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Se un sistema funziona, perché smettiamo di fidarci?

Nuovo appuntamento con The Trust Papers, spazio settimanale che osserva come nasce, cresce, si rompe e si ricostruisce la fiducia nelle persone, nelle imprese e nelle istituzioni. Ogni Paper parte da un fatto reale per arrivare a una domanda che resti valida anche quando la cronaca sarà finita. Questo il focus di oggi: nel 2025 il 40,1% degli italiani che ha espresso una scelta al rinnovo della carta d’identità ha detto no alla donazione degli organi. Nello stesso anno l’Italia ha registrato 4.678 trapianti, il massimo storico. I due numeri sembrano raccontare storie opposte. Forse non lo sono.

Se un sistema funziona, perché smettiamo di fidarci?

Ci sono domande che arrivano nel momento sbagliato. Non perché siano sbagliate loro, ma perché siamo noi a non essere pronti. Una di queste compare davanti allo sportello di un Comune, mentre stiamo rinnovando la carta d’identità: vuole esprimere il consenso alla donazione di organi e tessuti dopo la morte?

Siamo lì per una fotografia, una firma, un documento nuovo. E improvvisamente dobbiamo pensare alla morte, al corpo, a quello che resterà di noi, a chi potrà decidere e a chi dovremo credere.

Nel 2025, tra gli italiani che hanno espresso una volontà in quel momento, il 40,1% ha detto no. Nel 2024 erano il 36,3%. Nel 2023 il 31,5%. Il dato cresce.

Quasi nello stesso periodo, però, è cresciuto anche qualcos’altro. Il sistema italiano dei trapianti ha raggiunto risultati mai ottenuti prima. Nel 2025 sono stati eseguiti 4.678 trapianti e l’Italia si conferma tra i Paesi europei con le migliori performance per attività di donazione e trapianto.

È difficile non vedere il paradosso: più il sistema migliora, più una parte delle persone sembra tirarsi indietro.

Di fronte a numeri così, la tentazione è cercare subito una spiegazione. Forse è la disinformazione. Forse è la paura. Forse è la sfiducia nella sanità. Forse sono le notizie che circolano, i racconti sbagliati, le convinzioni difficili da sradicare. Può darsi.

Ma forse la parte più interessante viene prima.

Perché continuiamo a pensare che un sistema che funziona debba automaticamente essere creduto?

I risultati possono non bastare a generare fiducia

Siamo abituati a trattare la fiducia quasi come una conseguenza della competenza. Se un medico è bravo, ci fidiamo. Se un’impresa mantiene le promesse, ci fidiamo. Se un’istituzione produce buoni risultati, dovremmo fidarci ancora di più.

Sembra logico. Eppure non sempre accade.

Un sistema può funzionare molto bene e non riuscire a trasmettere sicurezza. Può migliorare nei numeri e peggiorare nella percezione. Può essere efficiente e continuare a fare paura.

È questo che mi colpisce nella donazione degli organi.

Non stiamo parlando di una scelta ordinaria. Quando diciamo sì, affidiamo qualcosa di noi a un sistema che agirà quando noi non potremo più guardarlo. Non conosceremo i medici. Non vedremo la procedura. Non potremo verificare. Tutto accadrà quando il controllo non sarà più nostro.

Forse è proprio per questo che qui la fiducia si vede meglio che altrove.

Perché fidarsi non significa soltanto sapere che qualcosa funziona. Significa accettare che funzionerà anche quando noi non saremo lì per controllare.

Possiamo conoscere i protocolli, leggere i dati, sapere che esistono regole, verifiche e responsabilità. Ma c’è un punto in cui la conoscenza finisce e comincia l’affidamento.

È lì che ognuno porta con sé qualcosa che i numeri non misurano: l’esperienza avuta in un ospedale, quello che è successo a una persona vicina, una storia ascoltata, un errore letto sui giornali, una paura, una convinzione che non sappiamo nemmeno spiegare bene.

