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Economia
chianti

di Giovanni Iozzia

Se l’uomo è ciò che mangia, come diceva il filosofo, un Paese è ciò che da da mangiare, dentro e fuori i suoi confini. In questo senso il boom di iscrizioni agli istituti alberghieri ed enogastronomici rilevato nei giorni scorsi da Coldiretti è una buona notizia: avremo più giovani capaci di distinguere il buono dal meno buono e di sostenere la filiera agroalimentare nazionale. Certamente è un effetto collaterale, e positivo, degli chef-star che cucinano e giudicano in tv.

La brutta notizia è che i parassiti del Made in Italy sono sempre più agguerriti e vicini.  Lo chiamano “italian sounding”: prodotti che imitano ed evocano quelli originali. E’ un business enorme che solo negli Stati Uniti vale quasi 25 miliardi euro, secondo recenti stime di Ice e Federalimentare. Se si sommano ai 3 miliardi di mancate vendite, arriviamo a tutto l’export di prodotti autenticamente italiani negli Usa. A livello mondiale si valuta un giro d’affari di circa 60 miliardi l’anno, quasi la metà del valore di tutte le esportazioni agroalimentari.

Su questo fronte è stata appena vinta una battaglia importante per il buon risultato ma preoccupante per il pericolo che segnala. L’Ufficio Marchi Comunitario ha decretato che il Gallo Nero, quando si parla di vino, è solo del nostro Chianti Classico. E’ una vittoria addirittura contro la nazionale francese di rugby che ha un galletto come simbolo e ne aveva richiesto la registrazione per la produzione e distribuzione di bevande alcoliche. Era il 2007 e dopo un primo round a vantaggio dei francesi, adesso la sentenza definitiva stabilisce, ed è la prima volta, che nella classe 33, quella degli alcolici, c’è spazio per un solo galletto, quello toscano. E’ un precedente importante perché sul simbolo del Chianti Classico ci sono 18 contenziosi aperti nel mondo e ogni anno il Consorzio spende circa 200mila euro per difendersi con un team di legali che tiene sotto controllo il mercato e interviene non appena c’è un tentativo di imitazione e quindi di inganno nei confronti dei consumatori.

E’ una guerra senza esclusione di colpi. E il caso del Gallo Nero ci dice che bisogna guardarsi anche in casa, in Europa. E’ cronaca recente quella dei kit, firmati da una ditta inglese, per produrre ovunque mozzarella, parmigiano e pecorino romano: pressa, caglio,  correttori di acidità e gli agenti della fermentazione per avere qualche forma in appena due mesi. Sempre in Inghilterra si possono comprare i "wine kit", polverine per preparare in pochi giorni pseudo Chianti e Valpolicella, Barolo o Brunello di Montalcino, magari poi messi sul mercato con nomi tipo Barollo, Vinoncella o Monticino. Possono sembrare imitazioni pietose ma  attirano gli interessi di una vera e propria agromafia internazionale che poco si preoccupa dei diritti delle aziende, come anche del gusto e della salute dei consumatori, e continua a veder crescere il suo giro d’affari (+12 nel 2013 rispetto al 2011 secondo un rapporto Coldiretti/Eurispes). Non ci sono limiti, non c’è pudore. I falsi Parmigiano Reggiano e Pecorino Romano prodotti negli Stati Uniti finiscono persino nelle fiere internazionali, come è accaduto all’Anuga di Colonia a inizio di ottobre o come era accaduto l’anno scorso al Sial di Parigi per un Parmesan prodotto da americani ed egiziani.

Non sono quindi i cinesi a provarci. Non è un business da suk del FarEast dove l’industria della contraffazione ha tradizione e diffusione. L’attacco al Made in Italy arriva dagli Stati Uniti, persino dall’Europa. I consorzi e i loro legali intervengono, ingaggiano battaglia giudiziarie, spesso vincono, Ma Dop, Igp, Stg e tutte le denominazioni possibili non saranno mai una protezione sufficiente. Ci sono questioni commerciali, nodi normativi da sciogliere ma soprattutto c’è una grande sfida culturale: far comprendere che ciò che è autentico non solo è più buono, ma è anche garantito. Che cosa sarebbe l’uomo se mangiasse solo imitazioni, abili o maldestre che siano?

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