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Banca Marche si poteva salvare. La scomoda verità sul crac

Il banchiere ed ex ministro Rainer Masera (chiamato alla guida di Banca Marche nell’estate del 2013 ma dimessosi dopo tre mesi) dice che Banca Marche si sarebbe potuta salvare due anni e mezzo fa con un aumento di capitale da 450 milioni, che non si fece, o dall’emissione di strumenti come i “Monti bond” che salvarono il Montepaschi, ma…

Sapete la differenza tra azioni e obbligazioni? Le prime sono rappresentative del capitale di rischio, le seconde rappresentano un debito. E tra obbligazioni “senior” e “junior” o subordinate che dir si voglia? Le prime in caso di fallimento dell’emittente godono di una maggiore tutela, mentre le seconde vengono rimborsate solo se sono già stati rimborsati i creditori ordinari, tra cui i portatori di obbligazioni senior. Se già conoscevate le risposte il caso delle “banche salvate” e le polemiche di questi giorni vi interessano di striscio e fate parte di quel 37% di adulti “financially literate emersi nel nostro Paese da una recente statistica curata da Standard & Poor’s secondo cui il 54% degli americani possono definirsi tali, come pure il 42% dei greci e, mediamente, il 55% degli europei. Sapete cosa valutava la statistica? Il grado di conoscenza di soli quattro concetti (inflazione, tasso di interesse, capitalizzazione degli interessi e diversificazione del rischio), essendo sufficiente conoscerne tre per essere dichiarati “financially literate“.

Che il problema della diffusa ignoranza finanziaria, in un paese che pure ha già sperimentato troppe volte sulla sua pelle cosa significhi investire in base esclusivamente alla fiducia che si ripone nell’intermediario di turno (ricordate i casi Cirio, Parmalat, Lehman Brothers, Argentina o Deiulemar?), sia alla radice di qualsiasi tentativo di realizzare una fattiva tutela del risparmio pubblico è evidente, come è evidente che a poco o nulla servono le commissioni d’inchiesta “ex post”, salvo che non siano in grado di individuare chi decise di far collocare anche a piccoli investitori poco o nulla “financially literate” obbligazioni subordinate. Ma la tutela del pubblico risparmio è evidentemente l’ultimo dei problemi in un paese pieno di contraddizioni dove la vendita di azioni di alcuni emittenti (gli otto “veicoli d’investimento” i cui titoli sono quotati sul Segmento Professionale del Miv) è riservata ad investitori professionali, mentre derivati e obbligazioni subordinate sono senza troppe difficoltà collocate nei portafogli della clientela retail.

E dove, come ha ricordato il banchiere ed ex ministro Rainer Masera (chiamato alla guida di Banca Marche nell’estate del 2013 ma dimessosi dopo tre mesi), Banca Marche si sarebbe potuta salvare due anni e mezzo fa con un aumento di capitale da 450 milioni, che non si fece, o dall’emissione di strumenti come i “Monti bond” che salvarono il Montepaschi (che però non vennero concessi a Banca Marche secondo Masera). Anche i risparmiatori, del resto, hanno la loro parte di colpa. Dovrebbe essere chiaro a chiunque, ad esempio, che un titolo di un emittente privato (banca o azienda che sia) non potrà mai essere più sicuro di un titolo di stato del paese dell’emittente, se non altro perché prima di andare in default uno stato sovrano ha la possibilità di ricorrere a prelievi forzosi, cosa che non può fare un debitore privato. Così come che anche l’azione (o obbligazione subordinata) dell’emittente più solido al mondo, e non è certamente il caso delle banche italiane di minori dimensioni, potrebbe diventare carta straccia per motivi non prevedibili al momento dell’acquisto del titolo da parte dell’investitore.

*BRPAGE*

Se non ne foste ancora convinti nonostante il numero consistente di titoli cancellati per questo motivo anche solo negli ultimi 15 anni dal listino di Milano (tra cui la stessa Banca Etruria) dovreste forse tenere a mente che in settimana un gruppo “solido” come Old Mutual ha accusato in una sola seduta (giovedì) una perdita del 10,85%, colpita dalla notizia del siluramento a sorpresa di Nhlanhla Nene, fino a quel momento ministro delle Finanze del Sud Africa, paese in cui la compagnia ha la sua sede principale, la cui rimozione mette in dubbio il rispetto della disciplina finanziaria finora perseguita ed ha subito provocato una caduta del rand sudafricano del 2,5% contro le principali valute.

Che insegnamento si può trarre dunque dalla vicenda delle “banche risolte“, tanto più che dal primo gennaio saranno pienamente in vigore le norme europee sul “bail in” che prevedono che prima di qualsiasi intervento di fondi pubblici sarà chiesto ad azionisti, obbligazionisti (anche quelli “senior” che in questo caso sono stati risparmiati) e titolari di conti correnti oltre la soglia dei 100 mila euro (che anche in questo caso non hanno avuto danni) di subire perdite più o meno consistenti? Anzitutto che gli investimenti per avere senso debbono essere proporzionati al grado di rischio che potete permettervi. Poi che gli investimenti debbono essere distribuiti sia che compriate azioni, obbligazioni o titoli di stato, sia che puntiate su fondi comuni d’investimento o altri strumenti gestiti (che certamente riducono già il rischio perché lo distribuiscono su portafogli più ampi, ma corrono ugualmente un rischio legato al possibile fallimento dell’intermediario).

E poi che dovete informarvi prima, durante e dopo ogni decisione d’investimento. Perché soprattutto ora che i tassi sono così bassi la tentazione di puntare su strumenti più rischiosi pur di ottenere un rendimento accettabile è forte ma è molto pericolosa. Per questo c’è da augurarsi che almeno gli investitori istituzionali e in particolare le gestioni assicurative e i fondi pensione non si facciano prendere la mano, come purtroppo già si sta notando in paesi come Norvegia e Canada dove pur di ottenere rendimenti “interessanti” vi sono fondi pensione che stanno investendo in immobili o in strumenti derivati, quando non in partecipazioni in società non quotate. Tutte ipotesi che vanno valutate attentamente, in relazione alle necessità e al profilo di rischio di ciascun investitore per evitare brutte sorprese ex post.

Luca Spoldi