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Adam Smith e la lezione dimenticata della “mano invisibile”: quando i governi provano a comandare il mercato

A 250 anni dalla Ricchezza delle nazioni, torna l’idea di mercato come limite al potere dei governi e alle rendite protette. Il commento

Adam Smith e la lezione dimenticata della “mano invisibile”: quando i governi provano a comandare il mercato
Governi e marcati: la mano invisibile

Smith attaccò monopoli, dazi e alleanze tra politica e imprese già nel Settecento

Nel marzo del 1776 di 250 anni fa, fu pubblicata l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith (1723-1790) economista scozzese e professore di filosofia morale all’Università di Glasgow. L’opera esercitò una profonda influenza in tutto il mondo gettando le basi dell’economia politica come disciplina a sé stante. Curiosamente, qualche mese dopo, Il 4 luglio dello stesso anno, il Congresso Continentale nordamericano approvò a Filadelfia la Dichiarazione d’Indipendenza che sanciva la separazione delle tredici colonie dall’impero britannico, dando ufficialmente inizio alla nascita di una nuova nazione e ai suoi ideali di libertà. Finiva così l’epoca in cui un’aristocrazia al potere tassava gli americani senza il loro consenso, distruggeva le tipografie degli editori che chiedevano libertà e incarcerava i critici più accaniti per tradimento. Se c’è una verità da imparare dall’indipendenza americana, è questa: i governi non danno libertà; la tolgono. 

Leggi, tasse e regolamenti non liberano gli esseri umani; sono i mattoni e la malta che li intrappolano. Tale scenario, ben noto a Adam Smith prima che le colonie americane esplodessero in rivoluzione, era stato abbozzato nelle sue conferenze tenute a Edimburgo che costituirono l’embrione della sua “Ricchezza delle nazioni”.Copie della sua opera attraversarono l’Atlantico finendo nelle mani di coloro che stavano plasmando la struttura di una nuova repubblica costituzionale.

I Padri Fondatori americani si erano occupati di questioni come la struttura del governo, l’economia, il sistema bancario e la religione. E Smith aveva molto da dire su tutti questi temi. Per prima cosa propugnava un sistema di libertà politica in cui ogni uomo deve essere libero di perseguire il proprio interesse mettendo a frutto le sue risorse di lavoro e capitale: ma è una “mano invisibile” che lo porta a promuovere un fine che non rientra nelle sue intenzioni: l’interesse della nazione.

Il grande Scozzese capì un quarto di millennio fa ciò che non è ancora chiaro ai politici ed economisti odierni: la ricchezza di una nazione non è il suo oro, la sua terra o le sue risorse naturali, perché ci vuole ancora manodopera e competenza per portare qualsiasi prodotto sul mercato. La ricchezza di una nazione è la sua gente. Giappone, Germania e Cina prive di risorse naturali, sono risorte dalle ceneri della guerra mondiale grazie alla produttività e all’ethos del lavoro dei loro abitanti. Per lo stesso motivo, secondo Smith, anche la valuta di un paese è sostenuta dalla capacità produttiva della sua gente come un’azione in una società. Senza il sistema di libertà, che consente al settore privato l’innovazione economica, nessuna economia, secondo Smith, poteva mai prosperare indipendentemente dalla vastità della sua terra e dalle sue risorse. Egli comprese che la crescita della produttività era il nucleo morale del progresso economico, perché era ciò che rendeva possibile un miglioramento del tenore di vita a patto che istituzioni potenti come governi, corporazioni o grandi imprese non interferissero. Smith esortava a giudicare una nazione non dalle fortune dei suoi re o della sua nobiltà, che oggi chiameremmo magnati della tecnologia e della finanza, ma piuttosto dalla sua capacità di creare prosperità più ampia possibile all’interno di una società basata sulla fiducia. “Nessuna società può essere fiorente e felice se la stragrande maggioranza dei suoi membri è povera e infelice” scriveva. Se non esiste una struttura sociale che serva gli interessi comuni limitando la predazione e lo sfruttamento, si finisce in una situazione in cui pochi impoveriscono e riducono in miseria molti a esclusivo beneficio di una ristretta cerchia di privilegiati.

Il contenuto della sua opera riguarda ancora l’intero dibattito del nostro tempo. I governi cercano di controllare la società, di manipolare i prezzi e imporre sanzioni e leggi draconiane e detestano la mano invisibile perché non consente di manipolare l’economia a loro favore. Ma le conseguenze delle loro azioni sono sempre controproducenti. Adam Smith si oppose alle politiche commerciali che assecondavano monopolisti e lobbisti. Ai suoi tempi, ciò significava dazi elevati, divieti assoluti e restrizioni straordinarie. Smith era anche molto sospettoso delle partnership tra governo e imprese, relazione che oggi chiameremmo clientelismo. L’espressione di Adam Smith, “c’è un gran potenziale di rovina in ogni governo” si riferisce alle conseguenze dell’interventismo statale. I governi possono impartire ordini, ma, alla fine, non possono abrogare la realtà economica: i mercati trovano sempre una via d’uscita. Per questo Smith predisse che solo la loro espansione avrebbe portato a una maggiore prosperità e questo è esattamente ciò che è accaduto negli ultimi duecento anni. I liberi mercati e il commercio globale hanno creato più prosperità, e per più persone di quanta ne sia stata creata nei duemila anni precedenti. Il rapido sviluppo economico dell’epoca moderna è una vittoria del concetto di mercato di Adam Smith. È il processo di mercato, o Mano Invisibile, a permettere alle masse di soddisfare sé stesse e a muovere l’intera economia mondiale. I grandi schemi elitari non sono mai stati in grado di sostituirla.  

Eppure, un quarto di millennio dopo, persistenti errori politici, barriere protezionistiche, debiti pubblici in continua crescita e inflazione ostinata rivelano quanto ci si sia allontanati dalle intuizioni dello Scozzese mettendo a repentaglio i principi su cui si fondano gli ideali democratici, di libertà individuale e di scambio volontario che ispirarono i padri fondatori dell’America. Da quando Smith individuò per la prima volta il problema in un certo senso si è tornati al punto di partenza. E ciò perché la “mano invisibile”, il modo in cui funziona il mercato, è detestata dai governi perché non permette di manipolare l’economia a loro favore. La centralizzazione del potere, il desiderio di dominare e controllare, di pianificare la vita degli altri, di monopolizzare un angolo dopo l’altro della società, tutti questi elementi sono parte integrante della visione odierna che ha fatto degenerare l’economia in una macchina di propaganda politica. Ma nulla, alla fine, assolutamente nulla, potrà fermare la Mano Invisibile, che ha abbattuto il comunismo ed è ora all’opera per abbattere tutte le sue nuove versioni. 

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