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Cala lo spread e il premier Enrico Letta rimprovera i media italiani di non parlare più dell'argomento che solo due anni fa era invece un argomento di discussione persino nelle chiacchiere da bar. Ma lo spread, ossia la differenza tra i rendimenti pagati sui titoli di stato italiani rispetto ad un benchmark (di solito i titoli di stato tedeschi di pari durata), è in sé solo un indice di quanto il credito costi di più in Italia, percepita come un debitore "a rischio", rispetto alla Germania (che a torto o a ragione è ritenuta un "paradiso sicuro" per un bondholder) ed è dunque come un termometro che misura la febbre del nostro debito pubblico.

Così per un investitore lo spread può rappresentare sicuramente un indice da monitorare per non correre rischi eccessivi, ma quello che realmente interessa nel momento in cui si effettua una decisione di investimento è sapere il livello di rendimento offerto dai singoli titoli in cui si investe e dal portafoglio nel suo complesso (oltre ad altri indicatori come la duration di un titolo, ossia la vita residua del titolo, ma al tempo stesso di quante volte le oscillazioni delle quotazioni del titolo saranno più ampie rispetto ad una variazione dei tassi di mercato, piuttosto che la covarianza del portafoglio, ossia di quanto nel complesso il rendimento ovvero i prezzi a cui è valorizzato nel complesso il portafoglio possono variare rispetto alle loro medie).

Ebbene, al momento un Btp a 10 anni rende il 4,18%, mentre un Bund tedesco di pari durata remunera il suo sottoscrittore con solo l'1,82% di rendimento (in entrambi i casi si tratta di tassi lordi annui); non solo: nell'ultima asta di Btp decennali a fine luglio il rendimento lordo offerto era stato pari al 4,46%, il che significa che se non interverranno mutamenti del quadro macroeconomico o politico tali da deteriorare il profilo di rischio percepito dagli investitori (che richiederebbero a quel punto un maggior rendimento per sottoscrivere i titoli italiani) la tendenza è nuovamente quella di vedere un graduale calo dei rendimenti offerti dai Btp. La cosa ha un impatto, evidentemente, non solo dal punto di vista degli investitori, ma anche dell'emittente, ossia del Tesoro italiano.

Ogni calo di un punto percentuale del rendimento medio sul debito pubblico (che nel frattempo ha superato i 2.076 miliardi, di cui poco più di 1.700 miliardi rappresentati da titoli di stato) consente un risparmio in termini di minori costi per il rifinanziamento del debito tra i 17 e i 20 miliardi, diminuendo la velocità con cui il debito stesso aumenta. Che possa iniziare a calare non è purtroppo realisticamente possibile, dato che sarebbe necessario non solo ottenere un avanzo primario (differenza tra entrate e uscite fiscali al netto del pagamento degli interessi sul debito), ma un avanzo di bilancio vero e proprio e decidere poi che si utilizzano le risorse disponibili per rimborsare parte del debito pregresso.

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