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Banca di Asti, la lettera di Rasero ai 2.200 dipendenti: “Quella è la mia Banca”

Ecco il testo integrale della lettera del presidente dimissionario

Banca di Asti, la lettera di Rasero ai 2.200 dipendenti: “Quella è la mia Banca”

Banca di Asti, la lettera di Rasero ai 2.200 dipendenti. Il testo integrale

Maurizio Rasero ha lasciato la presidenza della Banca di Asti. Le dimissioni, annunciate il 15 settembre e destinate a essere formalizzate nel consiglio di amministrazione del 17, arrivano dopo settimane di polemiche sul cumulo delle cariche — Rasero è sindaco di Asti — e dopo la richiesta di chiarimenti avanzata da Banca d’Italia sulla compatibilità dei due ruoli.

Il presidente uscente ha sempre respinto l’esistenza di conflitti d’interesse, definendo la propria una “scelta personale, assunta nell’esclusivo interesse della Banca”. Ma accanto alla nota ufficiale, diffusa dall’istituto, ce n’è un’altra: una lettera personale, che Rasero ha scritto di suo pugno e indirizzata direttamente ai dipendenti del gruppo. Affaritaliani è in grado di mostrare il testo integrale del documento ufficiale.

Il testo integrale della lettera

Care colleghe, cari colleghi,

ci sono lettere che si scrivono per comunicare una decisione, e ce ne sono altre che si scrivono perché – prima di andare via – si sente il bisogno di dire grazie. Questa è una di quelle.

Ho deciso di rassegnare le mie dimissioni dalla carica di Presidente della Banca. È una decisione che ho maturato con grande sofferenza, ma anche con la consapevolezza che, a volte, assumersi una responsabilità significa avere il coraggio di fare un passo indietro.

Le motivazioni che mi hanno spinto a questa decisione sono complesse, e sarebbe inopportuno elencarle e approfondirle in una lettera che ho deciso di scrivervi a titolo personale, non per giustificare una scelta, bensì per altri motivi, che vado, brevemente e convintamente, ad elencarvi.

Quando sono arrivato alla Presidenza, l’ho fatto con un obiettivo molto chiaro: accompagnare il necessario percorso di cambiamento del management, e – mentre ciò avveniva – contribuire a tutelare il forte radicamento della Banca nel suo territorio

Oggi posso dire, con serenità, che quegli obiettivi sono stati raggiunti.

E c’è un altro risultato che considero importante, forse il più importante di tutti. Quando ho assunto questo incarico, la parola “vendita” era entrata pesantemente nel dibattito pubblico e nelle pagine dei mass-media, quando si parlava del futuro di Banca di Asti.

Oggi quella parola è scomparsa. E credo che questo sia un fatto importante, perché questa Banca non è un bene qualsiasi da mettere sul mercato: è un patrimonio del territorio, un patrimonio che appartiene idealmente alle comunità nelle quali è presente, alle famiglie, alle imprese, agli imprenditori, ai risparmiatori e alle tante persone che, da generazioni, hanno affidato ad essa il proprio lavoro e i propri risparmi.

Ma, soprattutto, è un patrimonio fatto di persone. Duemiladuecento dipendenti rappresentano duemiladuecento storie, duemiladuecento professionalità, duemiladuecento famiglie. Sono loro, siete voi, il patrimonio più importante della Banca, e da rappresentante delle istituzioni con una lunga storia alle spalle, ho da sempre questi valori in cima alle mie priorità personali e professionali.

In questi quattro mesi ho avuto modo di conoscere solo una parte di voi, ma è stata sufficiente per comprendere quanto siano grandi la professionalità, la serietà e il senso di appartenenza che esistono all’interno della nostra Banca.

E ho capito ancora una volta una cosa, che già conoscevo: una Banca non è fatta soltanto di numeri, bilanci, strategie e risultati, ma è fatta soprattutto di individui, che ogni giorno la fanno vivere.

Per questo, nel momento in cui lascio il mio incarico, voglio dirvi semplicemente grazie.

Grazie per l’accoglienza; grazie per la disponibilità; grazie per la professionalità con cui svolgete il vostro lavoro. Grazie a chi mi ha dato fiducia e anche a chi, magari, ha avuto opinioni diverse dalle mie, perché anche il confronto e le critiche, quando sono sincere e costruttive, aiutano a crescere.

Io non so cosa ricorderete di me come Presidente. Forse alcune decisioni, qualche discorso, alcuni incontri. Io so invece cosa porterò con me.

Porterò la consapevolezza di aver avuto, anche se per un periodo breve, l’onore e la responsabilità di presiedere una Banca che considero una parte importante della storia e del futuro del nostro territorio. Nel contempo, porterò con me la soddisfazione di aver contribuito, insieme a tante altre persone, ad attraversare una fase delicata e ad accompagnare la Banca verso una nuova stagione.

Quando si lascia un incarico, la cosa più difficile non è lasciare una stanza, una poltrona o una targhetta sulla porta. La cosa difficile è lasciare le persone.

Ed è questo che oggi mi pesa di più. Avrei voluto avere più tempo per conoscervi, per lavorare insieme, e più tempo per vedere compiutamente realizzati alcuni dei progetti che avevamo dinnanzi.

Ma nella vita, professionale e personale, non sempre possiamo scegliere i tempi; possiamo però scegliere come affrontare le decisioni. Io questa scelta la affronto con serenità, sapendo di aver fatto ciò che ritenevo giusto per la Banca.

E – ringraziando con l’occasione tutto il Consiglio di Amministrazione, con il quale ho lavorato in grande armonia, e in particolare l’Amministratore delegato Roberto Fiorini, che ha dinnanzi sfide davvero ambiziose – lascio con la certezza che il futuro di questa Banca è nelle mani migliori: quelle delle sue persone.

Continuate a lavorare con entusiasmo, serietà e orgoglio. Abbiate cura della Banca, dei suoi clienti, del territorio. E soprattutto abbiate cura gli uni degli altri. Perché una grande istituzione può avere ottimi bilanci, grandi strategie e tecnologie straordinarie. Ma se perde le proprie persone, perde una parte della propria anima.

Io oggi lascio il mio incarico. Non lascio però il mio affetto, la mia riconoscenza e il mio legame con questa Banca. E sono certo che, anche quando non ne farò più parte, continuerò a guardarla con l’orgoglio di chi sa di aver avuto il privilegio di presiederla, anche solo per un breve periodo, in un momento importante e delicatissimo della sua storia.

Quando penserò alla Banca, non penserò alla carica che ho ricoperto. Penserò a quei 2.200 uomini e donne che ogni giorno, con il loro lavoro, ne tengono viva la storia e ne costruiscono il futuro.

E allora potrò dire, con orgoglio: “Quella è la mia Banca.”

Con un abbraccio sincero, e con tutta la mia gratitudine,

Maurizio