
Titoli finanziari sotto pressione stamane sui listini europei, complice l’attesa per l’ufficializzazione della maxi-transazione da 13 miliardi di dollari con cui Jp Morgan dovrebbe chiudere ogni inchiesta in merito alla cessione, irregolare, di mutui a Fannie Mae e Freddie Mac (4 miliardi andrebbero come rimborso a Federal housing finance agency, il regolatore del comparto immobiliare statunitense, 5 miliardi in rimborsi ad altre authority e 4 miliardi in cancellazioni di debiti della clientela), cui secondo alcune indiscrezioni potrebbe far seguito un’analoga transazione, forse di dimensioni ancora più impegnative, da parte di Bank of America.
Ma a tenere sulla graticola i titoli di molte banche europee non sono solo le notizie provenienti da oltre oceano e le possibili ripercussioni sui maggiori istituti del vecchio continente, quanto l’incertezza su come andrà a finire tra la Bce di Mario Draghi e la Ue sul tema delle regole in merito agli aiuti di stato per le banche e alla possibilità di richiedere che gli istituti in debito d’ossigeno rafforzino il proprio patrimonio senza per questo spaventare gli investitori, ossia senza procedere a cancellare i diritti dei titolari di debito subordinato o costringerli a convertirli in capitale azionario.
Secondo Draghi, che al riguardo ha inviato già a fine luglio una lettera al Commissario Ue alla concorrenza, Joaquin Almunia per chiedergli “chiarimenti” sull’interpretazione delle norme, una interpretazione troppo rigida rischierebbe di distruggere quella fiducia nelle banche dell’area dell’euro che la Bce sta cercando da tempo di ripristinare, facendo nuovamente precipitare la crisi. Ipotesi che farebbe evidentemente male a quegli istituti come la tedesca Commerzbank, la spagnola Bankia o l’italiana Mps che hanno già dovuto fare affidamento a importanti aiuti di stato (oltre che della Bce) per non rimanere totalmente a secco di credito.
Ma il problema appare più ampio e può coinvolgere molti altri istituti, in particolare quelli italiani. Opporsi alla svalutazione forzata dei titoli subordinati bancari (dopo aver già eccepito l’inopportunità di simili azioni “di forza”sui bond senior), di cui i bilanci di molte banche italiane appaiono più che ben forniti, specie a fronte di un calendario di rimborsi che fino al 2014-2015 resterà molto impegnativo (erano in scadenza 170 miliardi di bond solo nel biennio 2012-2014), dovrebbe consentire di evitare un ulteriore pesante inasprimento degli spread che gli istituti tricolori pagano sul funding rispetto ai concorrenti tedeschi e francesi (e ai migliori spagnoli come Banco Santander o Bbva).
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Risolvere il tutto aumentando la garanzia pubblica richiesta (ossia accettando nuovi aiuti di stato o ipotesi di nazionalizzazione), per non mettere a repentaglio la credibilità della Bce che a quel punto potrebbe continuare a considerare “tecnicamente solvibili” gli istituti e dunque rinnovare loro quei finanziamenti di cui le banche italiane più di quelle di ogni altro paese europeo restano fortemente dipendenti con 235,39 miliardi di euro ancora dovuti alla Bce a fine settembre (di cui 234 a lungo termine, a fronte dei 268 miliardi ottenuti con le due Ltro triennali del dicembre 2011 e febbraio 2012), rischierebbe d’altra parte di portare ad un’esplosione del rapporto debito/Pil che già viaggia su livelli allarmanti.
Così mentre sembra prepararsi a varare una terza Ltro, Draghi sembra cercare di evitare per quanto possibile il “rischio stimmate” che comporterebbe un innalzamento dei costi del funding per tutti gli istituti ancora troppo dipendenti da Eurotower e finirebbe col far slittare ancora la possibilità di tornare a finanziarsi sul mercato, parallelamente prolungando la stretta sul credito che sta già da tempo contribuendo a frenare ogni accenno di ripresa in Italia (e nei paesi del Sud Europa).
Se non dovesse riuscirvi a rischiare di più saranno, in Italia, oltre a Mps (1 miliardo di Ltro già rimborsato ma altri 28 miliardi da rimborsare), UniCredit, che ancora deve alla Bce 24,1 miliardi di prestiti dopo averne restituito un paio, Intesa Sanpaolo, che pur avendo restituito 12 miliardi ne deve ancora altri 24 miliardi circa, Bpm, che dopo averne rimborsato 1,5 ne deve ancora 4,6, Credem, che ha già rimborsato circa mezzo miliardo grazie al collocamento di un bond da 500 milioni a sette anni e ancora deve 4,5 miliardi (ma starebbe valutando se tornare sul mercato entro fine anno con un altro bond da 500 milioni ma scadenza più corta, sui 3-5 anni per ridurre ulteriormente la sua esposizione).
Per loro come per tutte le altre banche europee, tra cui anche la numero uno tedesca Deutsche Bank (che ha fatto sapere che rimborserà i suoi 10 miliardi di prestiti “alla prima occasione utile” lasciando il mercato interrogarsi su quando questa opportunità si presenterà) sarà importante capire già a febbraio del prossimo anno (quando la durata residua dei prestiti ricadrà entro i 12 mesi) quali regole andranno adottate negli stress test e quali potranno essere i costi per procedere o meno a sostituire “spontaneamente” i prestiti ricevuti con nuovi mezzi freschi raccolti sul mercato. A quel punto sarà possibile, probabilmente, iniziare a stilare una lista dei “buoni” e dei “cattivi” meno aleatoria.
Luca Spoldi
