
L’incertezza politica in merito alla possibilità che si giunga in tempi rapidi a un governo sufficientemente saldo da poter governare ed eventualmente ricontrattare con l’Europa gli impegni italiani in ambito fiscale a fronte di nuove riforme strutturali, piuttosto che a una nuova tornata elettorale nell’arco dei prossimi mesi, continua a innervosire gli investitori istituzionali che sempre più spostano la liquidità sui Bund tedeschi (lo spread Btp-Bund sulla scadenza dei 10 anni oscilla attorno al 3,22% oggi, coi titoli tedeschi in frazionale rialzo da ieri e quelli italiani che tendono a indebolirsi dopo i risultati non esaltanti delle aste di titoli a medio-lungo termine di stamattina) o, se vogliono scommettere su asset “a rischio”, tornano a guardare con maggior interesse i Bonos spagnoli, rispetto ai quali lo spread si è ormai virtualmente azzerato (danza attorno ai 5-10 punti base, ossia lo 0,05%-0,10%, a vantaggio dei titoli italiani).
In questo modo il “vantaggio” costruito da un anno di lavoro a ritmo serrato sui conti pubblici dal governo Monti (che alla sua entrata in campo aveva ereditato una situazione disastrosa con uno spread Btp-Bonos attorno all’1,5% a vantaggio dei titoli spagnoli, riuscendo poi a veder superare l’1% di spread a vantaggio dei titoli italiani nel giugno dello scorso anno) è stato quasi interamente bruciato, ennesima dimostrazione che chi parla di “ininfluenza” della politica sui mercati non sa di cosa parla e che chi definisce lo spread una “invenzione” dei giornali mente sapendo di mentire.
Del resto nella loro brutalità i mercati finanziari stanno ancora una volta svolgendo correttamente la propria funzione, consentendo a chi dispone di capitali di riallocare in modo efficiente gli stessi in base al proprio profilo di rischio. Così la decisione di Fitch di tagliare, venerdì scorso, il rating sovrano dell’Italia proprio a causa dell’instabilità politica (instabilità che invece per Standard & Poor’s non giustifica una revisione del rating stesso, a conferma che la confusione è massima sotto il cielo di questi tempi, anche tra gli addetti ai lavori) ha definitivamente interrotto il lungo rally che da novembre aveva portato a continui ribassi dei rendimenti tanto dei titoli spagnoli quanto di quelli italiani, con uno spread sostanzialmente stabilizzatosi attorno allo 0,7% tra i decennali dei due paesi a vantaggio dei titoli italiani.
Ora invece la prudenza è tornata a prevalere e se sul breve termine non si registrano particolari tensioni (ieri l’asta dei Bot a 12 mesi ha registrato l’ennesimo tutto esaurito, sia pure con tassi in risalita all’1,280% dall’1,094% di febbraio), grazie al mare di liquidità mantenuto sui mercati dalle banche centrali, sulle scadenze a medio-lungo termine la situazione è differente e il calo dei rendimenti degli scorsi mesi ha finito col rarefare la domanda di nuovi titoli, domanda che torna solo a condizione di alzare i tassi.
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Certo, il Tesoro italiano ha finora anticipato i tempi e può ora spostare le emissioni su scadenze più a breve o limitare gli importi di titoli a lungo termine da emettere, tuttavia il segnale di stamane è inequivocabile: i Btp a 3 anni sono stati emessi per 3,323 miliardi (sotto i 3,5 miliardi massimi preventivati) con un rendimento salito al 2,48% dal 2,30% dell’emissione precedente, mentre i Btp a 15 anni (2 miliardi emessi, in questo caso pari al massimo previsto) hanno finito col pagare il 4,90% (dal 4,8%). Ed ora che succederà? Il boccino sembra nelle mani di Grillo e dell’M5S più che del Pd di Pierluigi Bersani o del Pdl di Silvio Berlusconi.
Se in qualche modo il tentativo di Bersani o un “governo del presidente” dovessero trovare un appoggio anche solo “per punti” di M5S in grado di rompere l’empasse politica e rinviare le elezioni del tempo sufficiente a modificare la legge elettorale, tagliare i costi della politica (mossa altamente simbolica per quanto materialmente poco influente sull’andamento dei conti pubblici) e almeno avviare qualche nuova “lenzuolata” di liberalizzazioni con le quali poter più agevolmente contrattare un allungamento dei tempi necessari al raggiungimento degli obiettivi concordati in sede comunitaria, come già fatto dalla Spagna (ma anche dalla Francia), gli investitori potrebbero tornare ad apprezzare i titoli di debito italiani.
In caso contrario Mario Draghi, numero uno della Bce, è pronto a stendere una rete di protezione facendo scattare gli acquisti previsti dall’OMT. Ma perché questo avvenga sarebbe necessaria una maggiore pressione da parte dei mercati perché il governo in carica si impegni ad accettare ulteriori impegni e condizioni in cambio dell’aiuto. Il che significherebbe contemporaneamente quotazioni molto più sacrificate delle attuali per i titoli di stato italiani e il rischio di nuove tensioni sociali in assenza di quei segnali di cambiamento la cui assenza ha favorito il boom elettorale di Grillo.
Comunque vada nell’immediato il consiglio più corretto sembra nuovamente quello di mantenersi su scadenze brevi, o preferire strumenti a tasso variabile rispetto a quelli a tasso fisso (ad esempio i Ccteu, che oggi hanno segnato un rendimento al 2,95% sui due anni, dal precedente 2,55%, e del 3,03% sui 3 anni), se si vuole rimanere in Italia. Altrimenti puntare sui Bonos in vista di un possibile nuovo “sorpasso” dei titoli di Madrid ai danni di quelli italiani, ovvero sui Bund tedeschi se temete lo scenario possibile, quello di un’uscita dell’Italia dall’euro cui per ora gli analisti finanziari non assegnano una probabilità superiore al 5% ma che un’eventuale prolungato stallo politico potrebbe far tornare d’attualità.
Luca Spoldi