Forse anche la sensazione, sempre più diffusa, che le istituzioni siano qualcosa da cui difendersi prima ancora che qualcosa a cui affidarsi.

La fiducia raramente rimane confinata nel luogo in cui si rompe. Possiamo perdere fiducia in una parte della sanità e cominciare a guardare con sospetto anche il resto. Possiamo sentirci traditi da un’istituzione e diventare più cauti davanti a tutte le altre. Possiamo sapere che una procedura è sicura e continuare a pensare: sì, ma quando toccherà a me?

Forse la distanza sta tutta lì.

Tra sapere che un sistema funziona e credere che funzionerà per noi.

Quando la fiducia viene chiesta troppo tardi

C’è poi un altro dettaglio che mi sembra importante. Molte persone arrivano al rinnovo della carta d’identità senza sapere che verrà chiesto loro di esprimersi sulla donazione degli organi. Una parte decide proprio allo sportello. Altri preferiscono non decidere.

È facile leggere quel comportamento come disinformazione. Ma basta immaginare la scena: una persona entra in Comune per rinnovare un documento, aspetta il proprio turno, consegna una fotografia, firma e poi si trova davanti a una domanda sulla morte.

Forse il problema non è soltanto quanto sappiamo. Forse è anche quando ci viene chiesto di fidarci.

Ci sono decisioni che hanno bisogno di tempo. Tempo per capire, per parlarne, per interrogarsi. La fiducia raramente nasce nel momento esatto in cui qualcuno ce la chiede. Quando arriva quel momento, spesso è già troppo tardi per costruirla.

Questo non significa che chi dice no non si fidi. Sarebbe troppo semplice.

Una persona può conoscere perfettamente il sistema e non voler donare. Può avere convinzioni personali, religiose, familiari. Può avere una diversa idea del corpo. Può semplicemente decidere che non vuole. E quella decisione merita rispetto.

Anche questo, in fondo, riguarda la fiducia.

Un’istituzione che chiede di essere creduta deve essere capace di accettare anche una risposta che non le piace. Se trattassimo ogni no come il risultato di ignoranza o paura, rischieremmo di fare qualcosa di paradossale: chiedere fiducia senza fidarci davvero della capacità delle persone di scegliere.

Il punto, allora, non è convincere tutti. È più difficile.

È creare le condizioni perché una scelta importante venga presa senza che la paura debba riempire gli spazi lasciati vuoti dalla conoscenza.

La competenza non è sufficiente

Forse i numeri sui trapianti raccontano qualcosa che va oltre i trapianti.

Viviamo in società che misurano continuamente la propria efficienza: performance, risultati, tempi, errori, percentuali. E quando i numeri migliorano, ci aspettiamo che migliori anche la fiducia.

Ma la fiducia sembra muoversi con regole diverse. Può arrivare in ritardo. Può non arrivare affatto. Può sopravvivere a un errore. Può scomparire anche mentre tutto funziona.

Forse perché non nasce soltanto da quello che un sistema fa. Nasce anche da quello che siamo disposti ad affidargli.

E più ciò che affidiamo è importante, più la competenza da sola potrebbe non bastare.

Il dato che continua a tornarmi in mente è questo: da una parte, migliaia di trapianti riusciti. Dall’altra, sempre più persone che dicono no.

Non so se la spiegazione sia semplicemente una perdita di fiducia. Forse sarebbe troppo comodo.

Ma so che quei due numeri, messi uno accanto all’altro, ci costringono a fare una domanda che riguarda molte altre cose.

Che cosa deve fare un’istituzione perché le persone non sappiano soltanto che funziona, ma siano disposte ad affidarsi a lei quando saranno più vulnerabili?

Forse il problema non è che le persone non capiscono abbastanza come funziona il sistema. Forse è anche che il sistema non ha ancora capito abbastanza come si costruisce la fiducia quando chiede qualcosa che non potremo mai verificare di persona.

Ed è forse proprio lì, nel punto in cui il controllo finisce, che scopriamo se la fiducia esiste davvero.