quanto le decisioni giuste. Qualche volta molto di più.

E allora forse il compito di un genitore non è eliminare gli errori dalla vita di un figlio. È cercare di dargli gli strumenti per non essere distrutto quando inevitabilmente ne commetterà uno.

Il momento più difficile: lasciarli andare

Questa cosa si vede già davanti a un cancello di scuola.

All’inizio li accompagni dentro.

Poi fino all’ingresso.

Dopo qualche anno ti chiedono di lasciarli un po’ prima perché si vergognano di farsi vedere con te.

Poi arriva l’autobus.

Poi magari il motorino.

La macchina.

Il primo viaggio senza genitori.

L’università.

Magari un’altra città.

E un giorno una casa che non è più la tua.

A pensarci bene, crescere un figlio è anche una successione di piccoli allontanamenti.

Non mi piace molto dirlo, ma è così.

E se abbiamo fatto bene il nostro lavoro, è esattamente quello che deve succedere.

La cosa difficile è capire che lasciarli andare non significa perderli.

Significa cambiare posto nella loro vita.

Quando sono piccoli cammini davanti e gli dici dove andare. Poi cammini accanto. A un certo punto devi accettare di stare qualche passo indietro.

Ma ci sei.

Credo che sia questa la differenza.

Un figlio deve sapere che può chiamarti. Non che deve chiamarti.

Deve sapere che può chiederti un consiglio. Non che è obbligato a seguirlo.

Deve sapere che, se cade, troverà qualcuno disposto ad aiutarlo a rialzarsi. Ma non possiamo passare la vita a mettere materassi davanti a ogni possibile caduta.

Altrimenti non imparerà mai a stare in piedi.

In questi giorni questa scena si ripeterà davanti a migliaia di scuole.

Cancello. Bacio. Ultima raccomandazione.

«Hai preso tutto?»

Poi loro entreranno.

Qualche ora dopo usciranno e faremo l’altra domanda eterna dei genitori:

«Com’è andata?»

E probabilmente riceveremo la risposta più inutile della storia dell’umanità.

«Bene.»

Forse va bene anche questo.

Perché non dobbiamo sapere tutto.

Questa, almeno per me, è una cosa che si capisce meglio quando i figli sono diventati grandi.

Arriva un momento in cui devi fidarti.

Non perché sei sicuro che non sbaglieranno. Sbaglieranno.

Non perché sei sicuro che non soffriranno. Soffriranno.

Ma perché speri di avergli dato, negli anni in cui avevano davvero bisogno di te, abbastanza strumenti per affrontare anche le cose che non potrai affrontare al posto loro.

Forse è questo che dovremmo pensare davanti al cancello il primo giorno di scuola.

Non soltanto se nello zaino hanno preso tutto.

Ma se, negli anni, siamo riusciti a mettere dentro di loro abbastanza cose per cominciare a camminare da soli.

Poi entrano.

Noi restiamo fuori.

E, almeno per quella mattina, tocca a noi imparare a lasciarli andare.