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Economia

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

Non solo uno tsunami nei confronti dei piccoli risparmiatori, ma anche un boomerang che tornerà ad abbattersi sull'intero sistema bancario, "anche se, con quello che sta avvenendo, non avrà più senso parlare di sistema, ma di singoli poli bancari". L'economista della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè (nella foto in alto), che assieme al collega e blogger Mario Seminerio, al giornalista Oscar Giannino e all'imprenditore Renato Cifarelli, è protagonista il sabato mattina di una seguitissima trasmissione sull'attualità economica su Radio 24 ("I conti della belva"), prova ad analizzare con Affaritaliani.it gli effetti che il caso delle obbligazioni bancarie subordinate di Popolare dell'Etruria, Banca Marche, CariFe e CariChieti (divenute carta straccia dopo il decreto salva-banche del governo) e l'entrata in vigore del bail-in il primo gennaio 2016 (che comporteranno una partecipazione alle perdite da parte dei creditori dei singoli istituti) avranno sul mondo del risparmio e sul modo di fare banca in futuro.  

Per quanto riguarda il primo aspetto, Carnevale Maffè spiega che stiamo andando verso "uno scenario di progressiva scomparsa di un'asset class che è anche la cartina di tornasole di un modello di fiducia nei confronti della banca che è entrato in crisi". 

Come mai? 
"
Dopo il decreto salva-banche che ha coinvolto nel salvataggio dei quattro istituti di credito anche i risparmiatori, sul mercato si è verificato una caduta del prezzo delle obbligazioni subordinate e un'impennata dei rendimenti. Quanti fra i detentori di questo tipo di titoli vogliono farlo, stanno cercando di liberarsene in maniera precipitosa e con pochissima liquidità sul mercato, perché non c'è domanda. L'effetto, quindi, è quello di avere una liquidità molto contenuta che deprime particolarmente i prezzi, una caratteristica del mercato obbligazionario italiano che è sempre stato controllato dalle banche. Là dove sono quotate c'è comunque poca liquidità, mentre dove non lo sono, la banca è comunque un intermediario forzato. Non c'è modo di liberarsene".

E' in atto un effetto contagio? 
"Sì. Buona parte del settore bancario può risentire degli effetti della vendita di questo tipo di strumenti, perché nella gran parte dei casi, le procedure di vendita delle obbligazioni bancarie non sono state caratterizzate da un'informazione ispirata alla massima trasparenza. I risparmiatori, hanno quindi, preso paura e ora vogliono vendere questi strumenti finanziari anche quando non avrebbe ragionevolmente senso farlo. La situazione, però, oggi è questa".

E non dimentichiamoci che dal primo gennaio diventeranno pienamente operative le norme sul bail-in...
"Esatto. Mentre in questi ultimi 15-20 anni, buona parte dell'espansione del credito delle banche è avvenuta non in base a ricapitalizzazioni di equity che erano bloccate dalle fondazioni bancarie che non volevano metterci altri capitali, volendo governare esattamente come spesso opera il capitalismo nostrano (con i soldi degli altri, senza metterci equity), gli istituti si sono di fatto indebitati con i propri clienti facendo operazioni non perfettamente trasparenti: hanno piazzato obbligazioni di tipo subordinato, senza essere del tutto esplicite sulla natura del rischio, aiutati da un fattore".

Quale?
​"Le banche hanno sfruttato il fatto che in Italia fosse sostanzialmente vigente una garanzia pubblica sulla solidità dell'intero sistema del credito, convinzione che permetteva loro di usare lo strumento obbligazionario che costa meno dell'equity, allunga la duration della raccolta e di fatto ne comprime il costo dal lato del passivo e riduce, dal lato dell'attivo, il premio per il rischio del consumatore. Il risultato è stato che gli istituti di credito si sono finanziati con picchi di 500 miliardi di obbligazioni complessive che hanno rappresentato il grosso della leva con cui le banche hanno effettuato poi i prestiti. Una quota retail quella del sistema italiano che in passato è stata la più alta in Europa, insieme a quella del Belgio. Così, l'espansione del credito nel nostro Paese è stata largamente finanziata dalle obbligazioni bancarie, la cui incidenza sul portafoglio del risparmio degli italiani è superiore al 10%, una cifra che è dieci volte più grande della media europea. Ciò è stato possibile perché il nostro bancocentrismo non si è nutrito di capitale di rischio, ma di capitale di debito venduto tramite la propria rete, con un doppio conflitto di interessi: quello di chi vende e di chi promette che presterà a queste condizioni". 

E quindi ora che cosa succederà? 
"Per mille ragioni come la crisi di fiducia, la pressione regolatoria che chiede alle banche di alzare il proprio patrimonio di sorveglianza e anche la possibilità offerta agli istituti dalla Bce di finanziarsi in questa fase a costo zero, lo scenario più probabile è che ci sarà la progressiva scomparsa di un'asset class del risparmio italiano e a un riallineamento alle medie europee di struttura del capitale bancario. La trasformazione è interessante perché in passato le obbligazioni bancarie hanno rappresentato l'alternativa ai Bot, soprattutto in questi ultimi anni di rendimenti nulli. Di fatto, per gli italiani questa forma di investimento alternativo non sarà più disponibile, prosciugando anche una fonte di rendimento abbastanza sicura e controllata, proprio perché esisteva la narrazione secondo cui le obbligazioni bancarie erano sicure quanto i Bot, 'perché le banche non falliscono'".

Quale sarà l'effetto, dal punto di vista della raccolta e della redditività, per gli istituti di credito?
"Ne andranno di mezzole banche più grandi e quelle sane che avrebbero invece pieno titolo ad emettere questi strumenti finanziari: vedranno scaricate sul proprio capitale colpe che ora non hanno più".

Quale sarà la risposta del sistema bancario?
"Gli istituti di credito dovranno a questo punto o trovare modelli di trasparenza diversi o piazzare una quota retail di obbligazioni bancarie molto ridotta rispetto ai livelli attuali. Questi bond non spariranno, ma le banche che potranno emetterli saranno soltanto quelle molto solide, con requisiti patrimoniali forti e una reputation elevata. In più, potranno piazzarle soprattutto agli investitori istituzionali che sono clienti che pretendono un premio al rischio più elevato. Un fattore che porterà in dote un innalzamento del costo della raccolta e metterà ulteriori pressioni sul conto economico erodendone la redditività primaria, in questo momento unica fonte per rinforzare il common equity Tier evitando costosi aumenti di capitali (vedi la strategia adottata da UniCredit, ndr)".

Insomma, meno redditività potenziale in un sistema già messo a dura prova dalla svolta epocale del digitale...
"Sì, il contesto è già 
eroso dall'inefficienza distributiva con 30 mila filiali in esubero, tecnologica e dei processi interni ancora poco digitalizzati. Senza dimenticare la troppa carenza di economie di scala: gli istituti di credito sono troppi e troppo piccoli".

Tempi più duri per le banche, dunque... 
"Sì, soprattutto per quelle più inefficienti. Quello che sta accadendo i risparmi andati in fumo con le obbligazioni subordinate e le procedure del bail-in spingeranno la gente a rifugiarsi verso gli istituti più efficienti e robusti. Si va verso una polarizzazione del sistema bancario e non avrà più senso parlare di sistema bancario tout court".

 

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